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Emanuele Filiberto e i Savoia sono gli anticorpi della Repubblica

Gli eredi della famiglia reale sono ancora importanti per l’Italia, ma non nel senso che vorrebbero loro: guardarli ci spinge a preoccuparci per la tenuta delle istituzioni

Emanuele Filiberto al Festival di Sanremo nel 2010

Foto: Daniele Venturelli/Getty Images

Sì, siamo nel novembre 2019 e in Italia si parla ancora dei Savoia. Ieri Emanuele Filiberto (Umberto Reza Ciro René Maria) di Savoia, figlio di Vittorio Emanuele e nipote dell’ultimo re d’Italia Umberto II, ha diffuso un videomessaggio che ricorda in modo inquietante quello della discesa in campo di Berlusconi nel 1994. Emanuele Filiberto è seduto dietro una scrivania, in giacca e cravatta, e annuncia l’imminente “ritorno” della “famiglia reale” per “tutelare i cittadini”. 

Ovviamente il video è uno spot pubblicitario – per la terza stagione di The Crown su Netflix? Per una linea di vestiti? Non è chiarissimo. Ma non è importante. La cosa importante è – come ho scritto nella prima frase di questo pezzo – che sì, siamo nel 2019 e in Italia si parla ancora dei Savoia.

Ricordiamolo di nuovo: Casa Savoia non governa più l’Italia dal 1946, quando un referendum ha sancito la nascita della Repubblica. Casa Savoia non c’entra più niente con l’Italia dal 1947, quando la Costituzione ha decretato l’esilio per tutti i discendenti maschi degli ex re. Lo stesso Emanuele Filiberto non c’entra niente con l’Italia… da sempre. È nato a Ginevra, ha studiato e lavorato in Svizzera, ha vissuto in Svizzera e a Montecarlo. Ha messo piede in Italia per la prima volta nel 2002, quando l’esilio per i membri della sua famiglia è stato revocato a patto che giurassero fedeltà alla Repubblica.

Eppure i Savoia contano ancora qualcosa nell’Italia di oggi: perché? Sono dei dinosauri della storia, ma ogni tot di tempo torniamo sempre a parlare di loro. Lo facevamo prima che tornassero in Italia e lo facciamo ancora oggi. Sono una presenza strana e fantasmatica nella vita politica e culturale della Repubblica Italiana, dal suo atto di nascita a oggi.

Vittorio Emanuele di Savoia – un uomo di più di 80 anni nella cui pagina di Wikipedia la terza foto è la foto della sua culla – è stato più volte al centro delle cronache. A volte è avvenuto per le sue dichiarazioni colorite come quando non voleva scusarsi per le leggi razziali (“perché non ero neanche nato. E poi non sono così terribili” – ritrattata il giorno dopo) o quando si diceva disposto a giurare fedeltà alla Costituzione “se proprio lo devo fare”. 

Altre volte per cose più gravi. Negli anni ’70 è finito in un indagine su un traffico internazionale di armi tra Italia e Iran (poi archiviata). Nel 1978 è finito invischiato nella morte di Dirk Hamer, figlio 19enne del medico tedesco Ryke Hamer diventato poi famoso per la sua “cura alternativa” contro il cancro, ferito a morte da un colpo d’arma da fuoco alla gamba durante una festa su uno yacht in Sardegna, in circostanze confuse. Anche in quel caso Vittorio Emanuele è stato scagionato – è stato condannato a sei mesi per porto abusivo d’armi. Nel 1981 è risultato tra gli appartenenti alla loggia massonica P2 di Licio Gelli (tessera numero 1621). 

Nel 2006 è stato al centro di un’inchiesta denominata Savoiagate con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e allo sfruttamento della prostituzione – da lui commentata (lo sappiamo da un’intercettazione) così: “questi giudici sono dei poveretti, degli invidiosi, degli stronzi”. 

Alla fine dell’indagine – da lui definita “un attacco sistemato ai danni di Casa Savoia” da parte di “poteri occulti” – Vittorio Emanuele è stato scagionato, ma l’accusa ha effettivamente modificato l’idea che molta gente ha di lui: il pretendente al trono italiano sarebbe una specie di Clint Eastwood dalle dubbie frequentazioni e col grilletto facile. 

Completamente diversa, ma in fin dei conti ugualmente strana è la percezione comune del figlio Emanuele Filiberto. Già prima di poter tornare in Italia, Emanuele Filiberto era una personalità della tv italiana come ospite fisso di Quelli che il calcio. Da quando è rientrato dall’esilio la sua presenza in tv si è fatta ancora più costante e la sua fama è decollata: nel 2008 ha vinto Ballando con le stelle; nel 2010 ha fatto un programma in Rai con Pupo e in trio con Pupo e il tenore Luca Canonici ha partecipato a Sanremo con la canzone Italia amore mio (testo scritto da lui) fischiata e subito eliminata, poi ripescata e finita seconda. 

In seguito ha fatto una serie di altri programmi, consolidandosi come icona del trash televisivo: ha condotto Miss Italia, ha fatto L’isola dei famosi e Pechino Express, ha recitato nei panni di se stesso in un film con Christian De Sica.

Nonostante da 50 anni non contino più niente e – in teoria – non siano nemmeno nobili visto che l’Italia repubblicana non riconosce i loro titoli, i Savoia sono ancora importanti nella cultura italiana, ma non nel senso che vorrebbero loro. Hanno uno spazio come delle specie di macchiette, dei personaggi da folklore popolare che ci intrattengono con goffi tentativi di ricordare la gloria passata. 

Sono generalmente innocui e a volte risultano addirittura divertenti. Altre volte, come in questo caso, funzionano come delle specie di anticorpi: ci fanno preoccupare per la tenuta delle istituzioni repubblicane e del Paese che abbiamo costruito da quando li abbiamo cacciati dal potere, il che è un bene visto quanto spesso sminuiamo e non apprezziamo quello stesso Paese.

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