Home Politica

È arrivato il momento di “legalizzare” i graffiti

O meglio di depenalizzare il reato di imbrattamento, come vuole fare una proposta di legge. Per evitare che writer e street artist finiscano in carcere, e perché anche le espressioni meno convenzionali vanno tutelate

Graffito a sostegno della proposta di legge durante la jam romana Dans la Rue

Da un lato c’è la street art, che da qualche tempo finisce dritta nelle principali gallerie e musei del pianeta e che sempre più spesso i tg nazionali chiamano in causa quando vogliono svecchiare la loro immagine. Dall’altro i graffiti, quelli sporchi e cattivi, che deturpano le nostre case e vanno contro la legge e il buon gusto.

È a partire dal rifiuto di questa dicotomia, che quasi senza distinzioni si può sentire sulla bocca dei famigerati uomini della strada e di parlamentari di tutti gli schieramenti, che pochi giorni fa a Montecitorio è stata presentata una proposta di legge che mira a depenalizzare i reati connessi al writing, un fenomeno antico quanto la possibilità di usare gli arti superiori e che spesso, pur avendo prodotto forme d’arte strepitosa – e qualche danno -, viene demonizzato aprioristicamente.

La proposta di legge mira a modificare l’articolo 639 del codice penale “in materia di deturpamento e imbrattamento delle cose altrui” e prevede la depenalizzazione totale per tutti i reati di questa natura, commutandoli in ammende fino a 10mila euro più il pagamento delle spese sostenute per il ripristino dei luoghi. Si cancella inoltre la procedibilità d’ufficio, tranne che nei casi in cui sono coinvolti beni di interesse storico o artistico, negli altri casi l’azione sanzionatoria avviene solo su querela di parte.

Il primo firmatario della legge, per cui non c’è ancora un calendario in aula, è Erasmo Palazzotto, deputato di SI/LeU, che ha collaborato con una squadra di persone vicine al mondo dei graffiti. Tra loro Domenico Melillo, avvocato che ha difeso decine di writer finiti a processo e a sua volta street artist sotto il nickname Frode, la persona che più di ogni altra ha contribuito a scrivere il testo della proposta.

Quale obiettivo si pone questa proposta di legge?
MELILLO: Eliminando le pene detentive e le multe attualmente previste e mantenendo quale unica sanzione punitiva un’ammenda, il reato in questione diventerà una semplice contravvenzione, di competenza del giudice di pace. Ho studiato la nuova norma in modo da evitare alla collettività altri costosi e spesso inutili processi. Tale impostazione risponde non solo al principio di ragionevolezza, ma anche di economia processuale, principi fondamentali che dovrebbero orientare il legislatore. Le possibili soluzioni alle conflittualità tra istituzioni ed arte di strada vanno cercate in altri luoghi, piuttosto che nelle aule giudiziarie.

Quante persone sono finite a processo per i graffiti in questi anni?
MELILLO: Non esistono statistiche ufficiali o numeri sulla diffusione dei processi nei confronti del writing e della street art. Certo è che, visto che è prevista la procedibilità d’ufficio per questo reato, ogni volta che le forze dell’ordine redigono un verbale a carico di chiunque fosse intento a “compiere qualsivoglia atto espressivo mediante pigmenti”, non autorizzato, su qualsiasi muro o mezzo di trasporto, scatta automaticamente l’iter giudiziario che conduce a processo. Il maggior numero di procedimenti di questo tipo si celebrano a Milano. Ma personalmente seguo casi in tutta Italia, e mi interpellano da Nord a Sud.

Ma cosa rischia oggi concretamente chi viene fermato?

MELILLO: Non mi risulta che ad oggi qualcuno sia mai finito in carcere, per lo meno in Italia, anche se conosco alcuni writer con pene detentive “sospese”, e ne assisto uno in particolare che, per primo, ha ricevuto un ordine di carcerazione. In realtà nel suo caso ha influito molto il suo netto rifiuto a svolgere attività risarcitoria o riparatoria nei confronti del Comune di Milano, la parte lesa. Alla fine è andato via dall’Italia, e oggi vive dall’altra parte del mondo.

L’adagio comune è “una cosa è l’arte, l’altra il vandalismo”, e quest’ultimo va punito.
MELILLO: Discernere chi fa “arte” e chi “vandalismo”, è un ragionamento che non mi appartiene, sia come artista (io stesso proveniente dalla strada), sia come giurista. Non esiste una definizione univoca di “arte” al mondo, non esiste neppure una concezione omogenea e condivisa su cosa piaccia o non piaccia dell’espressione in strada.

Il codice penale non aiuta a fare chiarezza in tal senso?
MELILLO: In alcun modo. Tanto che, agli esordi di ogni difesa in aula, io ribadisco sempre ai giudici che non siamo lì per capire se quell’imputato sia un artista o meno, ma per scoprire esattamente se la condotta in esame possa essere indistintamente concepita quale “forma d’imbrattamento”. Il processo deve solo appurare la sussistenza di ogni elemento integrante la fattispecie di reato in esame, prima di giungere a sentenza. E nel caso del writing e della street art devo dire che non raramente i giudici accolgono le mie tesi, e già oggi comprendono che dietro all’azione espressiva “non convenzionale” di questo mondo esista qualcosa di molto più bello rispetto a un vile disegno criminoso.

Alla proposta di legge ha collaborato anche Andrea Cegna, giornalista e autore del libro Elogio alle tag, una riflessione approfondita su arte e legge, e i confini tra le due. Facciamo qualche domanda anche a lui.

Chi sono i writer oggi?
CEGNA: Personalmente preferisco parlare di graffitari, perché il mondo di chi modifica con il suo tratto i muri è molteplice: chi fa tag (i famigerati “nomi” dipinti a spray sui muri delle case o altri edifici, ndr), chi mirabolanti ritratti o disegni, i poeti di strada. Un mondo vivo ed entusiasmante, in cui convivono i giovani e le giovani che con una bomboletta sperimentano per le prime volte e chi è “arrivato” ed ormai è artista riconosciuto che vive di questo. Tra questi due poli c’è di tutto, dagli attivisti politici che in continuità storica usano i muri per lanciare appelli e messaggi a chi scrive “xxx ti amo”, chi vuole semplicemente con il colore fare la città più simile ai suoi gusti. A tanti tutto ciò piace. A molti no. Ed è in questo conflitto tra gusti diversi che iniziano i problemi.

E come se ne esce?
CEGNA: Anzitutto rifiutando l’idea che un segno della vita umana, e della diversità umana, per di più quando non rappresenta un elemento di pericolo per gli altri, debba finire in carcere. O che chi fa una scritta o un graffito possa essere considerato un “criminale”. Certo esiste un conflitto tra chi vuole i muri bianchi e chi colorati, ma la soluzione non è la repressione.

L’idea di molti è che il decoro sia un valore assoluto, e contrapposto al degrado.
CEGNA: Prima di tutto, decoro non è il contrario di degrado, che è cura. La cura è importante, il decoro, invece, è un termine morale e un modo per imporre una precisa idea di città. Faccio un esempio altro: spesso il degrado si dipinge con le foto di persone che fanno i propri bisogni per strada. La cura sta nel dotare la città di bagni pubblici e luoghi d’accoglienza dove sostenere chi vive in strada, e che un bagno non ce l’ha. Dal forviante dibattito decoro vs. degrado si esce parlando di cura, e costruendo città per tutte e tutti.

Leggi anche