Perché Facebook, Twitter e le altre compagnie tech stanno licenziando tantissimi dipendenti? | Rolling Stone Italia
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Perché Facebook, Twitter e le altre compagnie tech stanno licenziando tantissimi dipendenti?

Non solo Elon Musk: i maxi–licenziamenti sono una tendenza generale in Silicon Valley. C'entrano l'enorme carico di profitto arrivato durante la pandemia (che ha mandato in tilt la bussola), la guerra, lo spettro della recessione e i ricavi pubblicitari

Elon Musk partecipa al Party di Halloween di Heidi Klum. New York City, 31 ottobre 2022

Foto di Taylor Hill/Getty Images

La realtà è cambiata, di nuovo, e con lei le nostre abitudini. A metà del 2022 abbiamo passato su internet ancora meno tempo di quanto facevamo nel 2019, quando a nostra insaputa stavano per cominciare due lunghi anni pandemici caratterizzati da una crescita del traffico online che si è spinta fino al +90%. Un boom esponenziale che ha acceso gli entusiasmi delle Big Tech, convinte che l’onda del successo, arrivate a questo punto, non si sarebbe più fermata. Così non è stato: anzi, è il momento di tornare con i piedi per terra.

«Ho la responsabilità del motivo per cui tutti si trovano in questa situazione: ho aumentato le dimensioni dell’azienda troppo in fretta. Mi scuso per questo», ha detto Jack Dorsey fondatore di Twitter. La stessa ammissione di colpa, racchiusa nella frase «eravamo troppo ottimisti» è arrivata dai co-fondatori di Stripe, una start-up di pagamenti che solo nell’ultimo mese ha dovuto licenziare più di mille dipendenti. Sono solo una piccola parte delle 100mila persone del settore che complessivamente hanno perso il lavoro.

Il problema principale è che l’enorme carico di profitto arrivato durante la pandemia – quando obbligati in casa ci siamo praticamente spalmati su televisori, smartphone e computer – ha mandato in tilt la bussola. Le aziende hanno creduto che, una volta aperta con così tanta forza, quella porta non si sarebbe più richiusa. Per sostenere i nuovi ritmi e la mole improvvisa di lavoro, le società hanno assunto decine di migliaia di dipendenti, senza badare a spese, e scegliendo, per sbaragliare la concorrenza, fra i più talentuosi.

Sembra che il pensiero comune delle Big Tech sia stato “ora o mai più”, senza curarsi troppo di tenere a bada i costi. Lo confermano le parole di Josh Wolfe, un investitore di Lux Capital, secondo cui «quando i tempi vanno alla grande, si ottengono eccessi, e gli eccessi portano all’eccesso di personale e all’ottimismo». Eccessi che vanno in diverse direzioni. L’esplosione di internet ha portato ad una sopravvalutazione delle aziende stesse, soprattutto in borsa: il settore informatico-tecnologico poteva disporre di flussi di denaro molto più consistenti rispetto al passato, messi a disposizione dalle banche centrali di tutto il mondo tramite l’acquisto di titoli. Ora però che le aspettative iniziano ad essere deluse, chi un tempo investiva ad occhi chiusi grosse quantità di denaro – anche per via dei bassi tassi di interesse –, ora ci va molto più cauto.

Soprattutto perché i nuovi progetti su cui alcune di queste società hanno puntato negli ultimi mesi sembrano non convincere totalmente. È il caso di Meta, la società di cui Mark Zuckerberg è presidente e amministratore delegato: il suo Metaverso fatica a decollare e tutta la forza lavoro assunta appositamente per portarlo nell’iperuranio delle idee più innovative della storia è risultata decisamente troppa. Le stime riferiscono di circa 11mila licenziamenti su quasi 90mila unità – anche in Italia. Numeri senza precedenti nell’iter della società, la stessa che negli ultimi cinque anni aveva visto crescere il suo organico del 28% e guadagnarsi tra i lavoratori del settore un’ottima reputazione. Il New York Times ha detto che nell’ambiente si vociferava che i dipendenti di Meta avessero stipendi da capogiro, lavorando solo poche ore al giorno e che potessero usufruire di moltissime agevolazioni tra cui servizi di lavanderia gratuita, massaggi e pranzi preparati da grandi chef.

