È davvero colpa dei sussidi se non si trovano lavoratori? | Rolling Stone Italia
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È davvero colpa dei sussidi se non si trovano lavoratori?

Guido Barilla ha invitato i giovani a “mettersi in gioco” accettando lavori “anche poco remunerati”. È solo l'ultimo esempio di una narrazione che va forte in queste settimane: il lavoro c'è, ma i giovani preferiscono stare sul divano a prendere il reddito di cittadinanza. C'è qualcosa di vero?

Justin Sullivan/Getty Images

Ultimamente sulla stampa italiana stanno comparendo tutta una serie di articoli riconducibili a un genere ben preciso: quello degli imprenditori – spesso del settore turistico, data la stagione – che vorrebbero dare lavoro ma non trovano personale. È ormai un genere consolidato, quei un topos letterario, che presenta un’Italia popolata di imprenditori dinamici e volenterosi e di giovani  – una categoria dello spirito, questa, che ormai comprende un po’ chiunque abbia meno di 35-40 anni – fannulloni che non hanno voglia di lavorare. Negli ultimi tempi, a questa narrazione si è aggiunto un corollario: quello del famigerato reddito di cittadinanza che invoglierebbe i disoccupati a rimanere sul divano a far niente, proprio quando c’è da rimboccarsi le maniche per far ripartire il Paese dopo la pandemia. Questa settimana a dar voce a questa retorica è stato Guido Barilla, dell’azienda omonima, che in un’intervista a La Stampa ha premurosamente invitato “i giovani” a “rinunciare ai sussidi” a cui hanno diritto e “mettersi in gioco” accettando lavori “anche poco remunerati”. 

Ma Guido Barilla non è solo e non sono solo gli imprenditori a rafforzare questa narrazione. Anche il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca di recente col suo solito tono da ramanzina sardonica ha spiegato che “se mi dai 700 euro al mese (…) non ho interesse ad alzarmi alle sei e ad andare a lavorare”. Oppure Matteo Salvini, che in un’intervista di pochi giorni fa ha detto che secondo lui “non ci sono imprenditori sfruttatori” e 600 euro di stipendio non sono pochi.  Anche le associazioni datoriali, soprattutto quelle della riviera romagnola, lamentano la carenza di personale. Ed ecco quindi che si delinea uno scenario terribile: il settore strategico del turismo che dopo la catastrofe economica delle chiusure sarebbe finalmente pronto a risollevarsi ma non può, perché mancano i lavoratori. Il che sembra un paradosso, visto che in Italia ci sono oltre 3 milioni di disoccupati e che nell’ultimo anno sono andati persi migliaia di posti di lavoro. Com’è possibile che non si trovi gente da assumere? Sarà davvero – come dice Barilla – colpa dei sussidi?

Basta dare un semplice sguardo ai numeri veri del reddito di cittadinanza per smontare l’intera narrazione. Stando a questo identikit pubblicato dal Sole 24 Ore, su 700.000 nuclei familiari beneficiari del reddito gli under 25 sono solo 26.000, mentre ben 516.000 hanno un’età compresa tra i 45 e i 67 anni. Non esattamente, dunque, dei giovani che non hanno voglia di fare niente. Inoltre 458.000 sono donne, la categoria più colpita dai licenziamenti durante la pandemia, a conferma che il reddito di cittadinanza più che incentivare a stare sul divano è servito a tamponare una situazione che rischiava di diventare davvero disperata. 

Se dunque i numeri sembrano smentire la tesi secondo cui folle di potenziali baristi e camerieri starebbero oziando grazie al reddito di cittadinanza, forse bisogna guardare altrove – nello specifico in una direzione che tutti gli articoli giornalistici sulla carenza di personale sembrano ignorare. Di che tipo di lavori si tratta? A quali condizioni? 

