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Diaspora, memoria, colonialismo: Igiaba Scego, “l’unica persona nera nella stanza”

Gli intrecci storici e linguistici tra Italia e Somalia, l'impossibilità di un viaggio legale che finisce con il condannare migliaia di persone alla morte, l'esperienza allo Strega e... Gianni Morandi. Una chiacchierata con l'autrice di 'Cassandra a Mogadiscio'

Foto: Simona Filippini.

Scrittrice, ricercatrice freelance e storica orale. Italiana e somala, ma soprattutto romana. Pochi mesi fa Igiaba Scego con il suo ultimo libro, Cassandra a Mogadiscio (Bompiani, 2023), è entrata nella dozzina del più importante premio letterario italiano, lo Strega. Scego si è ritrovata ancora una volta, dopo vent’anni di attività letteraria, a essere “l’unica persona nera nella stanza”, per citare il titolo del pamphlet di Nadeesha Uyangoda, giovane autrice nata in Sri Lanka e cresciuta in Brianza. Durante la nostra conversazione abbiamo parlato di Cassandra a Mogadiscio, degli intrecci storici e linguistici tra Italia e Somalia, dell’impossibilità di un viaggio legale che finisce con il condannare migliaia di persone alla morte, dell’esperienza allo Strega e di Gianni Morandi.

Come definiresti Cassandra a Mogadiscio?
Un libro circolare. A volte lo chiamo il libro dello specchio rotto, perché è composto da frammenti di biografia e autobiografia. In realtà parla di tanti temi con un nucleo centrale, il Jirro. In somalo questa parola significa malattia, però in questo libro ha vari significati. È la depressione, ma anche il trauma post bellico e il dolore che ti provoca essere un corpo che ha subito il colonialismo storico e quello che è successo dopo, quindi il razzismo, la stereotipizzazione e la marginalità. Ho cercato di restituire una fotografia della mia famiglia. Una famiglia diasporica che vive ovunque e in nessun luogo, con in testa una Mogadiscio ormai diversa dal ricordo che ne abbiamo noi che l’abbiamo conosciuta prima della guerra civile. E tutto è tenuto insieme dal fatto che questo libro è una lettera che scrivo a mia nipote Soraya e la scrivo in italiano, una lingua che lei vuole imparare.

Infatti uno dei temi principali di Cassandra a Mogadiscio è l’intreccio delle lingue.
Sì. Sono le lingue che ho abitato e attraversato. Le lingue che la mia famiglia ha abitato e attraversato. Siamo una famiglia diasporica e ci sono veramente tante lingue. Per esempio le seconde e terze generazioni parlano inglese e francese. Ma le nostre due lingue pilastro sono sempre state il somalo e poi l’italiano che in questo libro subisce un vero e proprio processo di risignificazione visto che nasce come lingua imposta. Era la lingua dei colonizzatori. Ho sempre cercato di capire che lingue parlassero durante il colonialismo somali e italiani. Il pensiero è andato innanzitutto alla figura di mio nonno che ritorna in vari libri e che è stato anche interprete del gerarca fascista Rodolfo Graziani, uno dei più grandi criminali di guerra italiani. Quella che pensavo fosse una lingua sicuramente brutale e cattiva, in famiglia è diventata poi un altro tipo di lingua perché quando ti impongono una cosa la prendi e la trasformi. È quello che che hanno fatto i miei familiari. Infatti i miei fratelli mi dicono sempre che per loro l’italiano è la lingua di Gianni Morandi e questa cosa mi fa ridere perché effettivamente in Somalia ascoltavano Gianni Morandi, Mina, Celentano. Una lingua pop che poi è diventata anche degli affetti, come le parole italiane entrate nel vocabolario somalo.

La musica che ruolo ha in questo libro?
La musica è un aspetto fondamentale di Cassandra a Mogadiscio. Per questa ragione ho creato una playlist che si può ascoltare su Spotify. Sono canzoni degli anni Ottanta, Novanta e molti brani somali: da Michael Jackson e gli Spandau Ballet al rapper canadese di origine somala K’naan e Maryam Mursal, storica cantante e compositrice prodotta dalla Real World, l’etichetta di Peter Gabriel. Volevo far sentire la musica del mio paese di origine. Si tratta di sonorità interessantissime perché si trovano all’incrocio tra Bollywood, i paesi arabi e l’Africa. Nella scena musicale somala degli anni Settanta c’erano influenze dell’afrobeat di Fela Kuti. Molti musicisti frequentavano i festival dell’Africa occidentale e contaminavano il loro stile con quello che si ascoltava in Nigeria o in Ghana.

