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Infantino ha ragione: è troppo tardi per indignarsi per i Mondiali

L'infelice discorso del presidente FIFA ha un fondo di verità: alcuni governi europei sembrano essersi accorti delle violazioni dei diritti umani e delle migliaia di operai morti sul lavoro nell'indifferenza generale soltanto nelle ultime settimane, poco prima dell'inizio del Mondiale più discusso di sempre

FOTO DI Maryam Majd ATPImages/Getty images

Ieri mattina, in occasione dell’inaugurazione del Mondiali di calcio a Doha (la cui partita inaugurale sarà giocata oggi, alle 15.30), il presidente della FIFA Gianni Infantino ha tenuto un discorso che ha sollevato parecchie polemiche. Il numero uno del governo del calcio, come da attese, ha sfruttato l’occasione per pronunciarsi pubblicamente sull’edizione più discussa di sempre, criticata aspramente dalle associazioni per i diritti umani e da diverse organizzazioni non governative per diversi aspetti, dallo sfruttamento dei lavoratori impiegati nella costruzione dei nuovi impianti all’ostilità del Qatar nei confronti dei diritti  della comunità LGBTQ+ e del giornalismo indipendente.

«Oggi ho sentimenti molto forti. Oggi mi sento qatariota, mi sento arabo, mi sento africano, mi sento gay, mi sento disabile, mi sento un lavoratore migrante», ha detto Infantino, senza lesinare aneddoti familiari. «So che cosa voglia dire essere discriminato, so che cosa vuole dire essere straniero in un Paese straniero. Da bambino mi bullizzavano perché avevo i capelli rossi, perché ero italiano e non parlavo bene il tedesco. Ma tu accetti la sfida, provi a farti degli amici, nuovi contatti, non rispondi all’insulto con l’insulto. Oggi sono orgoglioso della Fifa, di questo marchio sulla giacca, di questo Mondiale, che sarà un bellissimo evento, il più bello che ci sia mai stato», ha proseguito.

Infantino ha anche raccontato di essere «un figlio di lavoratori migranti», dato che i genitori del dirigente erano emigrati in Svizzera dall’Italia. «Ricordo come venivano trattati gli immigrati alle frontiere, quando avevano bisogno di cure mediche», ha proseguito Infantino. «Quando sono diventato presidente della FIFA, ho voluto vedere di persona le sistemazioni dei lavoratori stranieri qui in Qatar ed è stato un po’ come tornare alla mia infanzia. Ma come la Svizzera, a poco a poco, è diventata un esempio di integrazione così sarà per il Qatar».

Il presidente FIFA ha poi spiegato di fare fatica a capire le molte critiche arrivate nelle ultime settimane dai paesi occidentali, sostenendo che la loro «lezione morale a senso unico» sia «semplice ipocrisia».

Come da previsioni, le sue parole sono state criticate da diversi addetti ai lavori: ad esempio Kaveh Solhekol, chief reporter di Sky Sport in Inghilterra, ha scritto su Twitter che «Se noi che eravamo in quella stanza, 400 giornalisti, avessimo avuto dei microfoni lo avremmo interrotto durante il discorso per correggere alcune delle falsità che stava dicendo». Secondo Solhekol, più che Infantino, «sembrava di sentire parlare Donald Trump». Il giornalista britannico ha anche ritenuto «offensivo che un presidente della Fifa alla vigilia di una Coppa del Mondo dica di sentirsi un lavoratore migrante quando sappiamo per certo che molti dei lavoratori migranti, che hanno costruito gli stadi e le infrastrutture, sono stati pagati appena 1 sterlina un’ora. Spesso per lavorare e vivere in condizioni assolutamente terribili».

L’invettiva di Solhekol ha più di un fondo di verità: anche se è impossibile conoscere una stima attendibile dei lavoratori che hanno perso la vita durante la costruzione delle infrastrutture – le autorità preposte al controllo dei cantieri non sono affidabili – le morti sul lavoro di migliaia di operai sono un fatto acclarato.

