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«Sedarli costa meno che sfamarli». Gli stranieri storditi con gli psicofarmaci nei CPR

Un'inchiesta ha portato alla luce i metodi non proprio edificanti che vigono nei centri per il rimpatrio, dove la somministrazione di antiepilettici, antidepressivi e metadone rappresenta la norma. Il motivo? queste sostanze «Servono per stordire donne e uomini in modo che mangino di meno, restino più tranquilli e resistano di più al sovraffollamento, nelle gabbie in cui vengono stipati». Una fotografia agghiacciante

Una protesta in Piazza San Babila, a Milano, contro i Centri di permanenza per il rimpatrio. Agosto 2018

Un’inchiesta realizzata dai giornalisti Luca Rondi e Lorenzo Figoni, pubblicata sull’ultimo numero di Altreconomia, ha portato alla luce le metodologie non proprio edificanti che vigono all’interno dei Centri di permanenza per il rimpatrio (CPR), i luoghi detentivi dove vengono reclusi i cittadini stranieri sprovvisti di regolare titolo di soggiorno e in attesa di un provvedimento di espulsione.

Il titolo scelto per delineare i contorni dell’inchiesta, Rinchiusi e sedati, restituisce in modo efficace la realtà che vige all’interno dei CPR, dove gli psicofarmaci sono diventati lo strumento principale per gestire delle persone che vivono questi spazi. La somministrazione di antiepilettici, antipsicotici, antidepressivi e metadone rappresenta la norma, dato che queste sostanze «Servono per stordire donne e uomini in modo che mangino di meno, restino più tranquilli e resistano di più al sovraffollamento, nelle gabbie in cui vengono stipati», scrivono Rondi e Figoni.

Il motivo? Semplice: stordirli permette di risparmiare sui costi di gestione. «All’ente gestore gli psicofarmaci costano meno del cibo e permettono di riempire maggiormente i CPR e allungare il tempo di permanenza di ciascun migrante nella struttura, in modo da aumentare i guadagni». Quella scattata dall’inchiesta è una fotografia agghiacciante, indegna di un Paese civile: ieri, alla Camera dei deputati, il lavoro di Rondi e Figoni è stato presentato in un’apposita conferenza organizzata dal deputato Riccardo Magi (+Europa) e della senatrice Ilaria Cucchi (Avs).

Intervistato da Radio Radicale, Magi ha spiegato che l’inchiesta «Dimostra, dati alla mano, quello che in realtà un po’ si sapeva da tempo, e cioè che avviene un utilizzo sistematico, massiccio, direi smodato, di sedativi e psicofarmaci al di fuori di qualsiasi piano terapeutico, somministrati per tenere le persone buone e in uno stato di semi incoscienza», perché così «non mangiano, non rompono le scatole e costano anche di meno». Magi ha anche sottolineato che «Nel nostro Paese si era raggiunta la consapevolezza che questi luoghi andassero chiusi». Poi però, ha continuato Magi, a partire dal decreto Minniti–Orlandi la volontà è cambiata: allo stato attuale «si vogliono rilanciare, addirittura portandoli a venti, uno per ogni regione», come si può evincere anche dalle recenti parole di Piantedosi.

Nei nove CPR italiani attualmente in funzione, a fronte di 744 posti totali disponibili, nel 2021 sono transitate quasi 6mila persone con una permanenza media di 36 giorni. Lo scopo di questi centri sarebbe il rimpatrio, ma avviene in meno della metà dei casi. Mentre a conti fatti gli psicofarmaci hanno inciso per il 31% sulla spesa totale dei farmaci.

È tanto? È poco? Per capirlo Rondi e Figoni, in collaborazione con l’associazione Naga e l’Asgi, hanno lavorato sui dati forniti dal Sistema Sanitario Nazionale e controllato migliaia di fatture e scontrini perché «in alcuni casi le amministrazioni non hanno questo tipo di dati, in altri casi non li elaborano». E siccome «da ottobre 2021 a dicembre 2022 sono state effettuate solo otto visite psichiatriche nei Cpr», Altraeconomia ha deciso di confrontare la spesa in psicofarmaci nei CPR con quella effettuata dal «Centro salute immigrati (Isi) di Vercelli, il servizio delle Asl, che in Piemonte prende in carico le persone senza regolare permesso di soggiorno (non iscrivili quindi al sistema sanitario nazionale) e segue una popolazione simile a quella dei trattenuti del Cpr anche per età (15-45 anni), provenienza e condizione di “irregolarità”». Ebbene, «a Vercelli la spesa in psicofarmaci rappresenta lo 0,6% del totale: al Cpr di via Corelli a Milano, invece, questa cifra è 160 volte più alta (il 64%), al “Brunelleschi” di Torino 110 (44%), a Roma 127,5 (51%), a Caltanissetta Pian del Lago 30 (12%) e a Macomer 25 (10%)», hanno evidenziato i cronisti nell’inchiesta.

Benzodiazepine come il Tavor, antiepilettici come il Rivotril, antidepressivi come il Zoloft e perfino metadone vengono somministrati in grandi quantità e, secondo le voci raccolte da Rondi e Figoni, in modo «troppo spesso arbitrario, eccessivo e non focalizzato sulla presa in carico e sulla cura degli individui trattenuti». «A Roma in tre anni (dal 2019 al 2021) sono state acquistate 3.480 compresse di Tavor su un totale di 2.812 trattenuti, cui si aggiungono,tra gli altri, 270 flaconi di Tranquirit da 20 millilitri e 185 fiale intramuscolo di Valium». E poi, una volta usciti, dopo essere stati sedati per settimane, a volte per mesi, questi migranti vengono abbandonati a loro stessi. «Spesso – concludono i due giornalisti – devono continuare a prendere psicofarmaci, perché ne sono ormai dipendenti, e diventano insicuri per se stessi e per gli altri».

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