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Nel Partito Democratico è tempo di primarie

Luci e ombra del referendum che questa sera eleggerà il nuovo leader del Partito Democratico, tra Orlando e Emiliano che non sembrano minacciare una vittoria sempre più scontata di Renzi, con l'ex-premier che (forse) ha imparato dai suoi errori

Questa sera quasi certamente Matteo Renzi risarà segretario del Pd. Un esito senza suspense a coronare un congresso senza tensione e senza palpiti, quasi in sordina. Appena più incerta l’entità della vittoria, ma anche da questo punto di vista ci si attendono poche sorprese: l’ex segretario vincerà probabilmente con un margine molto ampio. Le tesi immaginifiche di chi, all’inizio del congresso, ipotizzava una vittoria di Renzi di misura e con una percentuale al di sotto del 50%, tanto da essere poi a rischio di detronizzazione a fronte di un’alleanza tra i due rivali, il ministro della Giustizia Andrea Orlando e il governatore della Puglia Michele Emiliano, si sono rivelate subito poco consistenti.

Il candidato in pole position ha doppiato il secondo arrivato, Orlando, con il 68,22% contro il 25,42% del guardasigilli. Molto distaccato il pittoresco pugliese, indeciso sino all’ultimo tra la scissione e la corsa per la guida del partito: si è fermato al 6,36%. Le primarie vere e proprie, quelle in cui non voteranno solo gli iscritti al Pd ma chiunque abbia voglia di recarsi nei diecimila gazebo che verranno allestiti oggi e sborsare due euro, non finiranno esattamente allo stesso modo ma quasi: i sondaggi registrano unanimi e monotoni da settimane il trionfo di Renzi, che sarà dunque quasi certamente eletto con una percentuale superiore al 60%, e forse anche molto superiore.

Un elemento di suspense tuttavia c’è, e non secondario: quello che riguarda l’affluenza ai gazebo. Una cosa è essere plebiscitato da una platea vasta, un’altra cosa è essere incoronato a grandissima maggioranza ma da una platea ristretta. La partecipazione, stavolta, sarà tutt’altro che eccezionale, soprattutto a paragone delle tornate precedenti. Nel 2013, quando Renzi fu eletto per la prima volta, votarono oltre 2 milioni e 800mila persone. Quattro anni prima, nelle primarie vinte da Bersani, si erano recati ai gazebo poco più di 3 milioni e 100mila elettori. Il record spetta comunque alle prime elezioni dell’allora neonato Pd nel 2007: i voti furono più di 3 milioni e 550mila. Stavolta non andrà così. Renzi, prudente, ha fissato un’asticella bassa. Si accontenterebbe di un milione di votanti. Se però anche quel limite dovesse essere varcato, se gli elettori non arriveranno a un milione, non sarà esagerato parlare di vittoria mutilata.

Matteo Renzi fotografato da Giovanni Gastel per Rolling Stone

In realtà è stato proprio il segretario uscente e rientrante a darsi da fare per evitare un afflusso ai gazebo troppo massiccio. Al momento della convocazione del congresso le previsioni parlavano infatti di una partecipazione di massa, seconda solo all’inarrivabile voto che nel 2007 incoronò Veltroni. Su una platea così estesa, secondo i sondaggisti più credibili, Renzi avrebbe probabilmente vinto comunque ma con una percentuale più esigua. Inoltre, tanto più dopo una scissione che aveva escluso in partenza la sfida più coinvolgente per la base, quella tra il “nuovo corso” di Renzi e i legami con le radici incarnato da Bersani, ci sarebbe stato un solo modo per tenere alta la tensione, condizione imprescindibile per una partecipazione di massa. L’ex premier avrebbe dovuto esporsi moltissimo e trasformare il congresso in un nuovo plebiscisto su se stesso, come aveva fatto per il referendum del 4 dicembre.

Proprio l’esito disastroso di quella personalizzazione lo ha convinto invece a volare basso, esponendosi poco e rinunciando agli abituali toni guasconi, anche a costo di pagare il prezzo di una partecipazione popolare limitata. Non è un prezzo basso. La nuova segreteria Renzi sarà comunque diversa da quella precedente, perché una sconfitta come quella del referendum lascia comunque cicatrici profonde, ma lo sarà tanto più se il trionfo del segretario sarà offuscato da una partecipazione al voto particolarmente bassa. Renzi non sarà il padrone assoluto del Pd, come nel suo triennio di premierato. Dovrà trattare con capicorrente potenti, a partire da Dario Franceschini, e dialogare con una minoranza che sarà certamente guidata da Orlando.

Ma in fondo non è questa la partita che davvero sta a cuore al ragazzo di Rignano. Ha sempre visto la segreteria del partito essenzialmente come un trampolino di lancio per la presidenza del consiglio e non stupisce che abbia escluso tassativamente qualsiasi modifica alla regola che rende il segretario automaticamente candidato del partito alla guida del governo. In ogni caso, anche se tanto più quanto maggiore sarà il numero dei votanti, Renzi è deciso a fare delle primarie e della rielezione una passaggio di fase: la fine del ciclo nero iniziato con la sconfitta al referendum. L’impostazione di gioco, di qui alle elezioni, è impostata sul modello francese: un fronte “repubblicano” ed europeista, pur se in nome di un’Unione europea “diversa”, contro i “populisti” anti-europeisti di casa nostra, con Beppe Grillo a far la parte di Marine Le Pen. Si spiega così il pronunciamento a favore di un’alleanza di governo, se il voto la renderà necessaria, con Berlusconi, che incarna l’altra metà del fronte “anti-populista”.

In questo schema di gioco politico i tempi contano molto. È probabile che Renzi cercherà per l’ennesima volta di anticipare la fine della legislatura per convocare le elezioni politiche in autunno. Un po’ per non perdere lo sprint che comunque il trionfo alle primarie gli garantirà, e molto per evitare di affrontare le urne dopo una manovra autunnale che sarà senza dubbio pesantissima. Non a caso il capo dei deputati Pd Rosato afferma che “sarebbe molto meglio se a varare la manovra fosse un governo destinato a restare in carica cinque anni”. Il prezzo dell’anticipazione sarebbe rinunciare a varare una nuova legge elettorale, nonostante le pressioni del capo dello Stato. È un gioco molto rischioso. Se Renzi lo tenterà, significherà che rispetto agli ultimi tre anni è cambiata la forma ma non la sostanza e che l’uomo è rimasto il giocatore d’azzardo di sempre. Senza una vera legge elettorale è molto probabile che il prossimo Parlamento non sia in grado di esprimere una maggioranza e quindi un governo. In un Paese in cui la fiducia popolare nelle istituzioni è ai minimi storici e in condizioni economiche tutt’altro che rosee sarebbe davvero un salto nel buio.

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