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Gli allevamenti intensivi sono il grande tabù della lotta ai cambiamenti climatici

La produzione di carne inquina di più di tutte le auto in circolo in Europa, e ridurne il consumo è fondamentale per affrontare l'emergenza climatica. Eppure non se ne parla quasi mai fuori dal mondo degli attivisti animalisti

Patrick Pleul/picture alliance via Getty Images

Tra i settori responsabili dell’emergenza climatica, l’allevamento e l’agricoltura per i mangimi rivestono un ruolo determinante, sebbene spesso siano i più sottovalutati. L’impatto della produzione di carne sull’ambiente genera circa il 17% dei gas serra responsabili dell’inquinamento atmosferico in tutta l’Unione Europea. Per l’Italia in particolare, gli allevamenti intensivi costituiscono un problema, soprattutto al nord, innanzitutto per la qualità dell’aria che respiriamo, ma anche per altre innumerevoli conseguenze sulla nostra salute.

Si tende spesso a sottovalutare l’impatto di questo settore sul cambiamento climatico, innanzitutto perché la ricerca sulle ricadute climatiche e ambientali dell’attività degli allevamenti e della produzione della carne è meno corposa di quella sull’industria fossile. Il primo studio importante, Livestock’s long shadow (La lunga ombra degli allevamenti), realizzato dalla FAO, risale al 2006: emerge che l’allevamento animale rappresenta una “grande minaccia per l’ambiente” e ha un impatto “profondo e diffuso”.

Uno degli studi più recenti, ad opera di Greenpeace, riporta che l’intera zootecnia europea emette l’equivalente di 502 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, a cui vanno aggiunte le emissioni indirette di gas che derivano dalla produzione di mangimi, dalla deforestazione e da altri cambiamenti nell’uso del suolo, per un totale di 704 milioni di tonnellate di CO2 – una cifra che supererebbe addirittura le emissioni annuali di tutte le auto e furgoni circolanti nell’UE nel 2018.

La percentuale del contributo degli allevamenti non è mai diminuita, anzi è passata dal 7% nel 1990 al 17%  nel 2018. Il Parlamento europeo ha di recente approvato il nuovo programma PAC (Politica Agricola Comune) per il periodo 2021-2027: nel documento della Commissione “From farm to fork” si chiede la necessità di coltivare il 25% della superficie agricola europea secondo i principi dell’agro-ecologia e del biologico, di ridurre del 50% l’uso di pesticidi, di preservare almeno il 10% del coltivato alla biodiversità. Ma com’è la situazione in Italia?

In Italia, gli allevamenti sono concentrati al nord, e sono molto lontani dall’essere sostenibili.  Si stima che gli allevamenti siano la seconda causa di inquinamento atmosferico per produzione di CO2 in quest’area e al contempo siano responsabili di circa l’85% delle emissioni di ammoniaca solo  in Lombardia. Bisogna considerare che a formare lo smog, oltre a ossidi di azoto e di zolfo, concorre in maniera importante l’ammoniaca che, liberata in atmosfera dagli allevamenti, si combina con altri componenti generando le polveri fini. Arpa Lombardia conferma poi il rapporto di causa-effetto tra le attività zootecniche e l’aumento di PM durante lo spandimento di liquami sui campi: l’ammoniaca che fuoriesce dagli allevamenti “concorre mediamente a un terzo del PM della Lombardia, ma durante gli episodi acuti tale contributo aumenta superando il 50 per cento del totale”. Lombardia ed Emilia-Romagna risultano non a caso le aree la cui aria è tra le più inquinate d’Italia, ma anche d’Europa.

Per la salute collettiva, si traduce nel triste primato di morti premature attribuibili all’inquinamento atmosferico in Europa: sarebbero infatti quasi 60mila le morti causate dall’esposizione a particolato sottile (PM2,5) e biossido di azoto (NO2). Le città europee con il numero maggiore di morti dovuto alle polveri sottili sarebbero Brescia e Bergamo, area in cui vengono complessivamente allevati oltre 1,5 milioni di suini secondo le stime dell’associazione animalista italiana Essere Animali.

Il legame tra l’inquinamento elevato e la pervasività del Covid-19 nella sua primissima fase proprio su queste zone è stato dimostrato da uno studio dell’università di Catania, recentemente pubblicato sulla rivista Nature. Un cambiamento di sistema radicale, che porti a produrre e a consumare meno, è quindi l’unica via percorribile affinché si possa migliorare la qualità dell’aria e la salute collettiva.

Il Ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha mostrato una netta presa di posizione contro agricoltura e allevamenti intensivi – asserendo che pongono dei problemi, avendo comportato una notevole alterazione dell’ecosistema. Non solo, ma esponendosi anche in merito al consumo di carne per la salute e l’ambiente, ha detto: “Sappiamo che chi mangia troppa carne subisce degli impatti sulla salute, allora si dovrebbe diminuire la quantità di proteine animali sostituendole con quelle vegetali. D’altro canto, la proteina animale richiede sei volte l’acqua della proteina vegetale, a parità di quantità, e gli allevamenti intensivi producono il 20% della CO2 emessa a livello globale.”

Il modello intensivo degli allevamenti si è sviluppato nell’ultimo secolo come risposta a un crescente domanda di prodotti di origine animale – consente infatti di allevare più animali in meno spazio e a prezzi più bassi, come spiega Martina Scalini, Responsabile comunicazione di Essere Animali. “Ma l’allevamento biologico però non può essere la soluzione”, aggiunge. “Se in questo momento l’intera filiera dei prodotti animali si trasformasse secondo un modello estensivo, semplicemente non ci sarebbe sufficiente spazio. Oltre alla problematica dell’uso del suolo, c’è un altro aspetto che lo rende impraticabile: gli animali degli allevamenti biologici non sono solitamente ibridi industriali creati per ingrassare e crescere a ritmi accelerati.”

Modificare la propria dieta per ridurre il consumo di carne rappresenta quindi la strada più efficace, come dichiarato da Cingolani, per migliorare “la salute pubblica, riducendo al tempo stesso l’uso di acqua e la produzione di CO2”.

Per portare a una progressiva diminuzione della produzione, “la soluzione più razionale sarebbe quella di ridurre drasticamente i consumi di prodotti animali, ma ancora più efficace sarebbe passare a un sistema alimentare vegetale”, continua Scalini. “Sono ormai tantissimi gli studi che arrivano a questa conclusione, anche per ragioni di salute. La produzione di cereali, legumi, verdura e frutta ha un impatto inferiore sull’ambiente: consuma molte meno risorse, come acqua e suolo, e riduce le emissioni di CO2 e altri gas serra.”

L’impatto sulla nostra salute – a diversi livelli – è dunque notevole, e il futuro dell’industria dipende in larga parte anche da quanto l’argomento è visibile e in grado di fuoriuscire dall’impegno circoscritto degli attivisti animalisti-ambientalisti e di arrivare a tutti.

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