#DoNotTouchMyClothes, la rivolta delle donne afghane contro i Talebani | Rolling Stone Italia
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#DoNotTouchMyClothes, la rivolta delle donne afghane contro i Talebani

Con l'hashtag #DoNotTouchMyClothes le donne afghane di tutto il mondo stanno condividendo foto in cui indossano gli abiti tradizionali del loro Paese, per mostrare un Afghanistan diverso da quello che vorrebbero i Talebani

In tutto il mondo, le donne afghane hanno lanciato una campagna sui social per protestare contro le nuove leggi imposte dai talebani alle studentesse, che prevedono l’obbligo di indossare l’hijab nero e che hanno fatto temere che presto il gruppo armato imponga di nuovo alle donne di coprirsi dalla testa ai piedi. La campagna si chiama #DoNotTouchMyClothes e vuole dare un’altra immagine dell’Afghanistan per dimostrare che la cultura afghana non è solo quella dei Talebani – anzi, i Talebani la stanno distruggendo. 

Con l’hashtag, le donne afghane di tutto il mondo stanno condividendo foto in cui indossano gli abiti tradizionali afghani. “Ho postato una mia foto indossando abiti afghani tradizionali e incoraggiato altre donne afghane in tutto il mondo a fare lo stesso perché so che le immagini sono molto potenti”, ha detto a France 24 Bahar Jalali, l’ex professoressa di Storia della American University in Afghanistan che ha lanciato la campagna. “Ha avuto subito successo. Molte persone stanno partecipando e credo che questo dica molto del senso di urgenza per quello che sta succedendo in Afghanistan”.

Secondo Jalali, la presa di potere da parte dei Talebani è un attacco all’identità nazionale afghana. “Sono molto preoccupata per ciò che succederà alla cultura afghana, e quando ho visto le donne che, a una manifestazione pro-Talebani, indossavano abiti neri che le coprivano dalla testa ai piedi, di un tipo che non si è mai visto in Afghanistan, ho deciso che non volevo che il mondo pensasse che siamo così, che quella è la nostra cultura e che quelle immagini rappresentano l’Afghanistan”.

Negli ultimi decenni, moltissimi afghani hanno lasciato il Paese – quasi tutta l’élite intellettuale. Jalali ha lanciato la campagna per far sentire prima di tutto le loro voci, perché pensa che abbiamo una responsabilità di informare e combattere la disinformazione e la propaganda dei Talebani. “Continueremo la nostra campagna per salvare la cultura afghana: sarà molto di più che un po’ di foto con dei vestiti, sarà qualcosa di più grande”.

I diversi gruppi etnici che compongono la popolazione afghana hanno ciascuno i suoi abiti tradizionali. Nonostante la grande diversità, l’elemetno comune è il colore. Come spiega Homira Rezai, attivista afghana che fa parte della minoranza perseguitata degli Hazara e che ha lasciato il Paese quando aveva 13 anni per rifugiarsi a Londra con la famiglia, “l’Afghanistan è un Paese molto diverso con oltre 14 gruppi etnici. Ognuno ha i suoi abiti e nessuno di questi è come quelli che i Talebani vogliono costringere le donne a indossare”.

“Gli abiti indossati dalle donne Hazara per esempio sono molto colorati. I nostri colori sono il blu, il verde, il giallo e il bianco. Vengono cuciti a mano e tramandati di generazione in generazione, e si indossano in occasioni speciali. Ho parteccipato alla campagna per dire al mondo che i nostri abiti tradizionali sono questi e questi sono gli abiti che vogliamo ci rappresentino, non quelli neri dei Talebani”.

Secondo Frishta Kargar, ex dipendente del ministero delle Finanze dell’Afghanistan fuggita in Polonia il 20 agosto scorso, la società afghana era molto tradizionale anche prima che i Talebani prendessero il potere. Ma perlomeno fino a quel momento le donne avevano la possibilità di scegliere, specialmente nelle grandi città come Kabul e Herat. 

“Il burqa blu tradizionale, detto chadori, è qualcosa che le persone indossano in queste regioni e persino a Kabul da centinaia di anni. È un abito che originariamente arriva dal Pakistan e dall’India. È un abito che le donne indossavano per sentirsi protette, perché le aiutava a passare inosservate per strada. Era una scelta o comunque una cosa normale”, spiega. “Il problema è quando viene imposto e quando le donne non possono scegliere. Per questo motivo stiamo facendo questa campagna”.