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Perché i Radicali vogliono decriminalizzare la prostituzione

A giugno i discepoli di Pannella hanno presentato in Cassazione una proposta di legge che punta a riconoscere a chi svolge un lavoro sessuale la dignità di libero professionista, con la possibilità di aprire una partita IVA e pagare le tasse. Ne abbiamo parlato con la radicale Federica Oneda

Foto via Getty

A giugno i Radicali hanno depositato in Corte di Cassazione alcune proposte di legge innovative e coraggiose, che puntano a connettere al presente un Paese asfittico, conservatore e moralista come l’Italia.

Una di queste punta a superare la legge 149, ossia la norma che disciplina l’aborto in Italia, consentendo l’interruzione di gravidanza entro le 14 settimane e non più entro i 90 giorni, cancellando la “settimana di ripensamento”, limitando la libertà d’azione dei medici obiettori che infestano i consultori e punendo aberrazioni da romanzo distopico come i “cimiteri dei feti” – ne abbiamo parlato con la tesoriera del partito, Giulia Crivellini, in questa intervista.

C’è un’altra proposta che, però, ha ricevuto ingiustamente meno attenzione: quella relativa al cosiddetto “lavoro sessuale”, ossia a tutte quelle attività che prevedono lo scambio di denaro o di beni in cambio di servizi e/o performance sessuali e che, allo stato attuale, sono punite severamente da una legge anacronistica e punitiva.

«La nostra proposta verte sulla decriminalizzazione della prostituzione e sul riconoscimento giuridico, sociale e normativo del sex work come lavoro a tutti gli effetti, garantendo al sex worker la dignità di lavoro autonomo e, quindi, la possibilità di aprire una partita IVA e pagare le tasse», spiega a Rolling Stone Italia la radicale Federica Oneda. «Per farlo ci siamo basati sui modelli adottati in Belgio e Nuova Zelanda, due esempi che reputiamo virtuosi perché focalizzati sulla tutela e sulle esigenze pratiche di chi svolge questo tipo di professioni».

La ratio della norma che i Radicali intendono introdurre nell’ordinamento è chiara: la legge Merlin, quella che disciplina la prostituzione in Italia, non tiene minimamente conto della quotidianità di chi, per vivere, svolge un lavoro legato al sesso. Nel 1958 il provvedimento, per svincolarsi dall’eredità regolamentarista del fascismo, decretò la chiusura delle case atte al meretricio, meglio note come “case chiuse o bordelli” (che ai tempi in Italia erano circa 560), al fine di disincentivare qualsiasi gestione da parte dello Stato ma anche di privati sul settore, con l’obiettivo di contrastare il fenomeno di sfruttamento o favoreggiamento, ma di fatto contribuendo al proliferare di un mercato senza tutele, molto meno controllabile, spesso in mano alla criminalità organizzata, italiana o straniera.

«È una norma che deve essere aggiornata e, in alcuni punti, superata del tutto», sottolinea Oneda. «Non è stata adottata per abolire la prostituzione, che oggi in Italia è comunque tollerata: è possibile offrire servizi sessuali in cambio di denaro, senza essere fermati dalle Forze dell’Ordine o subire un qualsiasi procedimento penale, ma di fatto si tratta di una situazione, entro certi limiti, “tollerata” piuttosto che adeguatamente normata».

Nei suoi oltre sessant’anni di applicazione, insomma, la legge Merlin ha finito per prendere di mira i lavoratori e le lavoratrici del sesso legittimando un «sistema di assoluta mancanza di tutela nei confronti delle persone che hanno deciso di svolgere questo lavoro».

