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Giuseppe Conte, un uomo per tutte le brutte stagioni

Il governo sta per saltare, dopo l'aut aut pentastellato sul nome di un presidente del Consiglio inadeguato, che ha fallito su tutta la linea. Una mossa che denota solo la volontà di Casaleggio di ribaltare il tavolo

Il premier Giuseppe Conte mostra il suo santino di Padre Pio a Bruno Vespa

Nel 1908 fra Pio si trovava al convento di Montefusco e nei boschi lì vicino decise di raccogliere dei marroni da regalare alla zia Daria, che stava ancora a Pietrelcina, e a cui voleva tanto bene. La donna mangiò con gusto le castagne e conservò il sacchetto come ricordo della gentilezza del nipote. Una sera, qualche giorno dopo, diede inavvertitamente fuoco con la sua lampada a olio a della polvere da sparo che il marito teneva in un cassetto. Travolta al volto dalle fiamme, prese il sacchetto di castagne (ma perché poi?!) e se lo mise sul volto. Il dolore scomparve subito, così come le bruciature.

Quello dei marroni – qua la fonte – è considerato uno dei primi miracoli del futuro Padre Pio, ne seguirono molti altri tra cui le stimmate alle mani e l’amicizia con i peggiori gerarchi fascisti. Uno degli ultimi è quello di aver trasformato nel nuovo De Gasperi l’ultimo dei suo adepti prestati alla politica: Giuseppe Conte da Volturara Appula. Che fino a poco più di un anno fa nessuno sapeva chi fosse, e che ora pare l’unica entità in grado di guidare la cosa pubblica in Italia.

La situazione è torrida, da giorni ormai. Tra oggi e domani sarà chiaro se l’Italia avrà un nuovo governo, di che tipo e con quali prospettive di durata. Un gomitolo parecchio complesso da sbrogliare, e per ora il Presidente della Repubblica non pare aver trovato una soluzione. Se per un attimo ieri sera, dopo l’incontro tra Di Maio e Zingaretti e la ricalendarizzazione delle consultazioni, la situazione pareva a un passo dallo sbloccarsi con il via di massima a un esecutivo Pd-5 Stelle, nelle ultime ore tutto è precipitato nuovamente nell’incomunicabilità.

“Se non dicono sì a Conte è inutile vedersi, sono stanco dei giochini”, ha dettato la linea al collega democratico Di Maio (che, visto che finora è andato alla grande, avrebbe avocato a sé il Viminale). Che in questi momenti tutto sia tattica politica, naturalmente, non sfugge. E l’obiettivo di ciascuna delle due parti di portare a casa il massimo per la propria parte è più che legittimo. Ma la scelta di porre agli italiani il nodo “Giuseppe Conte o muerte” è un fatto, e fa al contempo sorridere e cadere le braccia.

Un altro splendido momento di dadaismo al potere, dunque. Perché, al netto di quello che si pensi dei 14 mesi di governo che ci hanno condotto fino a questo punto – cioè tutto il male che è possibile provare – una cosa è evidente a ogni occhio senza due dita dentro: il presidente del Consiglio dimissionario non è mai stato il leader dell’esecutivo gialloverde, ma al più testimonial e paravento. E in fondo non poteva andare diversamente, sin dal sacrificio di Salvini e Di Maio e dal loro passetto indietro per siglare il famigerato “contratto di governo”.

La figura dell'”avvocato degli italiani” era quella di un commissario commissariato. Anonimo tecnico prestato alla politica, con la sua parabola Giuseppe Conte ha riscritto la definizione di uomo giusto nel posto giusto. I suoi meriti non vanno granché più in là. In questi mesi la narrazione dei 5 stelle ha provato in ogni modo a cucirgli addosso un profilo da statista – viste anche le difficoltà dei membri dell’esecutivo in quota al partito di maggioranza relativa –, e come spesso accade, almeno in una certa fascia della popolazione, questa propaganda ha attecchito. Tanto che a un certo punto ci è stato spiegato che Conte godeva di un consenso personale, che in giro per il Paese c’erano persone che si dicevano “contiane”. Anche qualche “intellettuale” – uno su tutti, dalla prosa un tempo tagliente e la schiena molto dritta – aveva sposato la causa. La favoletta ci ha accompagnato ancora nelle ultime ore, quando la Rete si è gasata per la presunta “asfaltata” in aula di Conte a Matteo Salvini, durante un discorso in aula che per alcuni vale quelli di Matteotti o Berlinguer.

Lo statista che serve per guidare l’ennesimo cambiamento dopo la pugnalata leghista alle spalle, a questo punto, sarebbe già in casa, quindi il Pd non può dire di no. Nemmeno varrebbe la pena soffermarsi sul fatto che Conte abbia messo la faccia e la firma su ogni provvedimento del peggior governo della storia repubblicana, da quelli fallimentari in materia economica a quelli aberranti in tema di diritti. Non servirebbe, ma nel dubbio qua c’è un ripassino sul suo operato. Quindi, e visto che la narrazione a questo punto della partita sta a zero, da un punto di vista politico il suo nome non è minimamente potabile. Se invece se ne vuole fare una questione di meriti e capacità, nemmeno dovremmo stare a parlare della sua inadeguatezza. Se, infine, l’ineluttabilità del suo nome serve solo a coprire il fatto che il grande cuoco del minestrone di governo (inizia con “C” finisce con “Asaleggio”) non sia affatto convinto della digeribilità – pro domo sua – di un nuovo accordo con i nemici per antonomasia, beh, questa volta non siamo del tutto in disaccordo con lui.

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