È finita la sorveglianza speciale per ‘Eddi’ Marcucci: «La mia rabbia mi ha protetto» | Rolling Stone Italia
Home Politica

È finita la sorveglianza speciale per ‘Eddi’ Marcucci: «La mia rabbia mi ha protetto»

Era stata condannata perché ritenuta socialmente pericolosa. L'abbiamo intervistata per parlare di 'Rabbia proteggimi', il libro in cui ha raccontato il suo periodo di isolamento

Screenshot da RaiPlay

«Socialmente pericolosa». Con questa motivazione, il 17 marzo 2020 il Tribunale di Torino ha disposto due anni di sorveglianza speciale per Maria Edgarda Marcucci. Due anni di divieti e coprifuoco: a casa alle 21 tutte le sere, ritiro del passaporto, nessuna partecipazione a incontri pubblici, comunicazioni costanti con la Polizia per avvertire di ogni spostamento. La sorveglianza speciale è una misura di prevenzione introdotta nel 1931, in epoca fascista, e consiste in una serie di limitazioni della libertà personale in assenza di reati, ma a causa della pericolosità sociale di una o più persone. La richiesta della procura torinese per Marcucci era arrivata l’anno prima, nel 2019, ed era rivolta ad altre quattro persone: Paolo Andolina, Jacopo Bindi, Davide Grasso e Fabrizio Maniero. Tutti accomunati da percorsi di attivismo e militanza nell’area antagonista torinese e dal sostegno alle milizie siriane democratiche, le Ypg e Ypj, impegnate contro l’avanzata dell’Isis in Medio Oriente. Tutti e cinque in periodi diversi e con ruoli diversi sono stati in Siria del Nord per dare sostegno militare e culturale al progetto del confederalismo democratico. Udienza dopo udienza sono stati scagionati dall’accusa di pericolosità sociale. Tutti tranne Maria Edgarda Marcucci. Oggi, due anni dopo, la sua sorveglianza speciale è finita. Può tornare a uscire di casa dopo le 21 e non deve più comunicare i suoi spostamenti ad agenti in divisa. Ha raccolto la sua vicenda giudiziaria in un libro, Rabbia proteggimi, edito Rizzoli Lizard e uscito a marzo, proprio in corrispondenza della fine del provvedimento.

Com’è nata l’idea di scrivere un libro?
La mia necessità era prendere parola, proprio perché un tribunale aveva deciso di negarmela. È stato un modo per amplificare la mia possibilità di parlare a più persone possibili. I divieti ai quali sono stata sottoposta, come ad esempio quello di non accedere a esercizi pubblici dopo le 18, di fatto mi hanno imposto un isolamento. Scrivere un libro è stato il mio modo di romperlo.

E di fatto ti sei sentita isolata, lasciata sola, in questi due anni?
Se l’intento del dispositivo era quello di isolarmi, sicuramente non ci sono riusciti, anzi. Si sono create possibilità di incontri nuovi. Io e le persone che mi hanno mostrato solidarietà abbiamo costruito un ponte verso le esperienze che mi hanno portata fin qui, un’occasione in più per parlare di battaglie fondamentali. Dalle lotte contro l’alta velocità in Val di Susa, al progetto di Confederalismo democratico del Rojava, nella Siria del Nord-Est. Anche per questo con il libro avevo il bisogno di togliermi di dosso l’etichetta della figurina eroica e solitaria che mi si è cucita intorno, perché non rappresenta la realtà, anzi: la mia esperienza si forgia nelle relazioni. Il dispositivo della sorveglianza speciale è un inganno, perché individualizza processi collettivi.

Cambieresti qualcosa di ciò che poi ti ha portata ad avere la sorveglianza speciale?
Assolutamente no. Mai, nemmeno per un momento ho dubitato delle mie battaglie. Mai ho pensato di essere davvero pericolosa. Mai mi hanno fatto dubitare di essere dal lato giusto della storia. Mi hanno fatto provare rabbia, quella sì, ed è stata il motore per continuare la mia lotta.

Al punto da dare il titolo al tuo libro, Rabbia proteggimi.
Credo che la rabbia sia un sentimento potente quando è messa al servizio di fini collettivi. A volte ci mangia da dentro, ma quando sono stata in difficoltà, sull’orlo della rassegnazione, la rabbia per le ingiustizie che ho visto si è trasformata in uno strumento di autodifesa e mi ha aiutata a onorare il cammino aperto da persone come Lorenzo Orsetti e Anna Campbell, caduti in battaglia in Siria, di cui non si parla mai abbastanza. Laddove quel dolore può annientare, la rabbia mi protegge.

Tra le primissime ragioni con cui la Digos ha motivato la tua pericolosità sociale c’era il fatto di aver imparato a utilizzare le armi in un paese straniero. Ora che guerra e armi sono di fatto entrate nel dibattito pubblico mainstream, a causa della crisi in Ucraina, credi che l’idea di saper combattere risulti meno pericolosa?
Quando si parla di guerra si usano toni diversi per situazioni che si somigliano, ma avvengono in paesi e contesti diversi. C’è una gerarchia delle vite che in alcuni casi si fa più evidente, come con quest’ultimo conflitto. Ma la verità è che anche adesso chi ci rimette sono le persone normali e la società di persone simili a noi.

Nel libro spieghi che il decreto di sorveglianza speciale «in certi passaggi è indistinguibile da una diagnosi psichiatrica». In che senso?
Quello che è stato messo in discussione nel mio caso non è tanto cosa ho fatto, ma chi sono io. Sono stata dichiarata socialmente pericolosa per la mia “indole aggressiva” e per la mia “mentalità da soldato”. Il problema delle misure di prevenzione è proprio questo: troppa arbitrarietà dello Stato di limitare la libertà in assenza di reati. Sia la Procura che il Tribunale di Torino hanno sanzionato non una condotta sbagliata, ma un modo di essere, che coincide con l’appartenenza a esperienze di lotta come quella contro la Tav in Val Susa. E la mia storia non è l’eccezione, è la regola.

Però tu non hai rispettato tutti i limiti imposti dalla sorveglianza speciale.
Non tutti. Tornavo a casa alle 21, comunicavo i miei spostamenti alle autorità e ritengo di aver vissuto onestamente, come disposto dalla misura di prevenzione, ma ad esempio il divieto di partecipare a manifestazioni pubbliche non l’ho rispettato. Certo, ho dovuto scegliere più attentamente le iniziative a cui aderire, perché per ogni rottura del divieto avrei potuto rischiare dai 3 ai 12 mesi di condanna.

Perché correre questo rischio ogni volta?
Per me era una misura inaccettabile, quindi ho ragionato su cosa volesse dire in termini pratici rifiutarla. E questo ho fatto. È inaccettabile che in uno stato di diritto esistano misure di prevenzione che limitano la libertà personale in assenza di reati. È inaccettabile che la Procura di Torino si dimentichi di aver provato a infangare il nome delle Ypg e Ypj, gettando un’ombra di sospetto su un’esperienza di sacrificio piena di storia.

Adesso che la sorveglianza è finita cosa succede?
Spero di avere qualche mese di tregua, non è l’unico processo in cui sono coinvolta. Userò questo tempo non lontana né distante dalle questioni che sono importanti per me, come ho sempre fatto.

Tornerai in Kurdistan?
Partirei anche adesso, ma ancora non ho il passaporto. Me l’hanno tolto due anni fa. Ora finalmente posso chiederne uno nuovo, vedremo cosa succede.