Dopo avere «abolito la povertà», Di Maio ha abolito pure sé stesso | Rolling Stone Italia
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Dopo avere «abolito la povertà», Di Maio ha abolito pure sé stesso

Il ministro degli Esteri ha perso clamorosamente la partita dell'uninominale di Napoli Fuorigrotta, e non farà parte del prossimo Parlamento. Alla fine, da vero pentastellato nell'animo, ha rispettato il limite dei due mandati (seppur contro la sua volontà, s'intende). Triste, solitario y final

Sembra passata una vita dalla consumazione del più clamoroso voltafaccia della storia recente della politica italiana, da quella notte di mezza estate in cui Luigi Di Maio (quello del Movimento 5 Stelle arrembante e incorruttibile, che voleva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno; quello giustizialista, filorusso, No–Vax, No–Euro, No–Bildelberg, No–Scie chimiche, No–tutto) ha mutato pelle, sposando in maniera convinta la causa dell’atlantismo, dell’europeismo e della fede cieca nelle famigerate “direttive dei burocrati di Bruxelles” che tanto osteggiava.

Tutto sembrava pronto per il delitto perfetto: la fondazione di un nuovo soggetto politico (Impegno Civico, una join venture elettorale Made in Tabacci), la sottoscrizione di un accordo di coalizione con il Partito Democratico, la candidatura in un collegio uninominale venduto per “sicurissimo” e la rincorsa di un obiettivo, tutto sommato, raggiungibile: superare la soglia di sbarramento dell’1%, circostanza che avrebbe consentito a Giggino da Pomigliano e soci di sedere, di nuovo, nell’emiciclo, questa volta unendosi all’area giusta, quella anti–populista.

Doveva essere questa la fase finale del bildungsroman dimaiano: quella di un dissidente anti-sistema che abiura tutto ciò in cui crede, fino a conformarsi in toto alle logiche della cooptazione, da alfiere del populismo a trazione grillina a Yes Man dell’establishment, disposto a tutto pur di mantenere quella poltrona che, fino a qualche anno fa, sembrava quasi disprezzare, identificandola come la referente empirica di tutti i tic, i malcostumi e i privilegi di una classe politica irrimediabilmente corrotta – una metamorfosi sancita dallo spettacolare “volo d’angelo” sulle note di The Time of My Life con cui ci ha deliziati qualche giorno fa durante una cena da Nennella, storico ristorante partenopeo, forse nel tentativo di accattivarsi il più possibile le simpatie dei cittadini napoletani che, di lì a qualche giorno, sarebbero stati chiamati a votarlo.

E invece, sorpresa: non soltanto Di Maio ha perso clamorosamente la partita del collegio di Napoli Fuorigrotta (posizionandosi alle spalle dell’ex ministro dell’Ambiente, Sergio Costa), ma la sua nuova creatura politica non ha raggiunto neppure quella percentuale minima che le avrebbe consentito di sperare in qualche seggio nelle Camere.

L’avventura politica dell’attuale ministro degli Esteri è, dunque, giunta al termine con il peggior contrappasso possibile: ha lottato con le unghie e con i denti per individuare un exit strategy che gli consentisse di evitare il rigido limite di due mandati che il Movimento impone ai suoi rappresentanti, ma alla fine ha perso clamorosamente.

Forse, contrariamente a quanto Grillo e altre malelingue potrebbero pensare, la verità è che Di Maio è un pentastellato nell’animo, uno di quelli duri e puli, talmente fedele alla linea del partito che, alla fine, il limite dei due mandati ha scelto di rispettarlo lo stesso.

In ogni caso, una cosa è certa: dopo avere abolito la povertà, Giggino ha abolito pure sé stesso. Triste, solitario y final.