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“Doparsi per lavorare come schiavi”: la condizione dei braccianti in Italia

L'arresto di un medico di Latina che prescriveva oppiacei ai braccianti della comunità sikh della zona ha portato alla luce un tema ignorato: chi lavora nelle nostre campagne è così sfruttato che ha bisogno della droga per sopportare la fatica

Davide Pischettola/NurPhoto via Getty Images

Tra le forme di sfruttamento del lavoro più diffuse e radicate in Italia, il caporalato occupa un posto di assoluto rilievo, dato che il settore dell’agroalimentare italiano si regge, per una parte consistente, sulla manodopera straniera irregolare. Secondo i dati pubblicati nell’ultimo rapporto Agromafie e caporalato, realizzato dall’Osservatorio Placido Rizzotto della Flai-Cgil, i lavoratori “vulnerabili” – ossia soggetti al rischio di sfruttamento lavorativo – presenti nel nostro sarebbero più di 18omila: donne e uomini che versano in condizioni di assoluto asservimento, sfruttati nei campi in assenza di qualsiasi tipo di tutela e, nella maggioranza dei casi, costretti al silenzio alle minacce dei “datori di lavoro”.

È la triste condizione che vivono tanti gruppi, tra cui i membri della comunità sikh dell’agro pontino, alle porte di Roma, la seconda per dimensioni e rilievo.

Negli ultimi giorni, il tema è tornato a imporsi all’attenzione mediatica a causa di un fatto di cronaca: l’arresto martedì di Sandro Cuccurullo, un medico di famiglia 62enne di Sabaudia, da parte dei NAS di Latina per aver prescritto illecitamente a più di 200 pazienti indiani, in maggioranza braccianti agricoli, un farmaco stupefacente a base di ossicodone – un oppioide simile alla morfina.Secondo la Procura, l’assunzione del medicinale non era giustificata da motivi terapeutici, ma da più ciniche esigenze di produttività: la sostanza serviva ai braccianti per sopportare i ritmi di lavoro massacranti cui venivano sottoposti quotidianamente.

Cuccurullo è stato sospeso dall’esercizio della professione per un anno, e la stessa sorte è toccata a un farmacista e un avvocato locali, impegnati nel giro d’affari del doping per i braccianti agricoli e attualmente indagati per illecita prescrizione di farmaci ad azione stupefacente, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, frode processuale, falso e truffa ai danni dello Stato –  secondo l’accusa, Cuccurullo avrebbe prescritto 3.727 ricette indicando falsamente l’esenzione del ticket, provocando così un danno al Sistema Sanitario quantificato in 146mila euro.

I fatti di Sabaudia non sono una novità, ma una situazione che esiste da tempo e che solo adesso è arrivata alle cronache nazionali. Già nel 2014 il rapporto Doparsi per lavorare come schiavi, pubblicato dalla cooperativa sociale In Migrazione, immortalava la drammatica quotidianità di circa 30mila sikh impiegati nelle campagne pontine, rivelando la grande diffusione di questa forma di asservimento, formalmente illegale ma pienamente istituzionalizzata nelle prassi che governano i rapporti di lavoro nell’agricoltura. 

Braccianti agricoli impegnati per più di 12 ore al giorno nella raccolta di ortaggi a fronte di una retribuzione che, nel migliore dei casi, ammontava a 4 euro l’ora; uomini e donne in balia degli abusi dei caporali, costretti a riferirsi al datore di lavoro con l’appellativo di “padrone”, sottoposti a vessazioni e violenze di ogni tipo e, soprattutto, indotti a ricorrere a sostanze dopanti come rimedi antidolorifici auto-somministrati. Una forma di dipendenza vissuta con vergogna e praticata di nascosto perché contraria alla loro religione e cultura, oltre a essere severamente contrastata dalla propria comunità.

“Il nostro dossier ha scoperchiato un vaso di Pandora: per la prima volta abbiamo denunciato apertamente la volontà, da parte di alcuni imprenditori, di indurre i propri dipendenti all’assunzione di metanfetamine, oppiacei e antispastici per sopportare le fatiche psicofisiche”, racconta a Rolling Stone Marco Omizzolo, sociologo, ricercatore Eurispes e autore del saggio Sotto padrone: uomini, donne e caporali nell’agromafia italiana, una delle voci italiane più autorevoli in materia di caporalato. “Una delle prime conseguenze di questo sistema è quella di creare, parallelamente alla sua diffusione, un circuito economico rilevante, che ha attratto molti giovani indiani, trasformandoli nel giro di pochi anni da braccia utili al padrone a braccia utili ai boss delle nuove tossicodipendenze”.

Eppure finora la portata del fenomeno è stata sottostimata.  “Quando presentammo il dossier, nessun rappresentante di categoria o giornalista locale prese sul serio le nostre rilevazioni: tendevano a sminuire o addirittura negare l’esistenza di queste pratiche, reputandole marginali o comunque non direttamente collegate alle dinamiche lavorative. I fatti di Sabaudia hanno dimostrato che, purtroppo, avevamo ragione noi”.

Per anni, Omizzolo ha seguito da insider le sottotrame del caporalato nostrano, lavorando in incognito assieme ai braccianti indiani per comprendere le modalità e i riti che hanno reso possibile la normalizzazione di questa nuova forma di schiavitù. “Quella dei Sikh impiegati nelle serre pontine è una routine alienante e disumana: ho visto uomini di 50 anni percorrere 40 chilometri in bici per andare e tornare dal lavoro, donne costrette in ginocchio dalla troppa stanchezza, richiamate all’ordine con offese e pratiche verbali violentissime. Non capivo come queste persone riuscissero a gestire un simile livello stress”.

Per Omizzolo, gli arresti di questa settimana sono la testimonianza di un salto di qualità nella gestione di questi processi: “Nella mia esperienza da infiltrato, era soprattutto la complicità dei datori di lavoro a rendere possibili le somministrazioni: ho visto imprenditori che autorizzavano lo spacciatore di turno a entrare nei campi per diffondere le sostanze tra i braccianti. I fatti di questa settimana, però, dimostrano che queste pratiche sono diventate più sofisticate rispetto alla realtà di 7 anni fa: attualmente, coinvolgono stabilmente anche liberi professionisti che hanno compreso la portata di questo giro di affari”.

Il mutismo e la poca collaborazione delle istituzioni hanno aggravato la situazione e allargato un business già piuttosto esteso. Ultimamente i lavoratori indiani più sfruttati hanno iniziato ad utilizzare anche eroina, spesso acquistata nei mercati della droga di Castel Volturno e Villa Literno. “In questi sette anni, la politica avrebbe potuto predisporre dei servizi utili per risolvere questa questione, anziché impegnarsi per confutare i risultati della nostra ricerca”, afferma Omizzolo. “Adesso il fenomeno è molto più diffuso di prima e abbiamo registrato episodi inediti, come l’utilizzo di eroina e la morte per overdose: un ulteriore esempio del legame che indissolubile che lega il caporalato e le mafie”.