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Elly Schlein: «Con i 5 stelle neanche una settimana, amo la libertà d’espressione»

Non sembra una politica, ha un cognome difficile da ricordare e quando aveva otto anni suo nonno le regalò la Costituzione. La nostra intervista alla trionfatrice delle ultime regionali emiliane

Elly Schlein, foto via Facebook

«Ciao, possiamo piazzarci qui una mezz’oretta?». Il tecnico video, che in quella saletta sta armeggiando con una telecamera, acconsente: «Unica cosa: tra un po’ dovrebbe arrivare qui una politica, per un’intervista. Ma tanto questi qua sono sempre in ritardo…». Elly Schlein, eskimo verde e jeans, gli chiede sorridendo:«“Sa chi è la politica che deve arrivare?». «Non ricordo. Una con un nome strano…».

Non lo si può biasimare, il tecnico. Primo, perché la trionfatrice delle ultime Regionali emiliane non sembra una politica («Al Parlamento europeo mi scambiavano sempre per assistente»). Secondo, perché in effetti ha un nome difficile da ricordare. Un nome che parte da una famiglia dell’Europa Orientale, quegli Schlein trasferitisi in America durante le tragedie del Novecento. E si mischia una generazione dopo alla storia di Agostino Viviani, nonno materno di Elly: «Uno dei pochi a laurearsi senza camicia nera all’epoca del fascismo, a difendere gli ebrei in tribunale, a costo di essere preso a sputi in faccia per la città». Un politico, che a otto anni pensò bene di regalare alla nipote ‘I quattro codici’ più la Costituzione italiana.

Li lesse tutti?
Solo la Costituzione. In quegli anni preferivo suonare piuttosto che leggere.

Cosa suonava?
Il pianoforte. E dai 15 anni una chitarra elettrica, comprata di nascosto qui a Milano, con 400 mila lire di miei risparmi. Quando mi presentai a casa, mio padre richiuse la porta.

L’inizio di un amore.
Suonai in alcune band di punk melodico. Alla maturità mi presentai con la chitarra al braccio.

Un po’ come i “4 ragazzi con la chitarra sulle spalle” di Venditti.
Avevo il soundcheck per un concerto della sera. Facemmo Zombie dei Cranberries.

Ora cosa ascolta?
Mumford and sons, Lady Gaga, e gli Ex-Otago. La loro Ci vuole molto coraggio l’ho ascoltata per tutta la campagna elettorale.

Merito di un’assonanza col nome della sua lista: Emilia-Romagna coraggiosa. Con quella, con una presenza solida in rete, un’incursione contro Salvini postata sui social e vista da 4 milioni di persone, e soprattutto un’attenzione verso i nuovi movimenti di piazza italiani, Elly Schlein è diventata consigliera con oltre 20 mila preferenze, stabilendo il nuovo record della storia della regione. Un paradosso, per lei che in Emilia non c’è manco nata. «Ci sono arrivata da Lugano a 18 anni, per studiare il Dams a Bologna. Volevo fare la regista».

Quindi è laureata al Dams, come Di Battista?
No. Io dopo il primo anno cambiai. Non mi convinceva il percorso di studi. La decisione definitiva di cambiare la presi dopo aver ricevuto una multa che mi sembrava ingiusta.

Magari come lui ha viaggiato per l’America centrale.
(ride) No, ma per quella del Nord. Nel 2008, non ancora laureata, andai negli Usa a fare la volontaria per la campagna di Barack Obama.

Come mai?
Sono anche americana e ho diritto di voto anche lì. Non me la sentivo di stare sul divano a vedere la storia che mi passava davanti. Volevo stare là, come consigliava Terzani.

Dove se ne va?
A Chicago, ospite di due miei cugini. La sede del comitato era lo scantinato messo a disposizione da un sindacato.

Che cosa fa da volontaria?
Mi attaccavo al telefono e chiamavo le persone, seguendo lo script che mi era stato dato. Mi presentavo, spiegavo perché io avrei votato Obama e poi cercavo di convincere l’interlocutore a fare lo stesso.

Era brava?
Non lo so. Ma nel 2012 tornai come volontaria per la campagna per la rielezione. Questa volta ero io a formare i volontari. E lì vidi la bellezza della politica di Obama, che riusciva a creare entusiasmo tra persone diversissime tra loro, chiedendo loro partecipazione, anziché voti.

Poi torna in Italia, e si ritrova il Pd che parla di “convergenze parallele”…
Un disastro. Nel 2013 partecipo a Occupy Pd, una comunità di ragazzi che non voleva l’inciucio con la destra. Ci davano degli ‘irresponsabili’. Sei anni dopo, se gli italiani dicono che tra noi e la destra non c’è molta differenza, forse è colpa anche di quelle scelte là.

Le piace il governo attuale?
Un po’ timido.

Mi dia un aggettivo per Conte.
Quale dei due…?

Cattiva. Salvini?
Uno spregiudicato. Con una visione per me aberrante, ma almeno comprensibile.

Di Maio.
No, lui è ambiguo.

Dibba, possibile nuovo leader M5S.
Un bravo attore.

Meloni?
Una Giorgia.

Zingaretti?
Sincero.

Sinceramente, quale centrosinistra vorrebbe?
Vorrei una forza che permettesse le intese tra tre spinte: quella progressista, quella ecologista e quella femminista.

Tre cose piuttosto diverse.
E invece sbaglia. Sono tutte collegate e interdipendenti. Carola Rackete e Greta Thunberg non sono due entità distinte. Così come le piazze dei Fridays for Future, quelle delle Sardine o quelle contro il razzismo non sono formate da persone diverse.

Lei le ha frequentate tutte quelle piazze?
Sì. E mi è piaciuto il loro messaggio. Vogliono tornare a partecipare. Dicono ’non lasciamo soli i politici’. Mica ‘tutti a casa’.

Come i grillini. L’hanno mai corteggiata?
Sì. Gli ho risposto che non durerei neanche una settimana. Amo la mia libertà di espressione.

E il Pd? Nelle ultime ore qualcuno l’ha proposta addirittura come presidente del partito.
Io ne sono uscita nel 2015, perché avevamo perso la bussola. E sto bene dove sto. Il tema non è in quale casa vado io. Ma dove vanno a finire le persone senza casa che in queste settimane sono andate in piazza. Con loro, con quelle persone vogliose di ritrovare l’entusiasmo, abbiamo il dovere di essere chiari.

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