Dopo le donne, le famiglie LGBT saranno il prossimo bersaglio della Corte Suprema? | Rolling Stone Italia
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Dopo le donne, le famiglie LGBT saranno il prossimo bersaglio della Corte Suprema?

Dopo l'eliminazione della garanzia federale del diritto all'aborto, la maggioranza conservatrice che domina la massima magistratura americana ha messo nel mirino la sentenza 'Obergefell v. Hodges', che riconosce alle coppie dello stesso sesso la possibilità di contrarre matrimonio in tutto il territorio nazionale

Foto di Lev Radin/Pacific Press/LightRocket via Getty Images

In seguito alla pronuncia della sentenza Dobbs v. Jackson, che ha ribaltato la Roe vs Wade del 1973 eliminando, di fatto, la protezione federale del diritto all’aborto, l’attenzione dell’opinione pubblica americana è interamente catalizzata dalle prossime scelte che la Corte Suprema, dominata da una netta maggioranza conservatrice, potrebbe compiere sul fronte dei diritti civili.

Da quando la quota di giudici repubblicani nominati da Trump – composta da Neil Gorsuch, Brett Kavanaugh e Amy Coney Barret – è approdata nella massima magistratura federale americana, il ruolo in chiaroscuro assunto dalla SCOTUS (già oggetto di critiche che ne sottolineano l’anacronismo e le falle di sistema) è finito nuovamente al centro di un dibattito parecchio acceso.

È ormai chiaro che il compito che, perlomeno idealmente, i padri costituenti avevano attribuito alla Corte – un’istituzione imparziale di garanzia e salvaguardia della Costituzione – ha finito per snaturarsi: gli equilibri dettati dalla sua composizione interna fanno sì che il suo operato finisca per risentire moltissimo della composizione di un dato periodo, e in questo momento la bilancia pende pesantemente dalla parte dei Repubblicani.

Di conseguenza, l’orientamento conservatore della Corte preoccupa soprattutto le minoranze, che vedono alcune conquiste di civiltà – purtroppo mai trasformate in legge dal Congresso – in pericolo.

Un timore che, negli ultimi tempi, sta riguardando soprattutto le famiglie LGBTQ, impensierite dal possibile superamento della pronuncia Obergefell v. Hodges del 2015, con cui i giudici costituzionali statunitensi hanno riconosciuto alle coppie dello stesso sesso la possibilità di contrarre matrimonio in tutto il territorio nazionale dichiarando incostituzionale una disposizione contenuta nel Defense of Marriage Act (DOMA) del 1996 che, soltanto 5 anni fa, consentiva ancora ad alcuni Stati di negare alle coppie omosessuali l’accesso al matrimonio o il riconoscimento dei matrimoni celebrati in altri Stati dell’Unione.

Proprio il ribaltamento della Obergefell v. Hodges è il prossimo tassello che la maggioranza della Corte Suprema intenderebbe perseguire nella sua offensiva senza quartiere contro i diritti civili, come ha spiegato in settimana Clarence Thomas. Il giudice ha infatti sostenuto pubblicamente che la Corte dovrebbe procedere il prima possibile al riesame di tre casi storici: Griswold v. Connecticut (una decisione del 1965 che ha dichiarato che le coppie sposate hanno diritto alla contraccezione); Lawrence v. Texas (un caso del 2003 che ribalta le leggi sulla sodomia e legalizza l’attività sessuale tra persone dello stesso sesso a livello nazionale); e, infine, proprio la Obergefell v. Hodges.

Non a caso, nel 2015, proprio Thomas, in compagnia di Alito e Roberts (tutti diretta emanazione di un Bush: il primo è stato nominato George H.W., i secondo da suo figlio) espressero tutti un parere contrario alla decisione della maggioranza dei colleghi.

Ora, dopo il funerale della “Roe”, è stato minato anche il diritto alla privacy che ha gettato le basi per la maggior parte delle protezioni LGBTQ accordate a livello federale.

Ecco perché attivisti e legali delle principali organizzazioni LGBTQ nazionali hanno percepito parole di Thomas come una minaccia contro tutti i diritti fondamentali non esplicitamente enumerati nella Costituzione e, anche se il giudice ha corretto il tiro affermando che la decisione di abbattere Roe non dovrebbe “mettere in dubbio i precedenti che non riguardano l’aborto”, la preoccupazione è altissima.

Ovviamente, a prescindere dalla parole di Thomas, affinché uno di questi casi venga ribaltato servono una serie di precondizioni da soddisfare: un contenzioso dovrebbe arrivare fino alla Corte Suprema e quattro giudici dovrebbero firmare una petizione per esaminare il caso (ma, come abbiamo visto, dati gli equilibri attuali, non dovrebbero esserci troppi problemi).

La preoccupazione, però, rimane altissima, ed è stata rimarcata anche dall’area “liberal” della Corte – rappresentata dai giudici Stephen Breyer, Sonia Sotomayor ed Elena Kagan – che ha fatto eco a questi timori in un’opinione dissenziente pubblicata venerdì, in cui ha affermato che «nessuno può sentirsi sicuro sul fatto che – con il ribaltamento della Roe, ndr – questa maggioranza abbia finito con il suo lavoro».

Secondo la minoranza progressista della SCOTUS, infatti, il diritto costituzionale all’aborto «non è isolato», dato che «la Corte lo ha legato per decenni ad altre libertà stabilite che coinvolgono l’integrità fisica, le relazioni familiari e la procreazione». Ecco perché precedenti sentenze della corte in Roe, Griswold v. Connecticut, Lawrence v. Texas, Obergefell v. Hodges e altri casi «fanno tutte parte dello stesso tessuto costituzionale», hanno proseguito i tre giudici, «proteggendo il processo decisionale autonomo sulla parte più personale delle decisioni sulla vita».

Non resta che attendere, ma la sensazione è che la Roe vs Wade sia soltanto il primo capitolo di una ghigliottina sui diritti civili.