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Per carità, smettetela di postare le foto dei vostri figli su Instagram

In Francia è stato approvato un progetto di legge per tutelare l'immagine dei minori online. Lo scopo? Porre fine a quella piaga contemporanea conosciuta come "sharenting", che induce genitori 2.0 alla ricerca costante di scariche di dopamina like indotte a pubblicare sui social foto, video e dettagli privati dei loro figli. Prendiamo esempio e facciamola finita

La scorsa settimana il parlamento francese ha approvato un disegno di legge che punta a intervenire su una delle piaghe della contemporaneità: il cosiddetto “sharenting” (crasi delle parole inglesi “share“, condividere, e “parenting“, genitorialità), ossia quel malcostume digitale, parecchio diffuso, che induce genitori 2.0 alla ricerca costante di scariche di dopamina like indotte a pubblicare sui social foto, video e dettagli privati dei loro figli. Il provvedimento punta a garantire ai minori il diritto alla loro immagine online, proteggendoli dalle manie di protagonismo di mamme e papà disposti a tutto pur di guadagnare notorietà e dimostrare ad amici e conoscenti che le loro vite, alla fine, non fanno così schifo.

Bruno Studer, uno dei deputati di Renaissance, il partito del presidente Emmanuel Macron, presentando il disegno di legge ha spiegato che «Il messaggio per i genitori è che il loro compito sia anche quello di proteggere la privacy dei figli. In una società sempre più digitalizzata, il rispetto della privacy dei minori è ormai imprescindibile per la loro sicurezza, il loro benessere e il loro sviluppo».

Che oltralpe il dibattito su un tema così delicato avesse raggiunto un punto di maturazione lo si poteva evincere anche dalla letteratura: ad esempio, lo scorso anno, la scrittrice Delphine de Vigan ha dedicato a questa piaga postmoderna un romanzo bellissimo, Tutto per i bambini.

Un’opera di finzione che indaga questo fenomeno dal punto di vista di una mamma influencer, Mélanie Claux, che gestisce un canale da cinque milioni di iscritti. Mélanie tratta i suoi figli, Kimmy e Sammy, rispettivamente di sei e otto anni, come dei contenuti da mettere il più possibile a profitto: sottoposti a un’agenda di impegni serratissima, i due vengono ripresi quotidianamente mentre sono alla presa con attività che con la spensieratezza dell’infanzia dovrebbero avere poco a che fare: video unboxing, sponsorizzazione di prodotti su Instagram, presentazione di articoli che le aziende inviano loro in cambio di visibilità davanti a un esercito di follower sempre più ampio. Un Truman Show in piena regola, costruito in assenza si qualsiasi tipo di consenso e impregnato su una continua (sovra)esposizione presentata come gratificante unicamente da parte genitoriale ma che, alla fine della fiera, finisce per sgretolare lentamente il naturale andamento dell’infanzia dei due kidinfluencer inconsapevoli.

Si potrebbe obiettare che si tratta pur sempre di finzione, che ogni buon romanzo parte da un’estremizzazione consapevole della realtà e che, insomma, lo stato dell’arte non sarà mai così lucidamente folle. Bene: prendiamo in esame precedenti concreti, allora. Nel 2015 Michael e Heather Martin, una coppia di trentenni del Maryland, aprì il canale YouTube DaddyOFive, che al suo apice di fama sforò la soglia dei 750mila iscritti.

Protagonisti assoluti del microcosmo creato dai Martin erano i loro cinque figli: nei loro video, i Martin li prendevano in giro, organizzando scherzi e provocazioni inizialmente osservati e apprezzati da una parte del pubblico come rappresentazione di un approccio disinvolto – e in alcuni casi del tutto negligente – alla genitorialità. Col passare del tempo, però, il metodo dei Martin si rivelò in tutta la sua grottesca follia: il confine tra contenuto e abuso psicologico finì per sfumare definitivamente. I video cominciarono a mettere in scena ceffoni, derisioni gratuite e atteggiamenti ai limiti della denuncia; in alcuni spezzoni, i loro giocattoli venivano completamente distrutti; in altri, la coppia diceva ai figli che erano stati adottati; in alcuni casi, i bambini venivano richiamati all’ordine con epiteti come «Muovi il culo», in altri i filmati mettevano in scena un contesto domestico totalmente disfunzionale: piatti sporchissimi, vestiti ovunque, cianfrusaglie concentrate nelle camere da letto e altre istantanee da intervento dei servizi sociali. Col tempo, la platea dei Martin iniziò a rendersi conto che non poteva trattarsi di semplice ironia: nella loro linea editoriale c’era qualcosa di crudele.

