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Gino Strada non ammetteva compromessi

Con parole semplici e un idealismo talmente profondo da sembrare irreale, il fondatore di Emergency è stato l’iniziatore di una rivoluzione luminosa e disinteressata

Gino Strada

Foto: Pier Marco Tacca/Getty Images

Era il 15 maggio 1994 quando il chirurgo di guerra Gino Strada e sua moglie, l’insegnante e attivista Teresa Sarti, organizzarono una cena con una ristretta comitiva di amici per gettare le basi di “Un’idea un po’ folle”. Quel giorno il ristorante Al Tempio d’oro, a due passi da Viale Monza, accolse una serie di personalità variamente legate dal collante della militanza nell’area milanese del Movimento studentesco durante gli anni Settanta, come il filantropo Carlo Garbagnati e Nando Dalla Chiesa, secondogenito del generale Carlo Alberto, scrittore, sociologo e fondatore del mensile Società civile; tra un piatto di gnocchi e un bicchiere di vino, con uno slancio un po’ utopico, Strada e Sarti illustrarono le linee guida dell’insano progetto che avevano in mente: mettere a frutto l’esperienza di un gruppo di medici e infermieri nel campo della chirurgia di guerra per fondare una nuova organizzazione umanitaria, completamente indipendente dalle logiche dei governi e da qualsiasi interesse che non fosse quello esclusivo dei pazienti, che potesse aiutare in concreto le vittime civili delle guerre e della povertà.

Da quella prima riunione scaturì un bottino piuttosto scarno: un tesoretto di appena 12 milioni di lire, largamente insufficiente per poter intervenire tempestivamente in Ruanda, uno stato sull’orlo del collasso, sconvolto dalla guerra civile e dal genocidio dei Tutsi. “Ne servivano 250”, dichiarò Strada in un’intervista al Corriere della Sera, “Io dissi: beh, ragazzi, firmiamo 10 milioni di cambiali a testa… Per fortuna venni invitato da Costanzo e, puf, la tv è questa cosa qui: in un paio di mesi, arrivarono 850 milioni. Gente che mi suonava al campanello di casa, ricordo una busta con dentro duemila lire spillate”.

Oggi Emergency non è più la chimera irrealizzabile nel cassetto di un medico e un’insegnante animati da ideali talmente grandi da apparire quasi irreali, ma una realtà consolidata che, da quella serata del 1994, ha portato a casa risultati concreti: in 26 anni ha offerto cure chirurgiche di altissima qualità oltre 11 milioni di persone in 19 Paesi devastatati dalla guerra. Una vita scampata alla morte ogni minuto in Afghanistan, Algeria, Angola, Cambogia, Eritrea, Iraq, Libia, Nepal, Nicaragua, Palestina, Repubblica Centrafricana, Ruanda, Serbia, Sierra Leone, Sri Lanka, Sudan, Uganda, Yemen. Un risultato straordinario, raggiunto al prezzo di rinunce personali e nel rifiuto intransigente di ogni piaggeria o servilismo.

In vita, Gino Strada è stato soprattutto questo: un uomo di sinistra dalle condizioni irremovibili, pragmatico e allergico alla retorica annacquata, che ha fatto della coerenza – umana, intellettuale, ideologica – il proprio marchio di fabbrica: l’artefice di una rivoluzione luminosa e disinteressata, completamente slegata da protagonismi o vanagloria e portata avanti sempre e comunque alla luce del sole, rendicontando con trasparenza ogni centesimo ricevuto.

Al Gino Strada attivista fa riscontro un altro Gino Strada, colpevolmente meno attenzionato dalle cronache: l’educatore delle masse. Il suo era un lessico volutamente non sofisticato, fatto di parole semplici e di sicura presa: le massime che ha disseminato nel corso degli anni – e che stanno affollando giornali e social nelle ultime ore – non sembrano state scritte dal pugno di un professionista formatosi nei migliori atenei del mondo, ma ricalcano un tipo di spirito completamente differente, più vicino a quello entusiasta e genuino di un bambino che scarabocchia sul foglio di carta il mondo migliore che ha in mente. Le sue parabole erano quelle di un “medico da vicinato”, al costante servizio delle masse popolari: “Io non sono pacifista, sono contro la guerra”; “La guerra piace solo a chi non la conosce”. Frasi chiare e concise, le uniche possibili da impiegare per realizzare una rivoluzione culturale dai contenuti profondi e far passare alcuni concetti che non ammettono compromessi: che la guerra è sbagliata, che la vita di un uomo non vale tutto il petrolio del mondo, che il diritto alla salute prescinde da condizioni di reddito e privilegi di ogni tipo, che l’uomo ferito e menomato dalla violenza dei suoi simili merita di essere risarcito.

Un lato pedagogico coltivato nell’arco di una vita e reso ben visibile anche da alcune iniziative di Emergency, come gli spettacoli scritti e diretti da Patrizia Pasqui e interpretati da Mario Spallino, Matteo Palazzo e Silvia Napoletano: piccoli mattoncini di un progetto di egemonia più grande, indirizzato a influenzare in positivo l’opinione pubblica, informandola sui temi della guerra e della povertà, ma anche sulla possibilità di intervenire per promuovere e affermare i diritti umani essenziali e i valori della solidarietà e della pace. Parafrasando Moni Ovadia, suo grande amico e storico sostenitore di Emergency, “I tempi delle palingenesi rivoluzionarie assolute e totalizzanti sono finiti, ma ci sono luoghi di rivoluzione nei posti più impensati: uno di questi luoghi è sicuramente il bisturi di Gino Strada”.

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