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È il momento giusto per parlare di reddito universale?

Secondo l’economista britannico Guy Standing, la pandemia sarà il detonatore di un sistema economico precario. Per superarla servono soluzioni radicali, che adesso convincono anche governi e miliardari della Silicon Valley

Foto: Thomas Lohnes/Getty Images

Provate a immaginare di ricevere dallo Stato 400 euro al mese – cifra ipotetica – senza che nessuno vi chieda nulla in cambio se non di essere cittadini italiani residenti sul territorio nazionale: ci mettereste la firma? È una domanda che ipotizza uno scenario talmente irrealistico che non vale nemmeno la pena pensarci: questo è probabilmente ciò che molti risponderebbero. Eppure è da molto che si discute di reddito di base incondizionato, laddove con questa espressione s’intende un’erogazione monetaria distribuita a intervalli regolari e per tutta la vita da un Paese ai suoi abitanti, cumulabile con altre tipologie di reddito (stipendi e guadagni provenienti da attività imprenditoriali e rendite) e indipendente dall’attività lavorativa svolta (quindi garantita a occupati e disoccupati allo stesso modo), così come dall’identità sessuale, dalla fede religiosa, dal ceto, dall’età.
 
Il primo a pensarci fu Thomas Paine, intellettuale considerato tra i padri fondatori degli Stati Uniti d’America: nel libro La giustizia agraria del 1795 difendeva l’idea di un fondo alimentato dai proprietari terrieri che permettesse di versare a ciascun individuo una somma annua. In seguito e in epoche diverse altri hanno ripreso il concetto con differenti argomentazioni, da Michel Foucault, sostenitore del reddito di base come mezzo per limitare il controllo sociale dello Stato, all’accademico belga Philippe Van Parijs, che a fine anni 80 diede il via al processo che avrebbe portato alla nascita del Basic Income Europe Network, circuito di cui fanno parte economisti, studiosi e affini, ingranditosi a livello internazionale fino a diventare, nel 2004, il Basic Income Earth Network (BIEN). Tra i fondatori, l’economista britannico Guy Standing, professore di sociologia dello sviluppo presso la School of Oriental and African Studies dell’Università di Londra e autore di più saggi sull’argomento, tra cui il recente Battling Eight Giants: Basic Income Now (Bloomsbury, 2020).
 
Standing sostiene che mai come in questo momento vada introdotto un dispositivo che consenta una ridistribuzione della ricchezza volta a quell’equità sociale che – complice la politica – neoliberismo e globalizzazione spinti all’estremo hanno contribuito a smantellare almeno dal 2000 in avanti. «La recessione provocata dal diffondersi del coronavirus impoverirà milioni di persone che già erano in sofferenza a causa di redditi bassi e precarietà», osserva l’economista. «Tanti rischieranno di perdere il lavoro, se non l’hanno già perso, e magari anche la casa perché impossibilitati a pagare l’affitto. Tantissimi saranno così impoveriti da essere costretti a sopravvivere, più che a vivere. Le conseguenze potrebbero essere drammatiche. La mia tesi è che l’unica soluzione è l’introduzione del reddito base, e spero che questo messaggio arrivi anche al governo italiano».
 
Lei si occupa di reddito di base da più di trent’anni e questo strumento è sempre stato visto dai più come utopico: perché crede che adesso i governi potrebbero cambiare idea?
Da un lato per i motivi etici e filosofici che sottolineo da sempre: è una questione di giustizia e di libertà, il reddito di base incondizionato darebbe alle persone la sicurezza di base, che è un bisogno umano. Dall’altro a farmelo pensare sono i fatti: negli ultimi decenni il mondo globalizzato è stato dominato da un neoliberismo che ha portato a ciò che io definisco «capitalismo delle rendite», ossia a un capitalismo che concentra il denaro nelle mani di coloro che possiedono proprietà, non importa se fisiche, finanziarie o intellettuali. Tutto ciò è successo prima che il coronavirus ci colpisse. Ora la pandemia ci ha messo di fronte alla realtà: quel sistema economico è estremamente fragile, caratterizzato da una disuguaglianza sociale disgustosamente elevata. In questo contesto dove l’insicurezza è comune a troppe persone e lo stress a essa associato pure, il Covid-19 è come una scintilla, un detonatore: per evitare una depressione economica globale servono impulsi economici trasformativi che siano davvero radicali.
 