Per rispondere a questa domanda Il Fatto Quotidiano ha realizzato un’inchiesta a puntate sulla riviera romagnola, riprendendo di nascosto i colloqui con albergatori e titolari di stabilimenti balneari. Il ritratto che ne viene fuori è sconcertante: turni infiniti, pagamenti in nero, un costante imperativo alla “flessibilità”. Parola già di per sé vaga, flessibile appunto, che in pratica avverte che toccherà accettare un po’ di tutto. Anche Repubblica, raccontando la carenza di personale nel settore turistico,  ha riportato la testimonianza della presidedell’Istituto Alberghiero Vespucci di Roma, la quale con molta franchezza ha spiegato che il reddito di cittadinanza c’entra ben poco. Ci chiedono giovani formati, noi li segnaliamo e loro offrono 300 euro al mese. I giovani se ne vanno all’estero e le imprese danno la colpa al reddito di cittadinanza”.

Un’altra domanda che dovrebbe sorgere spontanea di fronte a questo tipo di narrazione è: ma se non trovano personale, come mai gli imprenditori non si rivolgono ai centri per l’impiego? Nella maggior parte dei casi che finiscono sui quotidiani nazionali, infatti, la ricerca di personale sembra avvenire tramite passaparola e annunci sui gruppi Facebook della zona. Al netto di un problema oggettivo di efficienza e comunicazione tra entità che dovrebbero collaborare tra loro – imprese, centro per l’impiego, navigator – se i datori di lavoro preferiscono le agenzie interinali o la ricerca diretta il motivo è probabilmente legato, appunto, al discorso fatto poc’anzi: la condizione contrattuale proposta. Per poter cercare personale tramite un centro per l’impiego, infatti, dovrebbero dichiarare orari, CCNL di riferimento e caratteristiche del rapporto di lavoro proposto. Il che significherebbe non poter più far fare quei turni infiniti, pagati in nero e “flessibili” emersi dall’inchiesta del Fatto Quotidiano

Che poi il reddito di cittadinanza non si sia mai tradotto davvero in una politica propositiva per il rilancio dell’occupazione è vero. Anche in questo caso sono i numeri a denunciarlo: circa 70mila beneficiari hanno trovato lavoro per lo più “auto-collocandosi”, senza un concreto supporto dei servizi per l’impiego. E anche con l’attenuante della pandemia, vedere questi servizi ridotti a una semplice anagrafe dei disoccupati dovrebbe fare riflettere. Ma la risposta dovrebbe essere ripensare e rendere più efficace quello che dovrebbe essere il loro compito – ricollocare chi perde il lavoro, aiutare a trovarlo chi lo cerca – e non demonizzare i sussidi in quanto tali.

Anche perché, condotta in questo modo, la lotta ai sussidi da parte delle associazioni degli imprenditori raggiunge il paradosso. Mentre un giorno sì e uno no i giornali italiani danno spazio sulle loro colonne a qualche esponete del mondo imprenditoriale che si lamenta di non trovare lavoratori per colpa dei sussidi, non si parla quasi mai dell’altro tipo di “furbetti dei sussidi”: chi ha messo i propri dipendenti in cassa integrazione continuando a farli lavorare a tempo pieno, di fatto scaricando sul pubblico i loro stipendi. In più Confindustria, la parte sociale che rappresenta il mondo imprenditoriale, allo stesso tempo fa pressioni sul governo Draghi perché tolga il blocco dei licenziamenti. Insomma, c’è bisogno di lavoratori e non si trovano, e intanto si chiede la libertà di licenziare quelli che ci sono. 

In definitiva dopo anni di austerità, precariato e sotto occupazione, si scarica sui lavoratori e sui giovani in particolare la colpa di preferire le briciole dei sussidi a condizioni di sfruttamento. Anche se fosse vero – e non pare che lo sia – sarebbe ora di uscire dalla retorica dei giovani svogliati che non vogliono sporcarsi le mani e realizzare una volta per tutte che forse il problema è un altro: un lavoro non può essere pagato quanto una misura pensata come sostegno anti-povertà. Se le cose stanno così, i giovani avranno anche il diritto di stare sul divano.