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Enrico Michetti, il reazionario silenzioso

Il candidato di Fratelli d’Italia è il Grom della politica romana, lo zio imbarazzante per cui dovrebbe essere tutto come una volta. Ecco com'è un suo comizio, un lunghissimo intervallo fra le apparizioni della Meloni

Foto: Stefano Montesi - Corbis/Corbis via Getty Images

Enrico Michetti, aspirante sindaco di Roma per Fratelli d’Italia, sembra partecipare così malvolentieri e con tanta discrezione ai suoi stessi comizi – per non parlare dei confronti pubblici – che verrebbe da chiedersi se questo placido reazionario di Monteverde, con eguale passione per il diritto amministrativo e i doveri di conducente di Smart, sia davvero il candidato favorito dai sondaggi e sostenuto, quale più riducibile e presentabile tra loro, da uno zoccolo duro di irriducibili e impresentabili che va dagli ultrà della Lazio ai cultori della materia dei chip sottocutanei, dagli antisemiti moderati ai millennial per la tradizione.

Michetti ha affrontato la tempesta perfetta della sua riluttanza oratoria nel corso di un evento elettorale a Centocelle. Il pubblico in effetti era quello delle grandi occasioni. Centocelle è un quartiere della periferia Est di Roma così lungo e largo da possedere a sua volta diversi centri e varie periferie. Piazza dei Mirti ne costituisce il fulcro sociale e il 22 settembre, in attesa che Michetti si decidesse a parlare, era animata da una forte musica dance di matrice tribale. Il pubblico era assiepato ovunque, dalle sedute improvvisate su casse di munizioni da caccia alle auto in doppia fila in modalità drive-in, al punto che le fermate della metro C erano sprangate e i camerieri dei tanti bar che facevano da privé ai candidati municipali più popolari servivano spritz in evidente atteggiamento anti-sommossa.

Mentre i lampeggianti di Polizia e Carabinieri, parcheggiati a ogni angolo della piazza, facevano rispettivamente da luci psichedeliche e strobo a questa discoteca a cielo aperto, alcuni candidati municipali meno popolari, che indossavano una giacca per la prima volta dopo la cresima, distribuivano santini elettorali con aria grave, neanche fossero riduzioni uomo o omaggi donna.

Un po’ ovunque aleggia il dolceamaro odore di anzianità che i giapponesi chiamano kareishu ma a Roma è più comunemente detto de naftalina. Se Calenda è il candidato prediletto dagli elettori di spirito, Michetti è l’ideale per quelli sotto spirito. Uno dei fotografi presenti, ad esempio, è un settuagenario con incedere da guardia nobile del papa in epoca Marchese del Grillo, che porta al collo una macchinetta Kodak usa e getta.

Le tracce cominciano a ripetersi tra le mani del fonico-dj, ma di Michetti ancora niente. Comincia a serpeggiare la voce che, senza Giorgia Meloni, la cui apparizione avrebbe dovuto chiudere il comizio, Michetti non ne voglia sapere di uscire.

La notizia, fake o reale che sia, non sembra fare molta notizia. Spesso in campagna elettorale si è visto Michetti accennare a sfilarsi dai riflettori, solo per poi essere preso per mano e trascinato di nuovo sul palco proprio da Giorgia. È successo più volte perfino nel più formale degli happening della campagna, quello del 19 settembre in piazza del Popolo, quando il brevissimo intervento di lui e le ovazioni per lei erano succeduti alle lezioni di autodifesa a colpi di machete, tra un pezzo di Raffaella Carrà e Take On Me degli a-ha.

A Centocelle l’attesa del comizio non è essa stessa il comizio e la cosa si fa talmente lunga che Daniele Rinaldi, candidato Presidente di Fratelli d’Italia al Municipio V, è costretto a improvvisare: “La malaciclabità della Raggi ha bloccato la Meloni sulla Prenestina”. Tutti allora capiscono l’antifona e manifestano come possono (urlando) la volontà di assistere al più presto all’apparizione di Giorgia, come se fosse una piccola, grande Madonnina conservatrice; e anche perché alla citofonata del rider, prevista fra mezz’ora, tre quarti d’ora al massimo, il portone non si aprirà da solo. Se il genere teatrale di riferimento nei micro-comizi di Carlo Calenda è la stand-up comedy, quello di Fratelli d’Italia è chiaramente la grande opera tragica: il Cavalcavia della Valchiria.