Una delle inchieste più famose realizzate al riguardo, citata moltissima nelle ultime ore, è quella realizzata dal Guardian nel febbraio del 2021, secondo cui i lavoratori migranti morti nei lavori sarebbero almeno 6500 (il dato, approssimato per difetto, fa riferimento soltanto al lavoratori provenienti da cinque Paesi – India, Bangladesh, Sri Lanka, Pakistan e Nepal – che hanno raccolto e comunicato i dati ufficiali attraverso le rispettive ambasciate). Peraltro, che le condizioni della manodopera migrante impiegata in Qatar fossero (per usare un eufemismo) precarie lo si poteva evincere anche dalla lettura dei report pubblicati negli anni da diverse organizzazioni umanitarie, come Amnesty international e Human rights watch.

Anche il riferimento all’omosessualità è apparso parecchio fuori luogo, dato che il Qatar non è esattamente un Paese sensibile ai diritti della comunità LGBTQ+. Un esempio? Se una persona omosessuale viene colta in “flagranza di reato”, rischia fino a tre anni di carcere. Tanto per rendere conto del clima di assoluta ostilità che vige nell’Emirato, basti pensare nei giorni scorsi il brand ambassador dei Mondiali, Khalid Salman, ha spiegato a una tv tedesca che «è una malattia mentale ed è contro la legge» – da questo punto di vista, il parallelo di Infantino tra le vittime di soprusi in Qatar e la sua esperienza personale di adolescente deriso dai coetanei per via del colore dei capelli fa quasi sorridere, ma tant’è.

Su una cosa, però, Infantino ha ragionissima: è impossibile non sottolineare l’atteggiamento ipocrita di alcuni governi folgorati sulla via di Damasco soltanto nelle ultime settimane, a pochi giorni dall’inizio di una manifestazione così discussa.

Sul mancato rispetto dei diritti umani in Qatar, così come degli altri ricchi paesi del Golfo Persico, nessuna leadership politica europea ha mai alzato la voce – l’assegnazione dei Mondiali all’emirato risale al 2010, per volontà del predecessore di Infantino, Joseph Blatter, che oggi la definisce un errore.

Negli ultimi dodici anni, il silenzio è stato assordante: non una parola sul permanere della kafala (abolita formalmente da due riforme del lavoro adottate come risposta all’attività di pressione di alcune ONG ma, di fatto, rimasta in vigore), il sistema creato nel 2009 che impedisce ai lavoratori stranieri di lasciare il Qatar senza il permesso del datore di lavoro, privandoli di fatto di ogni diritto.

L’Italia, poi, si è distinta per indifferenza e silenzio: come ha scritto Valerio Moggia – uno dei giornalisti italiani che, negli ultimi anni, ha approfondito il tema dello sfruttamento dei lavoratori impiegati in Qatar sul suo blog, Pallonate in faccia – in un curato approfondimento pubblicato su Valigia Blu, «Il contributo del nostro paese al dibattito sui diritti umani attorno alla Coppa del Mondo è stato essenzialmente il silenzio, nel migliore dei casi. Altrimenti, abbiamo assistito a episodi sconcertanti, come un articolo pubblicato dall’Ansa il 12 aprile 2021, in cui si riportava che i lavoratori nel paese arabo erano assolutamente tutelati: si trattava, come indicato in cima alla pagina, di un articolo sponsorizzato dall’Ambasciata del Qatar».

Per tutti questi motivi, accendere le sirene dell’indignazione soltanto a pochi giorni dall’inizio del Mondiale più discusso di sempre è un’impostura in piena regola. Il fulcro del discorso non cambia: abbiamo regalato a una dittatura l’occasione d’oro di ripulire la propria immagine attraverso lo sport (non uno sport qualsiasi: il più popolare e seguito al mondo). Lo sapevamo dodici anni fa, lo sappiamo ora – e, spoiler, portare una fascetta arcobaleno al braccio non cambierà la situazione.

In maniera simile, ora gridiamo allo scandalo perché abbiamo scoperto che il governo del Qatar ha concesso ai giornalisti gli accrediti in cambio dell’accettazione di un decalogo di comportamento. Non potranno fare interviste nella case dei lavoratori, andare in giro a fare domande o indagare, pena l’espulsione dal Paese. È accaduto ad una troupe televisiva danese. Peccato sia successo 48 ore prima del calcio d’inizio: troppo tardi per avere davvero la coscienza pulita. Troppo tardi, soprattutto, per portare indietro le lancette e impedire questa indecenza senza tempo. Che dire: buon Mondiale a tutti.

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