Quindi un reddito di base legato alla cittadinanza e alla residenza in un determinato Paese. A volte lo si definisce «universale», aggettivo che penso possa causare malintesi tra i più scettici.
Nei miei libri non utilizzo quel termine, universale. Quel che penso è che ogni residente legale dovrebbe ricevere un reddito base. Questo significa che da questa misura sarebbero esclusi coloro che non hanno cittadinanza e residenza. E qui si apre la questione migranti, ma sia chiaro, la mia non è mancanza di compassione nei loro confronti, per quanto mi riguarda i migranti vanno e andranno sempre sostenuti. Si tratta di pragmatismo, l’immigrazione e il reddito base sono temi da affrontare distintamente: per ovvi motivi non è possibile far funzionare un sistema che prevede che chiunque arrivi in Italia possa ottenere un reddito di base. Fatta questa premessa, il reddito di base così concepito è fattibile; non è nulla di utopico, anzi, semmai è una priorità.
 
Un’altra perplessità sollevata dagli scettici riguarda l’idea che il reddito di base incondizionato andrebbe a sostituire lo stato sociale. E se con stato sociale intendiamo anche istruzione scolastica e sanità pubblica le dico subito che in Italia nessuno lo auspicherebbe.
Sono d’accordo, ma nessuno dice che con l’introduzione di questa misura le politiche sociali si fermerebbero o che il sistema sanitario e scolastico sarebbero smantellati.
 
Con che soldi si potrebbe finanziare?
Per esempio si potrebbe introdurre una tassa sui redditi più alti o sul carbonio, ossia sulle risorse energetiche inquinanti, per renderlo anche ecologicamente sostenibile.

In ogni caso occorrerebbe un cambiamento di paradigma totale: l’economia dovrebbe tornare a essere vista come quel sistema che garantisce un’equa distribuzione della ricchezza e bisognerebbe passare da una concezione del denaro come strumento di potere a una concezione del denaro come strumento di libertà in senso egualitario, per sbloccare quell’ascensore sociale che in Italia e in molti Paesi è ormai quasi del tutto inceppato. Alla luce di ciò quel che incuriosisce è che Mark Zuckerberg abbia definito il reddito di base incondizionato «un’idea bipartisan» e che adesso persino Boris Johnson abbia dichiarato di volerlo prendere in considerazione, pur se temporaneamente, per fornire protezione ai lavoratori in questo periodo di difficoltà.
Già, sono impressionato. Il 27 marzo sono stati pubblicati i risultati di un sondaggio d’opinione effettuato nel Regno Unito sulle misure economico-finanziarie cui ricorrere in questo momento: l’84 per cento degli interpellati ha dichiarato di essere a favore dell’introduzione di un reddito di base. Per come la vedo io questa pandemia sta aumentando la consapevolezza che abbiamo bisogno di prenderci cura di tutti se vogliamo far ripartire l’economia. E la ragione è semplice: ai Paesi servono persone in grado di spendere e di pagare i loro affitti e servizi, altrimenti il sistema collassa. Solo dobbiamo evitare i terribili errori compiuti dopo la crisi finanziaria del 2008, quando la BCE immise nel sistema un’enorme massa di liquidità per salvare le banche: se avesse messo quel denaro nelle tasche dei cittadini? Anche il Ministro dell’economia neozelandese, Grant Robertson, sta considerando quest’opzione.
 
