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Donald Trump non ha più niente da dire, ma può vincere lo stesso

Un reportage dall'ultimo comizio di Trump in uno Stato decisivo, la Carolina del Nord, per capire come lo vedono i suoi sostenitori e se può davvero vincere di nuovo le elezioni

Melissa Sue Gerrits/Getty Images

Un uomo bianco vecchio che si lamenta. È questa l’impressione che ho avuto sabato sera sull’asfalto dell’aeroporto di Fayettevill, dove si è svolto l’ultimo comizio di Donald Trump. Avevo lasciato l’area designata per la stampa – il punto che Trump indica durante la parte dei suoi comizi in cui si scaglia contro le “fake news” – per sgranchirmi le gambe e scaldarmi un po’. La temperatura era scesa intorno ai 10 gradi e mi ero dimenticato la giacca.

Mi sono tenuto a distanza dall’affollamento di sostenitori di Trump, per la maggior parte senza mascherine. All’improvviso, la mia mascherina mi è sembrata meno una protezione e più un bersaglio. Mi sono allontanato dal palco mentre il presidente si lamentava del fatto che i media non stessero dando abbastanza attenzione alla sua nomina per il premio Nobel (“Voi amate il vostro presidente, e il vostro presidente viene premiato – non sono io che vengono premiato, siete voi”). Avevo trovato posto nello spazio vuoto tra il palco e il camioncini con il cibo e il merchandise trumpiano e quando ho guardato di nuovo lo spttacolo da una certa distanza – le bandiere ameriacane appese alle gru, le luci, la folla di sostenitori, il suono della voce di Trump che faceva eco nella notte – la cosa che mi ha colpito è stata che tutto ciò sembrava stantio. 

Manca poco più di un mese alle elezioni. Trump e Biden sono praticamente alla pari qui, nella Carolina del Nord, uno stato che potrebbe rivelarsi decisivo nell’eleggere il prossimo presidente e decidere il futuro della democrazia americana. Sono andato a questo comizio di Trump a Fayetteville per vedere con i miei occhi che aspetto ha la campagna per la rielezione del presidente. La verità, mi pare, è che la campagna 2020 di Trump sia una specie di revival. 

Trump è quello che è: non c’è secondo atto, non c’è remake, non c’è revival per questi tempi turbolenti e senza precedenti. Il suo comizio di Fayetteville è stato simile a molti altri suoi comizi a cui sono andato negli ultimi cinque anni e mezzo, se contiamo anche la campagna elettorale del 2016. La lenta discesa del suo aereo sulla pista. (Nel 2015 e nel 2016, arrivava con il suo aereo personale con tanto di nome sulla fiancata, oggi con l’Air Force One). La musica d’ingresso anni Ottanta. Le battute, i cori della folla, i discorsi a ruota libera – era tutto come se il 2016 non fosse mai finito. 

Dicono che il potere riveli le vere caratteristiche delle persone. Quattro anni da presidente degli Stati Uniti ci hanno rivelato che Donald Trump è esattamente chi pensavamo che fosse. Non cerca di nasconderlo. Il suo discorso sabato scorso è stato un classico nel suo genre, la pura espressione del suo ego. La trascrizione di quello che ha detto è lunga 37 pagine, 18mila parole. Praticamente un romanzo breve.

Il povero corrispondente dalla Casa Bianca di turno sabato, Josh Dawsey del Washington Post, ha fatto un gran lavoro nel tentativo di catturare la natura da flusso di coscienza del discorso di Trump a Fayetteville:

Tra gli argomenti di cui ha parlato: il suo rapporto con il primo ministro giapponese Shinzo Abe e con il segretario generale della NATO Stoltenberg, il giornalista Bob Woodward, la sua candidatura al premio Nobel, il successo di Lester Holt, Hunter Biden e i suoi affari all’estero, la gestione delle foreste, i conduttori di Fox News che gli piacciono, le qualità di Mark Meadows, One American News Network, la tendenza di Biden a non muoversi dal Delaware, le guerre in Medio Oriente, l’ambasciata americana a Gerusalemme e il tipo di pietra con cui è stata costruita, la Space Force, i sondaggi in Carolina del Sud, in Maine e in latri Stati, la produzione statunitense di ventilatori polmonari, se il mondo dei fake news media racconti nel modo giusto o no il suo umore quando si alza la mattina, il mercato immobiliare di New York, i whistleblower, portaerei costose provviste di catapulte elettriche che secondo lui costano troppo, ascensori magnetici che non funzionano, il prezzo dell’Air Force One, il programma radio di Rush Limbaugh, la Medal of Honor, e molto altro. “Magari firmerò un ordine esecutivo per non farlo diventare presidente”, ha scherzato Trump parlando di Biden. “Molta gente voterà per lui perché gli fa pena”.

