E se fossero i rom a cacciare Salvini?

Siamo stati a Barcellona dove il popolo gitano ha manifestato ieri compattamente contro il ministro dell'Interno.

Una coppia di turisti giapponesi si ferma ed estrae immediatamente la macchina fotografica. Dei giovani americani in bermuda e camicia hawaiana cercano di capire che succede. “Amazing!”, esclamano all’unisono. Due ragazze russe, cariche di borse di Gucci e Louis Vuitton, sgranano gli occhi e si dicono qualcosa all’orecchio, poi applaudono. Alcuni barcellonesi, appena usciti dagli uffici, si uniscono al mezzo migliaio di persone riunite e intonano gli slogan che tutti stanno ripetendo da una buona mezz’ora: “Salvini dimisión”, “Antigitanismo es lo mismo que el nazismo”, “Somos gitanos, somos europeos”, “Gitanos, italianos, somos hermanos”. C’è bisogno di tradurre?

Si avvicina anche una famiglia italiana. Madre, padre, due figli adolescenti. Sono di Bergamo, in vacanza a Barcellona. Hanno appena visitato la Pedrera di Gaudì. “Bellissima”, mi dicono, “sembra di vivere in un sogno”. Mi chiedono che sta succedendo. Gli spiego che i gitanos della Catalogna, ossia la comunità dei sinti e dei rom, ha organizzato una manifestazione per protestare contro le dichiarazioni di Salvini. Mi guardano, si guardano. Il padre sbotta: “Hanno ragione!” La madre lo segue a ruota: “Che figura di merda che ci sta facendo fare Salvini. Che vergogna!”

C’è da stupirsi? Forse no, forse sì. Chissà che penseranno al ministero dell’Interno: gli “zingari” sono capaci di organizzarsi? “Va là, va là. Quelli lì son buoni solo a rubare”. E invece la comunità rom e sinti a Barcellona, ma in tutta la Catalogna e in tutta la Spagna, è forte, radicata, organizzata. E vuole far sentire la propria voce. Soprattutto in un momento come questo. “Manteniamo un sentimento di comunità e di famiglia molto forte”, mi spiega Lorena Padilla. “Quello che succede in Italia riguarda tutti i sinti e i rom, non solo quelli italiani. In realtà riguarda tutti gli esseri umani. Quando permetti e legittimi che si colpisca un gruppo di persone per la sua età, per il suo orientamento sessuale, per la sua condizione di classe, per la sua origine etnica stai permettendo che si possa creare una gerarchia tra le persone. Quando permetti che si possa attaccare un sinti o un rom per la sua condizione etnica stai permettendo che nel futuro succeda lo stesso anche a te”.

Arrivano altre persone al numero 90 di Passeig de Gràcia. Il luogo non è casuale. Lì si trova la sede del Parlamento Europeo a Barcellona. Il direttore, Ferran Tarradellas, riceve una delegazione dei manifestanti che gli consegna una lettera in cui si chiede alla Commissione Europea di condannare le dichiarazioni e le politiche anti-rom promosse da Salvini.
È presente anche Juan de Dios Ramírez Heredia, il primo eurodeputato di sempre della comunità sinti e rom. Per ben dodici anni, dal 1986 al 1997, è stato a Bruxelles negli scranni del Partito Socialista spagnolo. E i nove anni precedenti, dal 1977, le prime elezioni dopo la fine del franchismo, sedeva alle Cortes di Madrid. Una voce fuori dal coro, un oratore apprezzato, sempre in prima fila per le battaglie della sua comunità e di tutte le minoranze. “Conosco bene la realtà del mio popolo in tutta Europa e ciò che stiamo vedendo a Barcellona non è nient’altro che un debole riflesso di ciò che pensa e teme la maggioranza dei sinti e dei rom in Italia, in Spagna, in Ungheria, in Ucraina e in tanti luoghi in cui siamo ancora perseguitati”, mi dice, guardandomi con i suoi occhi vivaci nonostante i 76 anni appena compiuti. “Una manifestazione come quella di oggi è un segnale d’allarme. Conosciamo il passato. Quando si inizia a perseguitare una minoranza e non c’è una risposta coraggiosa che lo impedisca, l’onda può crescere sempre di più. Per questo si ripete “mai più!” Salvini potrà fare tutti i censimenti che vuole, ma noi continueremo a protestare. Non rimarremo zitti.”

