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È stato il Parlamento più pazzo del mondo, comunque vada a finire

La legislatura cominciata nel 2018 ha eletto i deputati e i senatori con l'età media più bassa della storia repubblicana. Tre governi (quasi quattro), centinaia di cambi di casacca, tante crisi di maggioranza e di nervi: cosa è successo e cosa dobbiamo aspettarci in futuro

Foto di FILIPPO MONTEFORTE/AFP via Getty Images

Quando i colpi di scena si susseguono uno dopo l’altro a cadenza giornaliera il problema non è rischiare di morire di paura. «Casomai morire di noia», dice un senatore di lungo corso che non vede l’ora di non ricandidarsi.

Quella cominciata nel 2018, la diciottesima legislatura della Repubblica Italiana, è (stata?) un luna park, un insieme di follie, incoerenze, drammi, sketch, tragedie e farse senza soluzione di continuità. E ancora non è finita, forse. Sembra passato un secolo e mezzo, ma quando il 4 marzo del 2018 il voto degli italiani incoronò il Movimento Cinque Stelle come primo partito e il centrodestra come prima coalizione: molti pensarono che fosse finalmente arrivato il momento della resa dei conti per la Repubblica, e invece quello era solo l’inizio di un pantano forse mai così esteso in un paese che di pantani istituzionali ne saprebbe pure parecchio.

Le premesse però erano interessanti: l’età media dei parlamentari era la più bassa di sempre (44,33 anni alla Camera e 52,12 anni al Senato), il «capo politico» della prima forza era un ragazzo nato nel 1986 (Luigi Di Maio), a destra il poco più che quarantenne Salvini aveva staccato l’anziano sultano Berlusconi e un sacco di vecchi notabili si erano schiantati nelle urne (uno su tutti, Massimo D’Alema, disintegrato nel suo storico collegio di Gallipoli). Distrutto, completamente distrutto, il Pd di Matteo Renzi, che raccolse il peggior risultato della storia del centrosinistra dal dopoguerra.

I problemi, per la verità, cominciarono subito: per trovare una maggioranza in grado di governare servirono oltre due mesi. Soltanto il primo giugno, infatti, l’avvocato Giuseppe Conte prestò giuramento come presidente del consiglio, dopo che il Movimento Cinque Stelle e la Lega erano riusciti a trovare un accordo. Appena tre giorni prima, quando sembrava che i partiti non riuscissero a mettersi d’accordo e pure il Quirinale entrò in partita ponendo alcuni veti, il presidente della Repubblica aveva conferito l’incarico di formare un governo tecnico all’economista Carlo Cottarelli, il tutto tra gli strali dei Cinque Stelle che per Mattarella evocavano l’impeachment.

Il primo anno della legislatura, quello del governo cosiddetto giallo-verde, fu terrificante. L’Italia sembrava essere diventata un’appendice degli Stati Uniti di Donald Trump, con inquietanti somiglianze pure con l’Ungheria di Orban e con altri paesi che poco hanno a che fare con la tradizione democratica europea. Tra i provvedimenti varati, il famoso reddito di cittadinanza, una parziale riforma delle pensioni («Quota 100») e la politica durissima sull’immigrazione del ministro degli Interni Matteo Salvini, tra inasprimenti delle pene per alcuni reati e la sciagurata fase dei «porti chiusi» e dei «taxi del mare» (definizione di Di Maio). In tutto questo, l’anonimo premier Conte inanellava figuracce a ripetizione, dal «congiunto Mattarella» al «sovranismo e populismo che sono in Costituzione».

Questo momento di follia assoluta, comunque, si chiuse in breve tempo. Nell’estate del 2019, dopo aver vinto le europee, tra un mojito, una serata in discoteca sulla riviera romagnola e l’invocazione dei «pieni poteri», Salvini strappò e mise in crisi il governo. È a questo punto che si registrò un fatto pressoché straordinario nella storia delle democrazie occidentali: si cambia la maggioranza di governo ma non il presidente del consiglio. Per settant’anni, in Italia, era sempre avvenuto il contrario: la maggioranza di governo restava sempre la stessa ma il presidente del consiglio si cambiava ogni tre per due.

Giuseppe Conte da capo di un governo di estrema destra diventa capo di un governo di sinistra, con il Movimento Cinque Stelle, il Pd, i gruppuscoli centristi e la sinistra di Leu. La regia dell’operazione fu di Matteo Renzi: il grande sconfitto del 2018 cominciò così a dimostrarsi autentico dominus della legislatura, l’uomo in grado di far cadere e creare i governi: l’incubo peggiore per il Movimento Cinque Stelle, che con le alchimie e i passaggi parlamentari non ha mai dimostrato di saperci fare più di tanto. La strana unione di governo, si pensava già poche settimane dopo il suo insediamento, potrebbe diventare un’alleanza politica stabile. E però la prima uscita tutti insieme appassionatamente – le elezioni regionali in Umbria del 2019 – si rivelarono un massacro: la destra, trainata dalla Lega, stravince, il centrosinistra giallorosso affonda miseramente, staccatissimo e mai realmente in partita. Con l’arrivo del 2020 tutto lasciava presagire che ci sarebbe stata una nuova crisi di governo ma il destino volle che sul pianeta Terra si abbatté uno degli eventi più sconvolgenti della storia: la pandemia di Covid 19. Ricorderete bene quei giorni di febbraio: la crescita dei contagi, le prime zone rosse, la paura, poi il lockdown e tutto il resto. Come si fa a buttare giù un governo in queste condizioni? Non si fa, e infatti Conte divenne uno dei premier più popolari di sempre.

