Perché gli ospedali psichiatrici giudiziari non devono riaprire | Rolling Stone Italia
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Perché gli ospedali psichiatrici giudiziari non devono riaprire

La proposta di un sindacato di polizia penitenziaria vorrebbe proteggere gli agenti, che non riescono a gestire i detenuti con disturbi psichiatrici, perché pochi e non supportati da personale adeguato. Ma la chiusura degli opg rimane una conquista giuridica e sociale, nonostante i fronti ancora aperti e le difficoltà applicative del nuovo sistema

Foto di Herbert Dorfman/Corbis via Getty Images

Venerdì scorso, un detenuto ricoverato nel reparto di psichiatria dell’ospedale Martini di Torino rifiuta la terapia e inizia a opporre resistenza, minacciando con la gamba di un tavolo i medici, gli infermieri e gli agenti che lo stavano sorvegliando. La situazione rientra con l’intervento delle forze dell’ordine, ma l’episodio mette in allarme il Sappe, uno dei sindacati di polizia penitenziaria più rappresentativi.

Per il segretario generale, Donato Capece, «Gli ospedali psichiatrici giudiziari devono riaprire, meglio strutturati e meglio organizzati, per contenere questa fascia particolare di detenuti», evidenziando che il disagio mentale, dopo la chiusura di queste strutture, «è stato riversato nelle carceri, dove non ci sono persone preparate per gestire queste problematiche, mancano strutture adeguate e protocolli operativi». Capece rincara la dose, paventando lo stato di agitazione dei poliziotti penitenziari che, in grave carenza di organico, «devono affrontare da soli questi squilibrati senza alcuna preparazione e senza alcun aiuto».

La dichiarazione è forte e, per certi aspetti, anacronistica, visto che il percorso di chiusura degli opg rappresenta una conquista giuridica e sociale. «Praticamente si auspica un ritorno al medioevo – commenta Patrizio Gonnella, presidente dell’Associazione Antigone –, si dovrebbe dire la stessa cosa per tante persone con disturbi psichiatrici che vanno in escandescenza, senza commettere reati. Che facciamo, riapriamo i manicomi chiusi con la legge Basaglia?».

Gli opg hanno effettivamente chiuso i battenti nel maggio 2017, dopo una lunga fase di transizione – durata circa 9 anni – e su spinta dei lavori di una Commissione parlamentare d’inchiesta del Senato che, visitando nel 2011 i 6 ospedali attivi in Italia, aveva riscontrato in 4 di questi condizioni igienico-sanitarie precarie e l’uso perdurante della contenzione: in caso di crisi conseguenti al disturbo psichiatrico, il detenuto veniva trattenuto con lacci e cinture alla barella, incapace di muoversi. Una pratica che, giustificata in passato dal timore per l’incolumità propria e altrui, pone evidenti problemi di tutela della dignità umana.

«Dobbiamo essere orgogliosi delle riforme che in questo paese hanno ricondotto la questione della follia all’interno del trattamento terapeutico e medico, e non delle chiusure manicomiali: il malato va curato, non va rinchiuso come se fosse un pacco», sottolinea ancora Gonnella. E l’auspicio del ritorno agli ospedali psichiatrici giudiziari non fa nemmeno il bene degli agenti penitenziari: «Quei luoghi erano patogeni e indecenti anche per chi era investito di compiti di custodia. E, d’altro canto, non ci sono evidenze che gli episodi di aggressività siano aumentati, da quando sono stati chiusi».

Gli Opg sono stati progressivamente sostituiti dalle Rems (Residenze per l’applicazione delle misure di sicurezza). Il processo di riforma, culminato con una legge del 2014, ha segnato un nuovo approccio al trattamento dei detenuti affetti da disturbi mentali: non più portatori dello stigma della “pericolosità sociale” perché folli e rei, ma persone che devono ricevere cure adeguate – come i comuni cittadini – anche se in luoghi specifici, dentro o fuori dal carcere. Le Rems sono gestite dalle Regioni: le Asl prendono in carico i detenuti che, dopo le valutazioni dell’autorità giudiziaria sull’applicazione della misura di sicurezza, possono scontare la pena detentiva in queste strutture anziché nelle carceri comuni.

Ma ci sono diverse difficoltà. Le Rems – 32 in tutto a dicembre 2021 – sono a numero chiuso per legge, per evitare sovraffollamenti. Di conseguenza si è sviluppato il fenomeno delle liste d’attesa, per cui una persona autorizzata a entrare in queste strutture attende mesi in carcere prima di accedervi. Non sono mancati gesti estremi, come quello di un ragazzo di 21 anni recluso a San Vittore che, lo scorso agosto, si è tolto la vita. Otto mesi prima, era stato autorizzato a scontare la pena in una Rems, dopo che gli era stato diagnosticato un disturbo borderline di personalità.

«Bisognerebbe investire di più nel trattamento residenziale», sostiene Gonnella. «E i casi di persone che in quanto socialmente pericolose che devono essere accolte in una Rems non sono esponenziali: il punto è selezionare quelle giuste, e a volte questo può essere difficile». Ad esempio, si entra nelle Residenze per ordine cronologico (di invio della richiesta) e non per ordine di priorità (di gravità del disturbo), il che ostacola qualsiasi intervento tempestivo di cura dei detenuti.

Inoltre, come ha evidenziato anche la Corte costituzionale, la dipendenza delle strutture dai servizi sanitari regionali le rende disomogenee, quanto a servizi offerti e stato attuativo: la gestione è affidata ad accordi tra lo Stato, le regioni e le Asl. La stessa Consulta ha invitato il Parlamento a intervenire con legge per una «complessiva riforma di sistema» e auspicato un maggiore coinvolgimento del ministero della Giustizia nelle attività di coordinamento e monitoraggio delle strutture.

In sintesi, la salute mentale è un tema complesso e necessita di risposte urgenti, sia dentro che fuori le carceri. Ma la soluzione non è la riapertura degli ospedali psichiatrici giudiziari: un ritorno al passato, frutto di concezioni ormai ampiamente (e auspicabilmente) superate.