Non manca di far sentire la sua presenza, nel frattempo, la corte dei miracoli cognitiva che sempre anima gli appuntamenti elettorali di Fratelli d’Italia. “Dai fateve sentì, ma che non avete maniato oggi?” – urla una ragazza che sta incitando la folla a incitare Giorgia, trollando tutti, Giorgia compresa, senza rendersene troppo conto. Gli astanti un po’ si straniscono, nel riconoscerne il marcato accento dell’Est Europa. Allo stesso modo, al comizio di piazza del Popolo, lo stesso Michetti elogiò gli emigranti calabresi, abruzzesi, pugliesi, siciliani e sardi che contribuirono alla ripresa della Capitale nel secondo dopoguerra, con grande sorpresa da parte dei migranti che passavano di lì per caso con in mano un permesso di soggiorno da rinnovare, e qualche incertezza da parte dei follower più in pianta stabile di Salvini (che appoggia Michetti). Sic transit Giorgia Meloni.

Quando finalmente Giorgia arriva è così radiosa che da un’estremità della sua sigaretta ultra-slim, tipo bacchetta magica, scaturisce un fascio di luce bianco-argentea che si tramuta in una figura umana, che sembra solo in parte tangibile. È chiaro allora una volta per tutte che Michetti non è un candidato come tutti gli altri, soprattutto se esaminato in relazione al suo leader politico. Michetti è frutto di un Incanto Patronus. È una creatura che Giorgia può materializzare e smaterializzare a suo piacimento, proprio come viene insegnato a Hogwarts, catalizzando alcuni ricordi felici (ad esempio: sessioni estive di letture fantasy o lunghi ascolti di Enrico in qualità di tribuno del popolo romano su Radio Radio), allo scopo di proteggere la maga evocatrice da creature oscure quali i candidati della lista Sportivi per Roma (che sostiene Virginia Raggi) o Sinistra civica ecologista (che sostiene Roberto Gualtieri). La differenza con i libri della Rowling è che qui all’invocazione del Patronus non appare un cervo come per Harry Potter o una lontra per Hermione Granger, ma un tipo di un metro e novanta che parla e si muove come Max Tortora quando fa un personaggio borghese o moralmente non ineccepibile (cfr. Baby su Netflix), solo che parla poco e non fa mai ridere.

Lo sguardo scorato di Michetti sembra chiedere il permesso a Giorgia anche per esprimere concetti lineari, come “All’assessorato alle periferie metterei accaventiquattro una persona”; permesso che lei gli concede con un sorriso tipico meloniano, di quelli che vorrebbero dire Enrico stai andando fortissimo, daje ma che, in realtà, sottintendono, più prosaicamente: La prossima volta me apro e me chiudo da sola.

Quando Michetti fa tanto il timido, più che il prossimo potenziale primo cittadino di Roma, sembra il parente imbarazzante che tendiamo a tenere nascosto il più possibile, fatte salve le rare situazioni in cui può tornare utile, come in caso di testimonianza per smarrimento della carta d’identità o per chiedergli di votare il nostro beniamino. Solo che in questo caso il beniamino dovrebbe essere lui.

Ma in fondo risulta tenera l’accoppiata tra questa nipotina dalla parlantina così fluida e il suo avo grande, grosso e schivo, un po’ sbrigativo nell’eloquio, che ricorderebbe la dialettica tra Heidi e il relativo nonno se non fosse che in questo caso Heidi è molto più sbrigativa del nonno: “Un giorno io e questo signore qua ce separiamo per andare in due posti diversi e la Raggi twitta: Michetti buca ‘a Meloni. Ma pensa alle buche tue, Virginia, che la gente ce pesca”.

“Perché i turisti vengono a Roma?” – prosegue Enrico, cercando la foga dove non c’è – “Per per la sua storia, i suoi cibi. Dobbiamo censire tutto quello che rappresenta la romanità. Dobbiamo censire il carciofo romano, dobbiamo indicare dove ci sono i cuochi di scuola romana…” – …che cucinano carciofi romani su fornelli romani con cucchiare romane – completano i più arguti nel pubblico.

Michetti è il Grom della scena politica romana: per lui dovrebbe essere tutto come una volta. Il bigliettaio sul bus come una volta. I condomini come una volta. I saluti come una volta (pre-Covid o, possibilmente, pre-Repubblica). Chissà, magari anche la sua vita come una volta, quando faceva solo l’avvocato o ipotizzava nel saluto romano un’alternativa igienica alla stretta di mano, in tempo di pandemia, tracciando una sottile linea nera tra l’apologia di fascismo e la profilassi anti-Covid.

Il tipo umano romano di Michetti è l’attore di avanspettacolo, quello che precedeva o seguiva la vera attrazione della serata. Ed è un peccato che vada così sprecato. Perché l’attore di avanspettacolo, anche al minimo dello sforzo profuso nel recitare e del dispendio o della disponibilità di talento, traeva comunque la sua forza in quella rappresentazione involontaria ma comunque godibile di sé stesso nell’atto di essere costretto – dall’impresario o dalla cattiva sorte – a calcare la scena.