Tutti i bei sogni, però, prima o poi finiscono con il risveglio. Molto amato dagli italiani, Conte dimenticò la regola aurea di ogni capo: mai far arrabbiare quelli che ti sostengono. Eternamente rinchiuso in quel di Palazzo Chigi con il suo factotum Rocco Casalino, l’avvocato cominciò a governare senza ascoltare il parlamento e i partiti. Il malumore cominciò a serpeggiare già dall’autunno del 2020 ed arrivò a esplodere tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio, quando Renzi – sempre lui – alzò il tiro e minacciò di ritirare l’appoggio del suo gruppo (la da poco nata Italia Viva). Destra a parte, pubblicamente nessuno si diceva d’accordo con Renzi, ma anche dentro lo stesso Pd Conte era diventato un peso quasi insopportabile. L’unico a non essersi accorto della cosa, comunque, era il segretario Nicola Zingaretti.

Benché sopravvissuto per miracolo (e con maggioranza solo relativa) a un voto di fiducia, Conte decise di rassegnare le sue dimissioni alla fine del gennaio del 2021. È il 3 febbraio, poi, quando Mattarella conferisce l’incarico di formare un governo a Mario Draghi, «il migliore degli italiani» per unanime convincimento.

Il resto della storia è fresco: all’opposizione restano solo Fratelli d’Italia e Sinistra Italiana, le altre forze politiche entrano tutte in maggioranza per un governo di salvezza nazionale incaricato di gestire la campagna vaccinale anti Covid e i fondi che dovranno arrivare dall’Europa per rimettere in piedi l’economia dopo il crollo dovuto alla pandemia. Le cose proseguono più o meno bene fino al gennaio del 2022, quando c’è da eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Draghi sembra l’uomo perfetto ma, vittima della stessa sindrome di Conte, crede di poter fare tutto da solo, ignorando il fatto che viviamo in una democrazia parlamentare. E così la sua sostanziale autocandidatura non viene raccolta con favore dai partiti e i suoi maldestri tentativi di fare accordi al telefono cadono tutti nel vuoto. Dopo una serie di giornate di fuoco, il parlamento in seduta comune decide di rieleggere per un secondo mandato Sergio Mattarella, che aveva sì detto di non voler continuare a fare il presidente ma, d’altra parte, non aveva mai detto che non sarebbe stato disposto a rifarlo. Un ragionamento di antica raffinatezza democristiana che solo pochi parlamentari avevano capito con largo anticipo – i primi appelli per la sua rielezione sono del novembre 2021 – e che però alla fine della fiera hanno portato il boccino a fermarsi esattamente dove avrebbe dovuto.

Draghi, malgrado il canonico buon viso a cattivo gioco, non ha mai del tutto nascosto la delusione per la mancata ascesa al Quirinale, ma prima ancora che potesse anche solo pensare di fare qualche mossa, la situazione internazionale precipita con l’invasione russa dell’Ucraina. Anche qui: impossibile andare via. Almeno fino a un certo punto, cioè l’oggi.

Luglio 2022. Spinto da spirito di vendetta e da sondaggi che vedono il suo partito in crisi di consenso a causa dell’eccessivo appiattimento sulle posizioni governative, Conte decide che il Movimento Cinque Stelle dovrà astenersi al voto di fiducia sul cosiddetto decreto Aiuti. Politicamente è l’antipasto dell’uscita dalla maggioranza. La situazione – ulteriormente complicata da una scissione dell’ex capo Di Maio, ormai su posizioni centriste e lontanissimo dai tempi delle barricate – è complicatissima: Draghi avrebbe ancora una maggioranza piuttosto ampia ma va lo stesso da Mattarella a rassegnare le sue dimissioni. Con tanto di strafalcione istituzionale: dopo l’addio, avrebbe voluto poter parlare in Parlamento. Il presidente della Repubblica, cogliendo la palla al balzo, non può far altro che respingere le dimissioni. E adesso l’attesa è tutta per la giornata di mercoledì 20 luglio, quando il dimissionario Draghi si recherà in Parlamento per fare alcune comunicazioni. Tecnicamente vuol dire che dopo ci sarà anche un voto, e lì si capirà se il suo governo è davvero finito o andrà avanti.

Votare in autunno o in primavera, a volerla dire tutta, non è che faccia una gran differenza e chi si dichiara pronto alle elezioni in realtà sta solo facendo propaganda. Al massimo si potrebbe dire che, viste le fosche previsioni economiche per i prossimi mesi, avere un Draghi a Palazzo Chigi che dovrà ingoiarsi le possibili proteste fa comodo un po’ a tutti.

Vale la pena, comunque, sottolineare qualche numero. Perché, in fondo, la distanza con il terremoto politico de 2018 è tutta lì: il Movimento Cinque Stelle ha cominciato la legislatura con 227 deputati e 111 senatori. Attualmente ne ha, rispettivamente, 104 e 61. Si tratta del più grande tracollo parlamentare della storia repubblicana. Un tracollo che però non riguarda solo il Movimento.

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