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E dopo una giornata di sbadigliocrazia diretta, l’Italia russò

Il sequestro dell'Italia da parte del popolo di Rousseau è finito in plebiscito: il governo Conte si farà. Il Movimento 5 Stelle diventa la nuova Dc, il Pd torna indietro di 15 anni: solo la discontinuità con il passato ci salverà

Foto Elisabetta Villa/Getty Images

Luigi Di Maio e Giuseppe Conte il 1 giugno 2018, alla presentazione del governo Conte I

I 79mila anonimi digitali che tenevano l’Italia sotto sequestro si sono finalmente espressi ieri, da bravi “cittadini” dotati di mouse quali sono. Percentuali bulgare: 80 a 20, il Governo si farà. La base del Movimento 5 Stelle con tutta evidenza aveva finora sapientemente spiazzato l’opinione pubblica con tutti quei “Mai col Pd” e gli “E allora il Pd?”, in attesa di liberare il boato maggioritario sull’ottovolante di Rousseau. Tutto è possibile: che gli iscritti al movimento siano finissimi strateghi del compromesso politico. O l’opposto, cioè che siano degli altrettanto formidabili pigiabottoni radiocomandati. O ancora, che il salvifico strumento fetale della democrazia diretta in realtà sia un tool degno di Totòtruffa ’62. Da un popolo – o una community o una galassia digitale, non so come preferiscano essere chiamati – che ha fatto del sospetto e del gombloddo!1!1 la sua cifra dell’agire, un’occhiata ai server della Casaleggio Associati la si potrebbe pure dare. E invece niente, ci si affida a un bizzarro notaro arruffato che sguscia fuori da un portone per rassicurarci che tutto “è certificato, anche da un’azienda terza”, e va bene così.

Prendiamola un po’ a ridere questa farsa della democrazia diretta universale gestita però interamente nelle segrete di una stanzetta off-limits al resto del mondo. Qui garantisce il suddetto notaro, come nei quiz di Mike Bongiorno, e poi garantisce il guru in persona, l’ineffabile Casaleggio jr, che non perde l’occasione propizia per pubblicizzare il suo sbalorditivo strumento in diretta tv, “utile per l’e-learning” almeno tanto quanto a stabilire se i Presidenti della Repubblica siano dei fessi oppure no. È un congegno poliedrico, non c’è che dire, diamogliene atto.

Il governo del dottor Frankenstein è quindi in fase di assemblaggio. Grande vittoria di Giggino Di Maio che ha portato a casa la ghirba, potendo così continuare a non lavorare anche per i prossimi mesi. Il suo speech della vittoria è l’ennesima dimostrazione – non che ce ne fosse bisogno – dell’inadeguatezza intellettuale di questo buffo ometto che ha preso in giro la parte più fragile dell’elettorato italiano anche ieri, sostenendo un’impresentabile teoria secondo la quale se fai cadere il governo per il tuo tornaconto elettorale, alla fine “il popolo italiano ti punisce”. Il destinatario del raffinatissimo insegnamento era ovviamente Matteo Salvini, il quale pare non l’abbia ricevuto, preso com’è nell’impresa di liberarsi dal cappio che lui stesso si è fabbricato e posizionato intorno al bavero. Un plauso a Salvinone lo facciamo anche qui: mai si era visto prima un politico avere il Paese così in mano e mandare tutto in vacca nel giro di una settimana. Fenomeno vero.

Ovviamente non è stato il popolo a punire Salvini, il popolo non sono i 79mila bischeri di Rousseau e quello di ieri è un voto che vale quanto un sondaggio su Twitter, né più né meno. A punire Salvini è stato quello che volgarmente viene definito “il Palazzo”, che poi altro non è che la libera attuazione delle prerogative dei rappresentanti del popolo. È importante però prendere atto che una cosa è riuscita a Di Maio, e cioè trasformare il Movimento 5 stelle nella nuova Democrazia cristiana. Il partito antisistema è diventato il perno del sistema, il suo sostegno. Nessuna coalizione è possibile senza la presenza degli ex rivoluzionari da salotto di Grillo, i quali, essendo privi di stella polare, possono serenamente stringere accordi con l’intero arco parlamentare.

Ma quello che in teoria potrebbe essere un punto di forza – come appunto lo fu per la Dc – è in realtà la loro condanna a morte. Il vuoto pneumatico della proposta politica dei 5 Stelle è già stato scalato dalla Lega in quest’ultimo anno di governo gialloverde e lo sarà – se riuscirà a rimanere integro – anche dal Pd. Quando si presenta un programma agli elettori così ampio e grottesco come i 26 punti sottoposti ieri ai rousseauiani, chi ci capisce qualcosa è bravo. Il Pd avrà gioco facile a intestarsi qualsiasi misura di discontinuità con il recente passato, Conte o non Conte. Il Movimento è politicamente esaurito, e seppure al momento si ritrova in posizione centrale come la vecchia Dc, sarà assimilato e farà la fine dei popolari di Gerardo Bianco.

Come abbiamo già scritto, questo è un governo che non conviene a nessuno ma che potrebbe beneficiare il Paese, in caso di miracolose gestioni scintillanti dell’accozzaglia giallorossa. Alleandosi con gli impresentabili dei 5 Stelle, il Pd perde faccia e vocazione maggioritaria, diventa altro, retrocedendo allo stato di Ds. L’azione di Governo sarà la chiave del suo futuro politico: se litiga, diluisce, non incide, il declino sarà irreversibile. Bastano pochi provvedimenti ma nel totale segno della discontinuità. Si fa del bene all’Italia e insieme si cannibalizza il socio di maggioranza apparente. Non sarà facile, ci vorrebbero due ingredienti fondamentali: leadership e unità. Esattamente quello che manca.

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