Dudù, Empy e il bracco di Draghi: breve storia dei cani nella politica italiana | Rolling Stone Italia
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Dudù, Empy e il bracco di Draghi: breve storia dei cani nella politica italiana

Da decenni nella politica americana circola questo modo di dire: "Se vuoi un amico a Washington, prendi un cane". L'ossessione per i cani dei nostri politici dimostra che anche l'Italia non fa eccezione

Marco Ravagli / Barcroft Images

Da decenni nella politica americana circola una citazione erroneamente attribuita ad Harry Truman: “Se vuoi un amico a Washington, prendi un cane”. Si troverebbe forse d’accordo il nuovo inquilino di Palazzo Chigi, Mario Draghi, visto che nella settimana del suo insediamento l’attenzione mediatica si è concentrata intorno al suo bracco nel tentativo di umanizzare un personaggio che per il resto incarna alla perfezione lo stereotipo del grigio burocrate.

Atletico, possente, elegante: l’amore del nuovo premier nei confronti del suo bracco ungherese “aperto al mondo” è uno di quei rarissimi dettagli che sono trapelati sulla sua vita privata. “Ogni volta che viene da me, Draghi fa da autista al suo cane”, ha raccontato il veterinario di famiglia a Rai Radio1: “Lui guida e il cane sta dietro”. Nessun rischio che soffra per la nuova carica del padrone, ha comunque assicurato il medico: “Anzi, credo ne sarebbe entusiasta”. “Chi lo conosce bene, sa che Draghi nutre un profondo amore per gli animali, che lo porta a scegliere per il suo amico a quattro zampe solo crocchette di alta qualità che ha premura di acquistare in un negozio specializzato di Roma”, calca un articolo tra le decine che sono fioccate sull’argomento. “Pur essendo riservatissimo, il premier incaricato Draghi spesso è stato avvistato a correre nel parco proprio in compagnia del suo Bracco dal pelo color caramello, insieme percorrono diversi chilometri sempre molto affiatati”.

L’enigmatico bracco ungherese di cui non è dato conoscere il nome non è però certo il primo animale domestico su cui ricade il ruolo di umanizzare personaggi politici di spicco – basti pensare ai vari servizi fotografici che hanno visto Giuseppe Conte giocare con dei cuccioli, o le storie sugli amici pelosi di Dario Franceschini e Massimo d’Alema. Il caso più eclatante, nella storia recente della politica italiana, è però senza dubbio quello di Empy (diminutivo di un ironico Empatia), il cagnolino candido che Daria Bignardi piazzò in braccio ad un imbarazzato Mario Monti durante una puntata de Le invasioni barbariche nel 2013, poi adottato suo malgrado dal senatore e piazzato nella famiglia della figlia Federica.

A preoccuparsi del benessere di Empy era stata in primis la deputata Michela Vittoria Brambilla, fondatrice della Lega Italiana Difesa Animali e Ambiente: “Sul cagnolino Empy, da animalista, non posso transigere”, aveva commentato. “Che fine ha fatto? Lo ha adottato o no? Nessuno, neanche la Bignardi, gli imponeva di prenderlo con sé, né tantomeno di farsi fotografare con lui sul divano e di postare la foto su twitter. Si è servito di Empy per sembrare un po’ più simpatico e come minimo doveva ricompensarlo con il suo affetto. Non se la può cavare così: paghi il suo debito e ci dia una risposta. Dimostri almeno di aver salvato un cane dell’Eurozona!”. 

Almeno per quanto riguarda l’amore per gli animali, è invece meno travagliata la reputazione di un altro protagonista indiscusso della politica italiana, Silvio Berlusconi. L’affiatamento con lo storico compagno di avventure Dudù è tornato sotto i riflettori in questi giorni: tornato nella capitale per partecipare alle consultazioni per il nuovo governo, il leader di Forza Italia non si è voluto separare neanche stavolta dal proprio barboncino, che l’avrebbe seguito fino alla villa di famiglia sull’Appia antica.

“Dudù è vivo e imperante, è un gentiluomo cane. È da lui che deriva molta mia felicità quando riesco ad averlo vicino con suo figlio Peter. Mi seguono ovunque: sono intelligenti e capiscono molto di più di certi politici…” diceva il Cavaliere nel 2018. E in un video del 2019 (che avrebbe generato anche una parodia di Crozza) Berlusconi compariva circondato da tre cani – ne avrebbe almeno una ventina – spiegando l’importanza di “introdurre nella nostra Costituzione quell’articolo del Trattato di Lisbona che dice che gli animali non sono cose ma esseri senzienti che sentono il male, il dolore, che provano sentimenti”. 

Interpellata sul ritrovato amore di Berlusconi per i cani, sempre Maria Vittoria Brambilla ne ha offerto però un’interpretazione stranamente cinica: “Negli ultimi anni la sensibilità degli italiani verso i cani è aumentata moltissimo, quindi è normale che se ne occupi anche la politica”. Sia come sia, è innegabile che gli animali domestici aggiungano un tocco di umanità a chiunque: cani sono meglio delle persone è un luogo comune, ma ci sono svariati studi che mostrano come la presenza di un cane faccia subito apparire qualcuno più simpatico. 

Così, già nel 1952 l’allora candidato alla vicepresidenza Richard Nixon cercava di spazzare sotto al tappeto uno scandalo finanziario spostando l’attenzione pubblica su Checkers, il cagnolino che gli era da poco stato regalato. Allo stesso modo, il presidente statunitense Herbert Hoover era riuscito con un certo successo a scrollarsi di dosso la reputazione da pomposo pallone gonfiato facendosi fotografare mentre coccolava il suo pastore tedesco, King Tut. La biografia “scritta” dallo springer spaniel della famiglia Bush, Millie, ha avuto addirittura più successo di quella scritta dal vecchio George H. W. E il nuovo presidente Joe Biden ha fatto notizia per giorni portando per la prima volta alla Casa Bianca un cane adottato da un rifugio, Major, che condivide con l’altro cane di Biden, Champ, un profilo Twitter. A sfuggire a queste logiche è stato Donald Trump, primo presidente statunitense a non aver mai avuto un cane nell’ultimo secolo – ma che in compenso ha più volte chiamato “cani” i propri oppositori politici.