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Dopo la bocciatura, è arrivata la risposta del comitato promotore del referendum sulla cannabis

Con una lunga analisi pubblicata questa notte sul sito ufficiale del referendum, i promotori hanno confutato in toto le tesi della Corte Costituzionale, che ieri ha dichiarato il quesito inammissibile

Una manifestazione per la legalizzazione nel 2020. Foto di Andrea Ronchini/NurPhoto via Getty Images

Dopo l’eutanasia e la separazione delle carriere dei magistrati, la Corte Costituzionale ha ritenuto inammissibile anche il referendum sulla depenalizzazione della detenzione di cannabis legale. Il quesito referendario toccava tre punti del testo unico sugli stupefacenti, ossia l’articolo 73 al comma 1 (che rimuoveva la parola “coltiva”), l’articolo 73 al comma 4 (che rimuoveva le pene detentive da 2 a 6 anni oggi previste per le condotte legate alla cannabis) e l’articolo 75 al comma 1 (che rimuoveva la sanzione amministrativa del ritiro della patente).

Il presidente della Consulta, Giuliano Amato, ha spiegato le motivazioni alla base della bocciatura in una conferenza stampa tenuta ieri sera. Secondo l’interpretazione di Amato e degli altri giudici costituzionali, il referendum sarebbe stato viziato da un errore di formulazione, dato che «non era sulla cannabis, ma sulle sostanze stupefacenti». Amato ha poi aggiunto che «Il quesito è articolato in tre sotto quesiti ed il primo prevede che scompaia tra le attività penalmente punite la coltivazione delle sostanze stupefacenti di cui alle tabelle 1 e 3, che non includono neppure la cannabis ma il papavero, la coca, le cosiddette droghe pesanti. Già questo sarebbe sufficiente a farci violare obblighi internazionali».

Con un post su Twitter, Marco Cappato ha confutato con fermezza le tesi della Corte, scrivendo che «Giuliano Amato ha affermato il falso dicendo che il referendum non toccherebbe la tabella che riguarda la cannabis. Non sono stati nemmeno in grado di connettere correttamente i commi della legge sulle droghe. Un errore materiale che cancella il referendum».

Questa notte, il comitato promotore del referendum ha pubblicato sul proprio sito un’approfondita risposta alle argomentazioni della Corte, spiegando che «Se non si fosse eliminato l’inciso “coltiva” dal comma 1, sarebbe rimasta la sanzione pecuniaria elevatissima prevista dal comma 4 per tutte le condotte legate alla cannabis» e che «In ogni caso (…) questo non avrebbe comportato automaticamente la libera produzione di ogni tipo di sostanza. La parola “coltiva” fa riferimento alle piante: l’unica pianta che è possibile consumare come stupefacente è la cannabis. Si possono coltivare – certo con grandi difficoltà e in determinate regioni del mondo – papavero e coca, ma per consumarle come stupefacenti occorre trasformarle: la “produzione, fabbricazione, estrazione, raffinazione” sarebbero rimaste punite nel comma 1 del 73. Questo non avrebbe comportato alcuna violazione degli obblighi internazionali».

Sull’altra perplessità sollevata da Amato e dai giudici costituzionali (ossia che il referendum non riguardasse la cannabis, ma le sostanze stupefacenti in generali) il comitato ha scritto che «In realtà il titolo del referendum, così come ratificato e ritenuto corretto dall’Ufficio centrale referendum della Cassazione è: “Abrogazione parziale di disposizioni penali e di sanzioni amministrative in materia di coltivazione, produzione e traffico illecito di sostanze stupefacenti”. Laddove i termini produzione e traffico illecito di sostanze stupefacenti altro non sono che la trasposizione letterale della rubrica stessa dell’art. 73, cui è stato aggiunto il solo termine “coltivazione” in modo da consentire agli elettori chiamati al voto di individuare correttamente gli interventi più rilevanti dei quesiti referendari». La risposta integrale del comitato promotore può essere letta qui.