Enrico Letta: anatomia di un disastro annunciato | Rolling Stone Italia
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Enrico Letta: anatomia di un disastro annunciato

Una campagna elettorale incentrata sulla (sterile) narrazione "buoni vs cattivi" dei tempi dell'antiberlusconismo, il coinvolgimento di una personalità ai limiti dell'impresentabile come Luigi Di Maio all'interno della coalizione e la (clamorosa) sconfitta nel confronto con Giuseppe Conte per la conquista del voto operaio: il segretario Dem ha sbagliato tutto ciò che si poteva sbagliare

Foto di ALBERTO PIZZOLI/AFP via Getty Images

Partiamo da una premessa doverosa: contrariamente a quanto si potrebbe evincere dalla vulgata delle ultime ore, Enrico Letta è ben lontano dall’immagine del dilettante allo sbaraglio in balia della corrente. Non è soltanto la “brava persona” un po’ impacciata che i vari editoriali al vetriolo stanno mettendo sulla graticola, ma un politico capacissimo, con un’esperienza di governo consolidata, un curriculum che parla da solo e, soprattutto, dei forti valori di riferimento (un tratto non da poco, in una congiuntura in cui chiunque bercia di post–ideologia e classifica destra e sinistra come utopie superate).

Nella sua (breve) esperienza alla segreteria del Partito Democratico, l’ex premier e professore associato della Sciences Po parigina ha avuto il merito di provare a riportare il Nazareno nella sinistra del fronte politico, nella speranza di distaccarsi definitivamente dall’indirizzo renziano degli ultimi anni e, finalmente, tornare a intercettare un voto operaio sempre più volatile e sedotto da una lunga scia di nazional–populismo – come dimostrano alcune proposte contenute nel programma del Partito Democratico, reddito minimo e difesa del reddito di cittadinanza su tutte.

Non bisogna dimenticare, poi, il tentativo lettiano di porsi in connessione con una porzione di elettorato spesso dimenticata dai partiti (quella più giovane) attraverso la creazione di una “dote” di 10mila euro da destinare ai 18enni dei ceti medio-bassi – la “Generazione Covid”, come l’ha definita lui stesso. Un tesoretto da ripartire sulla base dell’Isee e spendibile soltanto in determinati modi: in istruzione e formazione, lavoro e imprenditoria, casa e alloggio. «L’altra volta quando ne parlai tutti cominciarono a dire “ah, si toccano le successioni!“, ma è giusto che chi ha un patrimonio plurimilionario lasci qualcosa alla società e se quel qualcosa viene ridato ai giovani, che oggi sono attanagliati dalla precarietà, credo sia il senso di generazioni che si aiutano», aveva spiegato Letta, incassando l’immediata reazione di tutti gli altri schieramenti politici, che sono addirittura arrivati ad accusarlo di bolscevismo.

Insomma: sulla buona fede del segretario Dem non ci sono dubbi. Dopodiché, però, bisogna soffermarsi sull’analisi del terreno più scivoloso: quello della leadership, il dardo avvelenato che ha riposto tutti i suoi predecessori, da Bersani a Zingaretti, nel dimenticatoio; e, da questo punto di vista, l’esperienza di Letta è stata purtroppo fallimentare.

La strategia approntata da Letta e soci, complici forse anche i tempi risicatissimi a disposizione, è stata un completo disastro a partire dalla narrazione che i vertici dem hanno deciso di proporre agli elettori: il voto al Nazareno come unico argine possibile da opporre al pericolo di una deriva autoritaria.

Per la sinistra, il manicheismo “buoni vs cattivi” non ha mai funzionato e, anzi, il più delle volte ha rappresentato l’anticamera della sconfitta (forse, l’esperienza di quella tragicommedia ventennale che va sotto il nome di “antiberlusconismo” sarebbe dovuta servire da lezione). E invece no: anziché evidenziare tutte le storture presenti nel programma degli avversari (la promessa di un blocco navale inattuabile e in spregio a ogni normativa internazionale, la previsione di misure assistenziali prive delle adeguate coperture, l’offensiva senza quartiere nei confronti dei diritti Lgbtq+, l’assenza di una strategia sensata per la riduzione delle emissioni climalteranti) si è preferito enfatizzare all’estremo la figura opaca di Giorgia Meloni, il suo passato, la sua cultura politica di riferimento (che, sì, è quella che è, lo sappiamo tutti) e i suoi modi di fare un po’ coatti.