La manifestazione si mette in moto. Ordinata e allegra. Si va verso il Consolato Generale d’Italia a Barcellona, un isolato più in basso. Il giorno prima si è fatto lo stesso all’Ambasciata italiana a Madrid. E a Siviglia e Valencia. I cori non cessano nemmeno un secondo, accompagnati dai fischietti e dagli applausi. Le bandiere del popolo rom colorano il tutto: il verde della terra e l’azzurro del cielo e, nel centro, una ruota raggiata rossa che rappresenta il continuo migrare di questo popolo. Non mancano nemmeno i cartelli come quello che ritrae Salvini con la camicia bruna nazista, come un Hitler del terzo millennio, e in cui campeggia la scritta “No al nazismo. Che non si ripeta la stessa storia”.

Ma i rom e i sinti venuti da tutta la Catalogna non sono soli. Dietro una bandiera repubblicana – quella gialla, rossa e viola della Seconda Repubblica Spagnola – c’è Enric Bárcena, portavoce di Barcelona en Comú, la piattaforma municipalista che governa da tre anni la metropoli catalana. “È gravissimo quello che sta succedendo in Italia”, mi dice. “Siamo qui per accompagnare il popolo rom per lottare contro questa regressione inaccettabile.” Al suo fianco c’è anche Lola López, assessore all’Immigrazione e all’Interculturalità nella giunta di Ada Colau. Mi spiega che la comunità sinti e rom è molto numerosa a Barcellona e in tutta la Catalogna e che da quando Ada Colau da attivista antisfratti si è convertita in sindaca della seconda città spagnola si sta recuperando la memoria storica delle persecuzioni sofferte dal popolo rom. “La loro storia di persecuzione spiega la loro situazione attuale di esclusione. Stiamo lavorando per dare visibilità a questo popolo. Hanno una forza incredibile e anche oggi sono loro che ci danno una grande lezione”, mi dice commossa.

Una decina di metri più in là c’è anche una bandiera con “Il Quarto Stato” di Pellizza da Volpedo e uno striscione in italiano: “Non in nostro nome”. Lo portano un gruppo di italiani residenti a Barcellona che hanno fondato una decina d’anni fa l’associazione AltraItalia. “Siamo qui per protestare contro le politiche di esclusione del ministro dell’Interno Matteo Salvini perché siamo a favore dell’integrazione, dell’abbattimento delle frontiere, della creazione di un’Europa unita, solidale, sociale e aperta ai migranti”, mi dice Marcello Belotti, uno dei membri di quest’associazione che si è battuta, tra altre cose, per recuperare la memoria democratica denunciando lo stato italiano per i bombardamenti dell’aviazione legionaria fascista su Barcellona durante la Guerra Civile spagnola del 1936-1939.

Le persone sono tante per essere un pomeriggio qualsiasi della fine di giugno. E soprattutto perché ci troviamo nel Passeig de Gràcia, non una strada qualsiasi del centro di Barcellona. È il viale paragonato agli Champs Elisée parigini, pieno zeppo di boutique di lusso dove i turisti benestanti spendono vagonate di euro nelle loro vacanze sul litorale catalano. I bei palazzi tardo ottecenteschi riempiono il reticolato di strade del quartiere dell’Eixample progettato dal geniale architetto Ildefons Cerdà.

Superato il negozio di Cartier, i manifestanti svoltano in Calle Mallorca che, invasa dalle bandiere e dai cori, è chiusa al traffico. Diverse persone si affacciano ai balconi. Quando capiscono di cosa si tratta, applaudono. Una signora corre in cucina a prendere una pentola e inizia a batterla forte con un cucchiaio. È la tradizionale cacerolada per farsi sentire in segno di protesta. Arrivati davanti al Consolato italiano una delegazione è ricevuta dalla console. Le si consegna una lettera in cui si chiede al presidente del Consiglio Giuseppe Conte una condanna delle dichiarazioni di Salvini e le dimissioni del ministro dell’Interno. Arriveranno mai? Cosa ci si può aspettare da chi ha difeso la politica della ruspa e ha chiuso i porti italiani alle nave delle ONG cariche di migranti? E da Conte? Nulla, temo.

Poco a poco tutti vanno verso casa. Uno degli ultimi ad andarsene è Andrea Tappi, professore al Liceo Italiano di Barcellona. Sta slegando la bicicletta, una sigaretta tra le labbra. Gli chiedo perché è lì. “Mi sembra importante protestare contro queste politiche inaccettabili. L’Italia ha una tradizione di apertura e non di chiusura. È la nostra storia. Non esistono le frontiere, esiste solo il cielo.” Sì, è proprio così. Esiste solo il cielo. Il cielo azzurro che campeggia sulla bandiera del popolo rom che ci ricorda ancora una volta come restare umani. Ascoltiamoli prima che sia troppo tardi.