«I tempi sono cambiati», prosegue Oneda, «oggi non si parla più di “prostituzione”, ma di “prostituzioni”. In ambito accademico è stato coniato un termine ombrello, “Sex work”, per sistematizzare tutti i vari assetti che il lavoro sessuale più assumere. In Italia, invece, il dibattito si appiattisce sulla dicotomia tra i “contrari”, che vorrebbero adottare modelli abolizionisti e criminalizzare non tanto chi sceglie di prostituirsi, ma i clienti, partendo dal presupposto che, eliminando l’offerta, anche la domanda dovrebbe diminuire, senza pensare che questa visione peggiora le condizioni di chi offre questo servizio e incide sulla loro forza contrattuale, e i “regolamenteristi”, ossia coloro che inseguono un assoluto controllo dell’attività di chi svolge queste professioni, come accade in Olanda».

Tra questi due estremi, i Radicali delinenano una sorta di terza via: «La nostra proposta punta a mantenere la criminalizzazione dello sfruttamento e la tratta di esseri umani a fine di prostituzione, rimuovendo però gli altri divieti che la legge Merlin applica al sex work, ossia il clientelismo e, soprattutto, il favoreggiamento, che, oggi punisce anche condotte che, in realtà, puntano ad aiutare chi svolge un lavoro sessuale: pensiamo ai tassisti condannati per favoreggiamento perché colpevoli di avere accompagnato queste persone sul luogo di lavoro, o alle sex worker che condividono un appartamento per un’esigenza molto pratica, ossia abbattere i costi, e che sono state condannate per favoreggiamento reciproco».

Sul punto, anche l’Unione Europea è poco a passo coi tempi: il 27 giugno la commissione FEMM del Parlamento europeo ha adottato, con 16 voti favorevoli, il progetto di relazione “La regolamentazione della prostituzione nell’UE: le sue implicazioni transfrontaliere e il suo impatto sulla parità di genere e sui diritti delle donne”. Un voto che preoccupa le organizzazioni per i diritti umani e le organizzazioni per i diritti delle lavoratrici del sesso, che avevano esortato gli eurodeputati a votare contro la relazione e ad opporsi a tutte le forme di criminalizzazione. La bozza di relazione adottata – che è ancora soggetta a modifiche in base ai risultati delle votazioni – include diversi paragrafi che sono dannosi per chi svolge queste professioni, e a detta di questi collettivi rappresenta un chiaro tentativo di promuovere il “modello nordico” della regolamentazione del lavoro sessuale in altre parti dell’Unione.

La relazione non solo confonde il lavoro sessuale con la tratta di esseri umani, ma interpreta intenzionalmente anche la definizione di tratta di esseri umani contenuta nell’articolo 2 della direttiva 2011/36/UE. Secondo il rapporto, il “consenso di una vittima di tratta di esseri umani allo sfruttamento, volontario o effettivo, è irrilevante laddove sia ottenuto attraverso il dare o ricevere pagamenti o benefici”. Tuttavia, l’effettiva definizione dell’Anti Trafficking afferma chiaramente che il consenso di una vittima della tratta di esseri umani allo sfruttamento, sia esso intenzionale o effettivo, è irrilevante laddove venga utilizzato uno qualsiasi dei mezzi della definizione di tratta (mezzi che includono l’uso della forza, la frode o la coercizione).

Inoltre, il rapporto si basa su presupposti errati che non sono supportati da prove. Presenta il lavoro sessuale come una forma di violenza contro le donne, ignorando le esperienze proprie delle lavoratrici del sesso che fanno una chiara distinzione tra lavoro sessuale e violenza nel lavoro sessuale. Afferma che la tratta a scopo di sfruttamento sessuale è in aumento quando gli ultimi dati disponibili mostrano effettivamente una leggera diminuzione del numero di vittime identificate di tratta a scopo di sfruttamento sessuale nell’UE. Afferma inoltre che i paesi che hanno criminalizzato l’acquisto di sesso (come Svezia, Irlanda e Francia) “non sono più grandi mercati” per la tratta a scopo di sfruttamento sessuale, quando i dati, ancora una volta, non supportano tale conclusione .

La prestigiosa rivista The Lancet aveva anche pubblicato un editoriale che invitava gli eurodeputati a respingere il rapporto e, invece, a sostenere la depenalizzazione del lavoro sessuale come un modo per promuovere la salute e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori del sesso. 

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