Cosa è rimasto dell’antica comunità somala che c’era qui in Italia?
Sicuramente è rimasta la storia degli anni Settanta e Ottanta. Una storia fatta anche di fraintendimenti reciproci. Mia madre è venuta in Italia più volte, la prima negli anni Cinquanta alla Fiera di Milano. E poi è tornata qui da rifugiata negli anni Novanta. Tutta un’altra esperienza in cui lei mi dice che gli italiani non ci riconoscevano. Non sapevano nulla del colonialismo e dei legami culturali con la Somalia. ‘Eravamo dei corpi estranei e questo ci ha ferito’, ricorda mia madre. Non essere considerati parte della storia italiana – perché lo siamo, nel bene e nel male – ha creato delle ferite.

Dieci giorni dopo la pubblicazione di Cassandra a Mogadiscio, nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, circa cento persone hanno perso la vita a poche miglia dalla spiaggia di Steccato di Cutro, in Calabria. C’è un collegamento fra il tuo libro e quello che avviene ai confini della cosiddetta Fortezza Europa?
C’è un collegamento tragico. Da anni ragiono sulla mobilità delle persone del Sud globale e lo faccio partendo proprio dalle storie familiari. C’è stato un tempo in cui la mobilità, sebbene difficoltosa, era possibile. Oggi c’è un muro, non ci sono vie legali per raggiungere l’Europa. Viviamo un apartheid di fatto dove ci sono passaporti forti e altri molto meno forti, addirittura debolissimi. E qual è il criterio che considera un passaporto più forte di un altro? È un criterio gerarchico, imperiale, coloniale? Perché i passaporti forti sono sempre di Paesi occidentali o di nazioni molto ricche come quelle situate nel Golfo Persico, mentre i passaporti deboli sono di Paesi che vedono i loro territori sfruttati dalle multinazionali. Abbiamo questa mentalità estrattiva che sta distruggendo il pianeta e l’anima delle persone. Racconto queste storie perché in qualche modo, nel mio piccolo, vorrei contribuire a un cambio di paradigma dove possiamo veramente tornare a essere tutti umani e pari soprattutto, senza più queste gerarchie che ci stanno distruggendo.

Qual è il tuo bilancio dopo vent’anni di carriera professionale nella scrittura?
Il 2023 per me è un anno importantissimo, anche se in realtà scrivevo già da prima. Questo anniversario mi ha aiutata a capire che non sono sola. Se oggi scrivo libri è grazie a un percorso che abbiamo compiuto insieme. Mi riferisco a persone con un altro background, sia migranti sia figli di migranti. Penso per esempio a Pap Khouma, Amara Lakhous, Cristina Ali Farah e Gabriella Kuruvilla, senza dimenticare le giovanissime generazioni di scrittrici come Espérance Hakuzwimana e Djarah Kan.

Ci puoi parlare della tua esperienza al Premio Strega?
Sono stata felice di essere entrata con questo libro molto intimo nella dozzina dello Strega. Non me l’aspettavo, devo dirlo. E la cosa incredibile però che mi ha portato a tante riflessioni è che mi sono resa conto che prima di me nessuno c’era riuscito. Parlo di persone afrodiscendenti e più in generale con background migratorio. Sono stata la prima e questa consapevolezza ti fa vedere tutto da un’altra prospettiva. In un certo senso mi sono sentita bene e male allo stesso tempo. Bene perché mi sono detta “che bello, hai raggiunto un traguardo per tutti e tutte”. Male perché siamo nel 2023 e questo traguardo forse avremmo dovuto conseguirlo prima. In Italia c’è una letteratura di persone con un background simile al mio che hanno scritto e fatto tante cose fin dall’inizio degli anni Novanta. Mi viene quindi da pensare che non ci sia mai stato tanto scouting o spazio letterario per le persone con un’altra origine. E comunque abbiamo un’editoria – come tanti altri ambienti in Italia (università, politica…) – completamente monocolore e anche monoclasse, perché spesso hanno frequentato tutti le stesse scuole. È ancora tutto così immobile e chiuso in un sistema Italia che è plurale.

Allora se questa pluralità la vediamo nelle strade come mai non c’è dentro l’editoria?
Questa cosa mi rattrista. Sono vent’anni che scrivo e pubblico con alti e bassi, fatiche, gioie e dolori. In questo periodo le cose sono cambiate poco a livello di apertura alla differenza che poi differenza non è visto che siamo tutti italiani. Servirebbe più pluralità. Non solo tra gli scrittori e le scrittrici, ma anche tra le maestranze, da chi si occupa delle traduzioni a chi fa l’editor. Ci vorrebbe più coraggio. Quando parlo di queste cose ho la sensazione che le mie parole cadano nel vuoto. Chiaramente le scrittrici afrodiscendenti o di altra origine sono le uniche che mi capiscono. Purtroppo avverto che questi temi non hanno creato un dibattito. A furia di parlarne forse riusciremo a cambiare le cose. Non dobbiamo arrenderci.

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