E in Italia?
A un certo punto in Italia c’erano i 5 Stelle che erano a favore, ma poi hanno optato per un reddito di cittadinanza legato a determinate condizioni, come sapete. Hanno perso coraggio, si sono sostanzialmente suicidati lasciando spazio alla Lega, soggetto politico pericoloso (nel frattempo, il 30 marzo, Beppe Grillo ha rilanciato l’idea del reddito di base universale, l’intervista è stata fatta prima; nda).
 
Fuori dall’Italia il già citato Zuckerberg vede di buon occhio l’introduzione del reddito di base incondizionato e dalla parte di quest’ultimo ci sono anche molti imprenditori della Silicon Valley e altri multimiliardari come Elon Musk, il cofondatore e amministratore delegato della Tesla, e Richard Branson di Virgin Group. Come se lo spiega?
Il loro ragionamento è che in futuro l’intelligenza artificiale, la robotizzazione e l’automazione crescenti – fenomeni che non si può immaginare di poter arrestare – spingeranno moltissime persone fuori dal mercato del lavoro, il che aggraverà ancora di più le disuguaglianze.
 
E questo sarebbe un rischio anche per i loro affari…
Certo, va trovato un meccanismo per cui le crescenti entrate dei proprietari di robot – semplificando – possano essere ridistribuite alla gente comune. Perché altrimenti chi comprerà i loro prodotti e servizi? Non sono un tecnocrate come quelli della Silicon Valley, sono un uomo e un economista di sinistra, ma capisco cosa li spinga a sostenere il reddito di base incondizionato: la loro necessità che la gente, più gente possibile, abbia abbastanza denaro da spendere. Devo preoccuparmi perché quegli uomini rappresentano l’élite, perché sono plutocrati e super ricchi? Mi preoccupa di più il sistema che abbiamo al momento. E sono convinto che un nuovo sistema che preveda un reddito di base incondizionato cambierebbe l’intera struttura della nostra economia in meglio.
 
È una provocazione, ma in fondo il reddito di base potrebbe anche essere percepito come un compenso per i dati che tutti noi forniamo ogni giorno a piattaforme digitali quali Google, Amazon, Facebook. Che cosa risponde, però, a chi ritiene che con questa entrata fissa ricevuta regolarmente nessuno lavorerebbe più?
Replicherei che tutti gli studi pilota sul reddito di base incondizionato condotti finora in varie parti del mondo hanno dimostrato che grazie a questo dispositivo le persone si sentono stimolate a lavorare di più, non di meno. Perché il reddito di base dà più fiducia, più energia, più forza nell’assunzione di rischi imprenditoriali. Permette anche alle persone di essere più produttive e più collaborative sul lavoro.
 
Crede che metterebbe fine alle «guerre tra poveri» cui milioni di precari sono costretti perché fondamentalmente sotto ricatto?
Non solo, agevolerebbe il superamento della cosiddetta «trappola della povertà». Perché come fa oggi una persona senza possibilità economiche a non accettare un lavoro nonostante quel lavoro sia sottopagato? Però vorrei tornare un attimo alla domanda precedente: lei smetterebbe di lavorare se lo Stato le desse, che so, 400 euro al mese?
 
No, non smetterei.
Nessuno smetterebbe, perché le persone vogliono migliorare la qualità della propria vita, desiderano che i loro figli studino, vogliono prendersi cura dei loro genitori e nonni, e per tutto questo servono soldi. Nessuno smetterebbe di lavorare, ma tutti avrebbero maggiori possibilità di seguire le proprie vocazioni, di prendersi cura dei propri cari, di sviluppare idee. Si darebbe maggiore slancio all’iniziativa personale, alla creatività e dunque al lavoro. In più si rafforzerebbe la solidarietà sociale, il senso di comunità.
 
In che senso?
Il reddito di base incondizionato darebbe dignità a molte persone che al momento vivono una condizione economica talmente dura che è per loro impossibile solidarizzare con gli altri membri della loro comunità. E la solidarietà è un elemento essenziale in una buona società. La storia insegna che in una società frammentata e divisiva, al contrario, l’emergere di istanze populiste e autoritarie, se non addirittura fasciste, è più probabile.

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