Alla fine, sebbene affermassero che fosse tutto messo in scena e che i bambini avessero accettato di recitare ciascuno il proprio ruolo, i Martin subirono un processo. Uno psicologo interpellato durante il dibattimento riscontrò in due dei loro figli, all’epoca di nove e undici anni, «menomazioni osservabili, identificabili e sostanziali delle loro abilità mentali o psicologiche». La coppia fu condannata a una pena di cinque anni di libertà vigilata, e tutti i video furono cancellati.

Incuriosita dal caso dei Martin, l’autrice statunitense Leah Plunkett, docente alla Harvard Law School e alla University of New Hampshire Franklin Pierce School of Law, ha dedicato al tema un saggio dal titolo esemplare: Sharenthood: Why We Should Think before We Talk about Our Kids Online. Plunkett parte da una premessa semplicissima: quando l’immagine di un minore viene pubblicata sui social da uno dei genitori, viene completamente meno un concetto fondamentale come quello di “consenso”.

I bambini vengono esposti sulle piattaforme digitali senza averlo mai scelto e, il più delle volte, senza che i loro genitori abbiano considerato abbastanza le ripercussioni a lungo termine, in un contesto in cui le possibilità che quelle ripercussioni si rivelino dannose cambiano di giorno in giorno. Per questa via, spiega Plunkett, la stratificazione di contenuti finisce per corrispondere alla creazione di un vero e proprio “dossier digitale” che, in alcuni casi, può risalire anche parecchio indietro nel tempo, fino al giorno della nascita o addirittura prima (volete gli incubi, quelli veri? Bene, cercate l’hashtag #ecografie su Instagram).

E in Italia? Nel contesto nostrano, inquadrare il fenomeno non è un’impresa semplice. Gianluigi Bonanomi, uno dei divulgatori più attenti al tema, ha divulgato delle stime preoccupanti. Ad esempio, è emerso che 7 genitori su 10 non chiedono ai propri figli il permesso di pubblicare le loro immagini sui social.

Secondo Bonanomi, questo tipo di comportamenti ha conosciuto un’escalation durante il biennio pandemico: il lockdown ha agito da acceleratore di queste tendenze, spingendo una folta schiera di genitori 2.0 a condividere senza alcun limite ogni dettaglio della propria quotidianità in ambito famigliare.

I rischi connessi allo sharenting sono facilmente immaginabili: cyberbullismo, “furto d’identità”, rapimenti digitali (quei casi in cui vengono manipolate le foto di bambini per far credere che siano propri), adescamenti online per abusi sessuali tramite chat/siti Internet. Infine, come anticipato, la devianza peggiore: lo sfruttamento dei minori 2.0, portato avanti genitori che utilizzano i propri pargoli per trasmettere su YouTube e Twitch a scopo di lucro, come nel caso dei Martin e di alcune controparti nostrane che conosciamo alla perfezione.

Nell’analisi del fenomeno, gli incentivi economici per i genitori rappresentano un fattore di primissimo piano: le leggi vigenti in materia di sfruttamento sono in molti paesi ritenute arretrate e inadatte a tutelare i diritti dei bambini rispetto ai rischi specifici legati all’utilizzo delle loro immagini sui social media. Questi vuoti normativi rendono difficilissimo tracciare un confine tra gioco e lavoro: in Francia un primo passo in avanti è stato compiuto, auspichiamo un passaggio parlamentare anche in Italia. Fatela finita.

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