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«Ho abortito, e sto benissimo». Contro le narrazioni catastrofiste sull’interruzione di gravidanza

Nonostante la mancanza di servizi e l’alto tasso di obiezione, abortire non dev’essere per forza sinonimo di trauma e sofferenza

Foto di Simona Granati - Corbis/Corbis via Getty Images)

A inizio giugno il Ministero della Salute ha pubblicato la Relazione annuale sull’attuazione della Legge 194/78, un documento che raccoglie dati e informazioni sul diritto all’aborto in Italia. Nonostante si tratti di una relazione ufficiale, redatta a partire dalle informazioni raccolte dalle singole strutture e dalle Regioni, il resoconto che offre non è che una fotografia sfocata dell’accesso all’aborto nel nostro Paese.

Le Relazioni del Ministero vengono infatti diffuse in grande ritardo (quella pubblicata quest’anno si riferisce ai dati del 2020) e contengono unicamente dati divisi per Regioni. In base a questa suddivisione, nella Relazione appena pubblicata si legge che «nel 2020 le Regioni hanno riferito che ha presentato obiezione di coscienza il 64,6% dei ginecologi, valore in leggera diminuzione rispetto al 2019, il 44,6% degli anestesisti e il 36,2% del personale non medico [con] ampie variazioni regionali per tutte e tre le categorie».

Secondo invece la mappatura realizzata da “Legge 194 Mai dati”, la raccolta dati per singola struttura tramite richiesta di accesso civico realizzata da Chiara Lalli e Sonia Montegiove, queste «ampie variazioni regionali» si traducono nel fatto che «sono 11 le regioni in cui c’è almeno un ospedale con il 100% di obiettori: Abruzzo, Basilicata, Campania, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sicilia, Toscana, Umbria, Veneto», mentre «ci sono 22 ospedali e 4 consultori con il 100% di obiezione tra medici ginecologi, anestesisti, personale infermieristico e OSS».

L’accesso all’aborto in Italia rimane quindi molto difficile – se non impossibile – per le persone che vivono nelle regioni dove il tasso di obiettori di coscienza è più alto, ed è ulteriormente penalizzato dalla mancanza di informazioni chiare e tempestive. A questi problemi si aggiunge poi lo stigma: nonostante sia un diritto, l’aborto viene sistematicamente considerato e raccontato una fonte di dolore, sofferenza e trauma per chi lo sceglie. Ma questa narrazione rispecchia fino in fondo la realtà?

«Ognuno può vivere l’aborto come vuole, ma nessuno ha diritto di dirti come farlo», afferma la psicologa e psicoterapeuta clinica Federica Di Martino, che nel 2018 ha fondato la piattaforma “IVG ho abortito e sto benissimo”. «L’ispirazione per questo progetto nasce dalla piattaforma francese IVG : je vais bien, merci, anch’essa nata per mettere in discussione la narrazione “unica” dell’aborto da cui fatichiamo a uscire», spiega Di Martino, che in questi anni ha raccolto e pubblicato sui social network migliaia di storie di persone che hanno abortito ispirandosi alla pratica dell’autocoscienza dei gruppi femministi degli anni Settanta.

Proprio come più di cinquant’anni fa in questi gruppi, la piattaforma di Di Martino è un luogo dove l’aborto viene raccontato in tutta la sua complessità. «Io mi definisco abortista, mentre le persone che non sono favorevoli all’aborto di conseguenza sono antiabortiste. Credo che recuperare questa parola sia il primo passo per capire e far capire che l’aborto è una pratica di cui non dobbiamo vergognarci, ma di cui ci dobbiamo riappropriare. Con questo non vuol dire che io non sostenga chi sceglie di continuare una gravidanza, anzi, spesso ho fornito assistenza a persone che alla fine hanno scelto di non abortire. Essere abortiste vuol dire sostanzialmente riconoscere un diritto», spiega la psicoterapeuta.

Fin dall’inizio, però, l’iniziativa ha attirato critiche non solo dagli antiabortisti, ma anche da parte di chi sostiene il diritto all’aborto. «Il nome del progetto è ovviamente una provocazione (dopo un aborto non si può solo stare bene, ma addirittura benissimo!), quindi le critiche dei movimenti abortisti ce le aspettavamo. La resistenza che arriva invece dalle persone che sono favorevoli all’aborto secondo me è data dal fatto che intorno a questo tema il dibattito è fermo al 1978, ovvero all’anno dell’approvazione della legge 194», la legge che garantisce il diritto all’aborto in Italia entro i primi 90 di gestazione, afferma la psicologa.

«Al di là del fatto che si tratta di una legge lacunosa, ferma a una società che non è quella di oggi, e che se anche fosse applicata con zelo prevederebbe comunque l’esistenza di personale obiettore, il grosso problema è che mentre il movimento antiabortista ha alimentato una discussione interna sull’aborto, le persone che lo sostengono non l’hanno fatto», spiega Di Martino.

Da un lato, infatti, la parola “aborto” fa paura ed è spesso sostituita da altri termini molto più tecnici come “interruzione volontaria di gravidanza” (che viene dall’ambito medico) o “accesso alla 194” (termine giuridico). Dall’altro, «manca un lavoro di decostruzione dei nostri bias interni. Difendere il diritto all’aborto vuol dire in ultima istanza sostenere l’autodeterminazione delle persone, ovvero la possibilità che ognuno e ognuna possa non solo vivere ma anche raccontare un’esperienza nel modo che preferisce. Nella nostra società le storia sull’aborto vengono silenziate o vengono drammatizzate», racconta Di Martino, riferendosi ai vari racconti di dolore e sofferenza che vengono diffuse dai media.

«Quando una persona famosa parla di aborto è subito una “confessione”, come se fosse un peccato. Gli articoli di questo tipo sono spesso accompagnati da immagini di uova rotte, di persone incinte di otto mesi. Perché usare l’immagine di una gravidanza se sto parlando di aborto? Qual è il messaggio che voglio dare quando parlo di bambino invece che di feto o di madre invece che di gestante?», si chiede la psicoterapeuta.

Neanche la pagina web del Ministero della Salute dedicata all’Interruzione volontaria di gravidanza fa eccezione a questa narrazione unica dell’aborto. Oltre a condividere storie di persone che hanno abortito, dal 2019 la piattaforma si occupa anche di accompagnare le persone che hanno scelto di abortire ma non sanno come farlo. «Poco dopo il lancio della piattaforma abbiamo iniziato a ricevere molte richieste di aiuto, alle quali abbiamo risposto con la campagna “Insieme stiamo bene”, un servizio di accompagnamento gratuito attraverso il quale volontari e volontari del territorio aiutano chi ci contatta», spiega Di Martino.

«Ricorderò sempre una ragazza che mi ha scritto per dirmi che di aborto non ne sapeva molto e che non aveva la macchina, ma sapeva fare delle torte squisite e che sapeva essere di appoggio. Lo spirito del progetto, in fondo, è proprio questo», aggiunge la psicoterapeuta. «Ogni persona che ci scrive ha una storia e quella storia mi resta impressa, che me ne occupi in prima persona o no. Molte altre persone non ci chiedono aiuto, ma ci ringraziano per le storie che abbiamo condiviso. Alla fine, sappiamo di aver fatto qualcosa di buono per loro».