Rolling Stone Italia

La vita dei ricercatori italiani è così terrificante? Spoiler: sì

Soldi delle borse di studio che arrivano con mesi di ritardo, quasi totale assenza di tutele, impossibilità di raggiungere l’indipendenza economica e paghe da fame: abbiamo intervistato qualche dottorando italiano per capire come sopravvivere nella giungla della formazione eterna

PIERO CRUCIATTI/AFP via Getty Images

Sono tanti i motivi per cui chi fa ricerca in Italia avrebbe diritto a manifestare, come hanno fatto i dottorandi di diversi atenei lo scorso 13 febbraio a Padova e il 24 a Bari; tutte queste rivendicazioni si possono però riassumere in un’unica, minima, richiesta: fare ricerca deve essere riconosciuto come un lavoro anche nel nostro Paese.

«Le proteste delle ultime settimane sono dovute a una nuova promessa tradita: la riforma per introdurre un vero contratto di ricerca che è già stata rimandata – dice a Rolling Stone Rosa Fioravante, segretaria naziaonale dell’ADI (associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia), che si batte per ottenere migliori condizioni lavorative e sociali per queste figure professionali. «Era già stata approvata dal Parlamento insieme ad altre misure da implementare in vista del PNRR e avrebbe concesso ai dottorandi dei diritti minimi che al momento non hanno: maternità, tredicesima, ferie riconosciute; la neo ministra Bernini, però, appena entrata in carica, l’ha inserita nel decreto Milleproroghe, di fatto ritardando l’entrata in vigore della riforma almeno fino a dicembre 2023».

Si tratta di un brutto schiaffo a chi sperava finalmente in un minimo passo verso il riconoscimento di queste figure, ritenute centrali nel resto d’Europa. «L’Italia è l’unico paese europeo – continua Fioravante – in cui a livello giuridico il dottorato è considerato un percorso studentesco e non di formazione-lavoro. Questo determina una serie di conseguenze, come ad esempio la quasi totale assenza di tutele e l’impossibilità di raggiungere l’indipendenza economica. Università come quella di Verona l’hanno scritto nero su bianco nei loro bandi: visto che la borsa è di 1200 euro al mese (cifra minima prevista dalla legge che raramente viene superata nelle offerte degli atenei italiani) e il costo della vita in città è molto più alto, chi intende candidarsi deve essere sicuro di avere finanze proprie. La cosa paradossale è che spesso le Università ci vietano di avere un altro lavoro».

Anche per chi fa ricerca all’estero per conto delle università italiane la borsa diventa spesso un problema «Durante il mio percorso ho svolto un periodo di studio in Svizzera – racconta a Rolling Stone Matteo, dottorando all’Università di Siena – è prevista una maggiorazione del 50% per chi si trascorre lunghi periodi all’estero, peccato che io abbia ricevuto lo stesso aumento di chi ad esempio studia in Spagna. Le borse dovrebbero essere calcolate anche proporzionalmente al costo della vita dei paesi in cui si è destinati».

Un problema, quello della paga troppo bassa, confermato anche da altri dottorandi, come Nicholas, che spiega: «Le università si muovono in ordine sparso: ad esempio, a Torino, dove ho svolto io il dottorato, anche in assenza di un regolamento che lo permettesse esplicitamente, mi è stato concesso di aprire la partita iva, ma in altre realtà tutte le forme di impiego sono vietate per chi fa ricerca. Quindi, banalmente, in molte città chi lavora in università non può nemmeno arrotondare (per lo meno legalmente) facendo il barista nel weekend. Il risultato è che, dove il costo della vita è molto alto, ad esempio a Milano, solo chi se lo può permettere tenterà la carriera accademica». Una dottoranda di Bari che preferisce restare anonima denuncia a Rolling Stone anche il ritardo con cui arrivano i soldi delle borse «si inizia il dottorato a settembre e lo stipendio ti arriva a fine febbraio/marzo dell’anno dopo, quindi aspetti 5-6 mesi per ricevere la borsa di studio».

Ci sono poi altre difficoltà dovute al non riconoscimento del dottorando come figura professionale: Nicholas, ad esempio, sostiene che spesso, anche ai Caf (centri di assistenza fiscale) gli operatori non sanno come inquadrare il suo reddito. «A noi il bonus INPS ad esempio non è arrivato, proprio perché non siamo considerati dei lavoratori», spiega Fioravante che fa anche notare come il dottorato sia raramente riconosciuto nemmeno nei percorsi professionali esterni all’università «Ci sono numerosi bandi per accedere a posti nella pubblica amministrazione – prosegue – che non riconoscono punti in più a chi ha svolto questo tipo di percorso, praticamente, per questi concorsi, siamo considerati al pari di un neolaureato magistrale».

A rimetterci, ovviamente, è tutto il nostro sistema Paese. Non c’è da stupirsi, infatti, se, chi può, sceglie di fare ricerca all’estero; e non sarebbe di per sé un male, se l’Italia riuscisse ad attrarre cervelli da altri paesi, ma questo, come ovvio, non succede. Poi si rischia di lasciare deserti interi settori chiave che non riescono a competere con i salari offerti dalle aziende private, per intenderci: perché un brillante neolaureato di ingegneria dovrebbe rimanere in università, quando un’azienda privata gli offre, come prima retribuzione, una volta e mezzo lo stipendio che prenderebbe facendo ricerca? E non è solo una questione di soldi: secondo i dati dell’ADI, l’80% dei dottorandi non entra in università perché i posti non sono sufficienti. Anche le possibilità di far carriera, quindi, non fanno altro che spingere i tanto esaltati cervelli italici a fuggire dall’università italiana.

Iscriviti