Come ad ogni comizio di Trump, c’è stata un’occasionale spruzzata di suprematismo bianco o autoritarismo in mezzo a un monologo delirante. La notte prima a Bemidji, in Minnesota, era stata rappresentata da una frase a favore dell’eugenetica. A Fayetteville, è arrivata quando ha detto, parlando della notte delle elezioni: “Contiamo sul sistema federal per far sì che possiamo sapere chi ha vinto già la notte stessa. Non che i voti vengano poi contati una o due settimane dopo”.

È chiaro che al presidente importa meno di ciò che dice che non del posto in cui lo dice. “È sabato sera, abbiamo tutta la sera”, ha detto a un certo punto, e mentre il comizio si trascinava ho avuto questa visione del presidente degli Stati Uniti che parla per ore e ore, fin dopo mezzanotte, fino al giorno dopo, senza mai fermarsi. “Potrei raccontarvi talmente tante cose” ha detto al pubblico a un certo punto, quando già stava parlando da due ore e in molti si stavano già dirigendo verso l’uscita.

Che cosa ci guadagnano da tutto questo i sostenitori del presidente? Cosa li spinge a sorbirsi i controlli di sicurezza, il tempo da lupi e ora anche il rischio di prendersi il coronavirus? (Anche se, a giudicare dall’assenza di mascherine nella folla, il virus non sembra essere in cima alla lista delle loro preoccupazioni). Perché passare il tuo sabato sera in un parcheggio per aeroplani ad ascoltare Trump, quando potresti stare a casa e guardarlo in tv?

Mentre facevo in giro prima dell’arrivo di Trump per parlare con i presenti (mascherato e mantenendo le distanze), ho realizzato che questi comizi sono tanto eventi politici quanto ritrovi per i membri di una tribù. Qui tutti ti conoscono per nome e sono contenti che sei venuto. Ehi, quella è Kayleigh McEnany? Andiamo a farci un selfie.

In coda a uno dei camioncini del cibo, ho ascoltato due sostenitori di Trump condividere tra loro storie della loro esperienza nel difendere il presidente davanti ad amici e parenti. “È arrivato e ha iniziato a parlarmi della collusione con la Russia, e io l’ho distrutto coi fatti”, ha detto un uomo (senza mascherina) parlando di un suo parente anti-Trump. “Lui non replica mai. Mai”.

Un altro uomo in fila (con la mascherina, ma indossata male) ha riposto che lui e sua moglie non sono d’accordo su Trump, nonostante tutti gli sforzi che ha fatto di convertirla alla causa MAGA. “Questo è quello che dico alla gente: Trump è come un bambino con un martello che lo batte su tutto ciò che sembra un chiodo”, ha spiegato. “A volte colpisce il chiodo, a volte no. Ma almeno è lì che ci prova”.

La bolla liberal adora sottolineare tutti i modi in cui Trump mostra disprezzo per i suoi sostenitori. Il fatto che abbia organizzato enormi comizi con decine di migliaia di persone. anche quando sapeva già che il virus era “roba letale” e che si trasmetteva per via aerea. Il fatto che nel 2016 si sia spacciato per la migliore e ultima speranza per la classe lavoratrice, l’uomo qualunque dimenticato dalla politica, e poi una volta eletto abbia tagliato le tasse ai ricchi facendo false promesse di salvare industrie e i posti di lavoro ben pagati che portano. Persino la sua frase celebre, “potrei stare in piedi in mezzo alla Fifth Avenue e sparare a qualcuno e non perderei un voto” può essere letta come una manifestazione di disprezzo per l’intelligenza dei suoi sostenitori. 

Ma anche i suoi sostenitori, alcuni di loro almeno, lo vedono per quello che è. Un bambino con un martello, come ha detto l’uomo in coda al comizio di Fayetteville.  Oppure, per citare un anziano signore che ho incontrato l’anno scorso a Burlington, in Carolina del Nord, “tutti questi politici sono ladri. Vengono eletti, si riempiono le tasche e diventano dei corrotti.” Anche Trump era un corrotto, ma lo era già prima di essere eletto, per cui per una logica perversa era anche incorruttibile. “Ha già fatto i soldi. Non si fa eleggere per riempirsi le tasche”.

I democratici non hanno la minima chance di convincere persone così a votare per loro. La domanda che mi rimane è questa: cosa succederà a tutte queste persone quando Trump, tra quattro mesi o tra quattro anni, lascerà la scena politica? A chi si rivolgeranno? Conosco abbastanza Donald Trump per sapere che non ha mai voluto costurire un movimento, anche quando le condizioni erano mature per farlo. Tutto ciò che vuole sono fan, folle, cori, adulazione. Cosa succederebbe se arrivasse qualcuno in grado di costruirlo davvero, questo movimento?

Questo articolo è apparso originariamente su Rolling Stone US