Al momento anche Twitter non se la passa benissimo, soprattutto da quando l’imprenditore Elon Musk ne è diventato amministratore delegato pagando 44 miliardi di dollari. Una delle sue prime decisioni è stata quella di licenziare il 50% della forza lavoro (su un totale di 7500 dipendenti) per cercare di rimettere in sesto i conti della società, attualmente in perdita. Una mossa in parte ritrattata, visto che alla fine Twitter è stata costretta a richiamare molte delle persone lasciate a casa perché c’era stato un errore.

Fonte: ISPI

Il fatto che il potere decisionale sia ora nelle mani di Musk, un miliardario eclettico, capriccioso, con deliri di onnipotenza non promette niente di buono per le finanze in rosso della società. Per paura che Twitter sotto la sua guida si trasformi in una piattaforma fuori controllo, dove fake news e odio si diffondono indisturbati, molti inserzionisti – con un certo peso economico – hanno annunciato di voler ritirare i propri investimenti. Tra questi lo hanno già fatto Pfizer – azienda farmaceutica statunitense – e Carlsberg – una delle più grandi società produttrici di birra al mondo. Prima di loro anche Volkswagen, la grossa casa automobilistica tedesca che comprende, tra le altre, anche Audi e Lamborghini. Le rassicurazioni di Musk sembrano non sortire i risultati sperati: nonostante il patron di Tesla abbia specificato che il suo impegno contro la disinformazione non si ridurrà, i marchi più noti hanno paura che il loro nome sia associato a quello del miliardario. Stesso motivo per cui hanno abbandonato la nave – che non è escluso possa definitivamente affondare anche secondo le previsioni di Musk – numerosi dirigenti all’interno della stessa società. E se i suoi tweet continueranno ad essere come questo «siate consapevoli che Twitter farà molte cose stupide nei prossimi mesi» non può che andare sempre peggio.

Tralasciando per un attimo gli errori di valutazione dei magnati del web, è vero che con la crisi c’entrano pure il mercato e l’attualità. La guerra e l’inflazione, ad esempio, hanno instillato la paura – concreta – di una recessione economica. I tassi di interesse non sono più convenienti come prima – le banche centrali continuano ad alzarli – e investire è molto più rischioso. Secondo i dati del Sole 24 ore, dall’inizio dell’anno le Big Tech quotate in borsa (Amazon, Alphabet, Meta, Apple e Microsoft) hanno perso più di 3mila miliardi di dollari del loro valore. I ricavi pubblicitari – una delle principali fonti di sostentamento delle piattaforme – sono nettamente diminuiti: è il primo punto su cui gli investitori, se non hanno certezza di un ritorno economico, risparmiano denaro.

Tale mancanza di fondi, oltre a colpire Meta e Twitter (che sono gli esempi più eclatanti e di cui si parla di più), non ha risparmiato neppure società come Booking.com, Microsoft e Google, che seppur non mandando a casa in massa (Microsoft ha previsto meno di mille licenziamenti), hanno comunque ricalcolato le assunzioni. Lo stesso è stato per Amazon, che prevede entro la fine dell’anno di incassare tra i 7 e i 15 miliardi in meno rispetto alle previsioni e per Netflix, le cui azioni nel 2022 sono scese del 58%. E se anche un social come TikTok, nonostante continui a crescere, ha dovuto abbassare le sue aspettative di guadagno di circa 2 miliardi di dollari per via del calo degli investimenti pubblicitari, significa che qualcosa sta cambiando per davvero.

Chiariamo però una cosa: il mercato tecnologico abitato dai colossi del web è ancora estremamente fruttuoso. Anzi, è piuttosto improbabile che questo aspetto, anche in futuro, possa cambiare. Solo per fare un esempio, nonostante gli ultimi licenziamenti, Meta è ancora tre volte più grande rispetto al 2017. Ciò che è più chiaro, invece, è che le aziende non hanno bisogno di tutta questa forza lavoro e che il successo di un progetto non può essere dato per scontato a priori.