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Finalmente la politica italiana fa qualcosa per il problema delle morti sul lavoro

Ogni anno in Italia ci sono centinaia di migliaia di infortuni e centinaia di morti sul lavoro. Adesso l'opinione pubblica sembra essere diventata più attenta al problema, e anche la politica ha cominciato finalmente a muoversi

Immagine via Unsplash

Mentre i decessi e gli incidenti gravi sul lavoro non accennano ad arrestarsi, qualcosa sembra finalmente muoversi sul fronte politico: giovedì i senatori di PD, Movimento 5 Stelle e LeU hanno presentato un disegno di legge che prevede l’istituzione di un nuovo organismo investigativo, la Procura nazionale del lavoro. 

L’obiettivo del provvedimento dovrebbe essere quello di individuare una soluzione per contrastare “l’attuale inefficienza del sistema giudiziario in relazione all’insoddisfacente livello di applicazione della normativa antinfortunistica”, proprio in un’annata delicatissima dal punto di vista delle morti bianche e degli infortuni lavorativi.

A confermarlo sono i dati diffusi dall’INAIL, che fotografano una realtà drammatica: le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’Istituto tra gennaio e luglio sono state più di 300mila (segnando un aumento 8,3% rispetto allo stesso periodo del 2020), di cui 772 con esito mortale – un dramma sociale che ha trovato un culmine lo scorso 29 settembre, quando sono stati registrati 10 decessi nell’arco di appena 24 ore.

La funzione della Procura nazionale del Lavoro dovrebbe essere quella di favorire la distribuzione dei magistrati in pool specialistici, seguendo una strategia simile a quella adottata negli anni Novanta per contrastare le mafie. Si tratterebbe di un passo in avanti importante, perché riconoscerebbe a un’emergenza spesso riposta nel dimenticatoio l’attenzione che merita. 

Con ogni probabilità, questa presa di coscienza da parte della politica italiana affonda le radici nella triste sorte che è toccata a Luana D’Orazio, l’operaia 22enne morta lo scorso 3 maggio a Oste di Montemurlo dopo essere stata stritolata da un orditoio. Un caso di cronaca che ha fatto molto discutere anche per via dell’identità della vittima, totalmente agli antipodi rispetto allo stereotipo dell’operaio maggiormente radicato nell’immaginario collettivo italiano – che, nella stragrande maggioranza dei casi, corrisponde alla figura di un uomo, spesso un po’ in avanti con gli anni, segnato nel fisico e privo di obiettivi a lungo a termine. 

La morte di D’Orazio ha aperto uno spartiacque nelle modalità in cui i media sono soliti approcciare il fenomeno delle morti bianche: da maggio a oggi, la copertura mediatica dedicata agli incidenti sul lavoro è aumentata in maniera significativa, riportando il tema al centro del dibattito pubblico. Le prime pagine dei giornali hanno dovuto, giocoforza, adattarsi a questa nuova sensibilità, tornando a evidenziare l’urgenza di garantire norme antinfortunistiche a passo con i tempi e di richiamare i datori di lavoro all’assunzione di responsabilità.

Una necessità resa ancora più palese dalle notizie dell’ultima settimana: martedì, a Roma, un operaio è caduto da un’impalcatura mentre stava montando la copertura di un campo di padel. Il giorno dopo, a Genova, un simile destino è toccato a un manovale 48enne, che è stato travolto da grossi tubi staccati da una gru, proprio stesse ore in cui, in provincia di Bergamo, un uomo di 50 anni è morto dopo essere stato travolto da un albero lungo la Provinciale 8 nel territorio di Santa Brigida. A questi decessi bisogna affiancare quelli non registrati perché avvenuti in contesti lavorativi non regolamentati: tanto per rendere conto delle proporzioni del lavoro in nero in Italia, basti pensare che 7.486 aziende ispezionate dall’Inail nel 2020 (una media di circa 8 su 10) è risultato irregolare dal punto di vista del versamento dei premi e degli obblighi contributivi.

Di conseguenza, i casi letali che sfuggono ai conteggi e ai riepiloghi dell’Inail sono centinaia. Infatti, come dichiarato alla testata Osservatorio Diritti da Silvio Candeloro, membro della direzione nazionale di Inca-Cgil, “L’Istituto computa le denunce di morte delle lavoratrici e dei lavoratori dipendenti coperti dalla propria assicurazione, dei soggetti assimilati (ad esempio i parasubordinati) e del personale  del “Conto Stato” (cioè di amministrazioni centrali, scuole e università statali)”. Ecco perché “Restano fuori gli abusivi e i sommersi, in nero o clandestini, e gli operatori di categorie che non ricadono sotto l’ombrello Inail: forze di polizia e forze armate, vigili del fuoco, liberi professionisti indipendenti, consulenti del lavoro e periti industriali, commercianti titolari di imprese individuali, alcune partite iva, giornalisti, dirigenti e impiegati del settore agricolo, contadini per hobby, amministratori locali, sportivi dilettanti, parte del personale di volo, volontari della protezione civile e infermiere volontarie della Croce rossa”. 

Insomma: in un paese in cui le morti bianche sono un problema oggettivo, cercare di porre un freno all’arbitrio di imprenditori che non si fanno troppi scrupoli a risparmiare sulla sicurezza dei loro lavoratori è sicuramente un progresso importante. Forse l’istituzione della Procura Nazionale del Lavoro non sarà abbastanza, ma può essere un inizio.