Un piano destinato a naufragare ancora prima di partire e assolutamente inutile tanto nell’ottica di rosicchiare voti agli avversari (per l’elettorato di riferimento di Fratelli d’Italia, l’adesione ai principi fascisti non è un’onta, ma un valore) quanto nella prospettiva di conquistarne di nuovi (un messaggio così fragile e depotenziato non fa presa su nessuno).

Passiamo al secondo nodo, quello delle alleanze. Qui, se possibile, Letta ha abbassato ulteriormente l’asticella: la (bislacca) legge elettorale prevista per queste elezioni imponeva la costruzione di alleanze solide, leali e ben definite, per avere qualche chance in più nei collegi uninominali; peraltro, se il messaggio di partenza era già scaricassimo («votate noi per fermare i fascisti»), allargare il campo progressista, anche al netto della diversità di vedute su alcuni temi (reddito di cittadinanza e utilizzo del gas come combustibile di transizione in primis), poteva essere un modo per conferirgli un qualche tipo di sostanza. E invece no: il corteggiamento a Calenda (che, col senno di poi, avrebbe fatto comodo alla coalizione) si è dissolto nel tempo di vita di un’efemera, culminando in una lotta fratricida (e un po’ infantile) che non ha fatto altro che agevolare l’ascesa di Meloni.

Non dovesse bastare, una volta che il patto con il Terzo Polo è diventato carta straccia, Letta ha ben pensato di reclutare nella coalizione personalità discutibili e ai confini dell’impresentabilità, su tutti l’imbarazzante Luigi Di Maio, viandante occasionale posto alla testa di un partitino (Impegno Civico) irrilevante a livello elettorale e assolutamente lesivo per l’immagine della coalizione (la sua compagine non è stata capace di superare la soglia dell’1% e il suo leader è riuscito a perdere in un collegio venduto come blindassimo: di che parliamo?). Anche la scelta di candidare Casini (non certo un esponente della “sinistra sinistra”) a Bologna, la piazza rossa nostrana per antonomasia, riassume al meglio la poca lungimiranza dell’ormai ex segretario dem.

Veniamo all’ultimo punto: la (netta) sconfitta nel confronto con Giuseppe Conte per la conquista del summenzionato voto operaio. In due mesi, il Movimento 5 Stelle è riuscito a completare un restyling clamoroso, trasformandosi nella forza di sinistra più immediatamente riconoscibile dagli elettori di riferimento, sfruttando tutte le incongruenze di un Partito Democratico appiattito sulla promessa della prosecuzione dell’agenda Draghi (senza avere, peraltro, alcun tipo di riscontro da parte del diretto interessato) e impantanato sulla solita autoreferenzialità. Il risultato è che, oggi, Conte assomiglia a una specie di emulo italiano di Mélenchon, e stando all’opposizione avrà terreno fertile per crescere nei prossimi anni; il PD, invece, sarà ricordato una volta di più come il partito delle ZTL. 

Insomma: Letta passerà alla storia come l’ennesimo leader delegittimato di un partito che ha fatto della sconfitta il suo tratto distintivo, vanificando quei tentativi (meritori, lo ripetiamo, ma in ultima istanza inutili) di prefigurare una nuova svolta a sinistra nel Nazareno. Una sconfitta ben riassunta dal discorso con cui, ieri, il docente della Sciences Po ha scelto di congedarsi: «Se Giorgia Meloni andrà al Governo, il più a destra della Repubblica italiana, è per colpa di Conte, che ha fatto cadere il Governo Draghi». No, se Giorgia Meloni andrà al governo è perché il PD, come da tradizione, ha colto l’ennesima occasione per parlare (unicamente) a sé stesso.