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Cara mamma, perdonati: al posto tuo potevo esserci io, potevamo esserci tutte

Nessuno dovrebbe prendersi il diritto di entrare nel dolore di una neo-mamma che perde il proprio figlio; ma questa volta è impossibile non farlo. Perché dietro la tragicità di un evento tutto umano, si nasconde la violenza dell’abbandono nel momento della massima fragilità. E tutta la nostra solitudine

RAUL ARBOLEDA/AFP via Getty Images

È da giorni che non faccio che pensare alla mamma che, addormentandosi, ha perso il proprio bambino. È da giorni che non penso ad altro che a lei, e non riesco a perdonarmi il fatto di essere entrata (seppure senza volerlo) nella sua tragedia, prendendomi persino il diritto di provare un dolore che non capisco davvero, che non posso capire. Perché a me è andata bene. Come, d’altronde, è andata bene a tante altre. 

Finché non ci passi, il racconto delle prime ore di una nuova vita – quella che ti porta a essere chiamata, finalmente a ragione, madre – è qualcosa di fantascientifico. Non bastano le testimonianze di una qualunque amica o conoscente, e non c’è libro che sappia prepararti a ciò che verrà, perché davvero nulla può reggere il peso delle fantasticherie che ognuna (per sé e secondo sé) ricama per nove mesi. Così finisci per ritrovarti lì, sdraiata su un letto d’ospedale con un minuscolo essere umano che è tuo figlio (ma ancora non conosci) in braccio, a guardare il pesante bagaglio delle esperienze altrui che adesso, proprio adesso, vedi per quello che è: un peso inutile, che quantomai ti sei portata dietro.

Il fatto è che sei stanca.

Stanca di una stanchezza che porta con sé lunghe ore di travaglio (con tanto di epidurale mancata, perché non c’era più tempo); o l’inizio dei dolori per un cesareo che forse ti ha fatto penare meno prima, ma che adesso ti presenta il conto (con tanto di neonato da accudire in omaggio). Stanca di una stanchezza fatta di emozioni, ché dalla massima felicità del primo vagito, alla più cupa sensazione di inadeguatezza della prima poppata, è davvero un attimo. E poi sei stanca di non poter concedere a te stessa nemmeno un momento, neppure adesso che ti sei appena consacrata del tutto alla vita di un altro. Voglio dire: ti sei sorbita nove mesi senza prosciutto crudo e con l’insalata sterilizzata nell’Amuchina; le analisi del sangue uscendo di casa senza colazione (una vera tragedia); hai avuto la nausea, poi la stanchezza, poi sbavavi come una lumaca, poi il reflusso; sei andata al corso di acquaticità per gestanti che ti hanno regalato le amiche, e che non ti ha fatto passare la sciatica, e neppure la sensazione di essere una balena; infine, hai partorito con dolore (ma perché non c’è ancora modo di rivedere per sempre questa parte?), per poi essere mollata in una camera senza aria condizionata nel luglio più caldo di sempre, con la compagna di stanza che, se non si lamenta, ti fa domande. Con il tuo bambino che perlomeno non parla, sì: ma appena lo molli nella sua culletta, piange. Sei sola.

Il telefono della camera suona: è la neonatologa che vuole sapere se ti hanno dato i pannolini, la traversina e le salviette che userai per cambiare tuo figlio senza che nessuno si prenda davvero la briga di spiegarti come si fa. Ma che vuoi, a cinque anni tutte abbiamo avuto il bambolotto che si faceva la pipì addosso; di sapere come si cambia una mutanda, noi donne, ce l’abbiamo nel DNA. Peccato che nessuno si sia mai sognato di inventare il Cicciobello che ha il cordone ombelicale da medicare, o il meconio immondo da pulire. Poche storie, ti hanno detto: e allora butti giù il telefono, in fondo hai tutto. Tranne un aiuto. Sei sola.

Passano le ore, hai chiesto che venisse l’ostetrica ad aiutarti, e nessuno ha bussato. O forse sì, ma eri troppo presa a cercare di infilare (ancora una volta) il capezzolo nella bocca sdentata; a capire se tu e le tue tette sarete in grado di entrare nel club delle mamme che poco fa ti hanno detto essere “come si deve”: quelle che allattano. Ti senti chiamare: ai piedi del letto ci sono due ostetriche. Mentre la più giovane studia i movimenti della più esperta guardandoti a malapena, l’altra è già lì a vedere come te la stai cavando nel tuo abbandono che fa male come le ragadi, e sembra invisibile come l’uscita di quel liquidino lì, chiamato colostro. Vorresti dirlo, e poi lo dici: “Non ci riesco, non so perché”; la camicia da notte ridotta ormai a un cencio stropicciato e sudicio, te la senti appiccicata addosso. Ma quella si è già spazientita e ti ha già preso la tetta con forza per farti vedere che, diamine, che ci vuole, non vedi che si fa così? E senti male, forse più dentro che fuori, e forse non l’ha fatto apposta, ti dici; forse quella donna ha avuto una giornata storta; forse sei sfortunata tu, a beccarti la stronza del reparto; o forse sei solo inadeguata, sempre tu, perché te l’hanno già fatto capire: la prima quando spingevi e ti dicevano di non lamentarti così tanto, ché, “Signora si dia una calmata: tutte partoriscono e non fanno queste scene”. Sarà lei, o sarò io? Sei di nuovo sola, quando te lo stai ancora chiedendo, indecisa sulla risposta.

Sei sola anche quando il padre di vostro figlio finalmente entra in scena, aprendo la porta e trovandoti in piedi, con il ventre ancora gonfio e il viso ancora sfatto. Ti dice di sdraiarti e prende il bambino, e non sembra vero che esista qualcuno in quella stanza, in quell’ospedale, nell’intero universo, che si faccia un po’ carico di questo amorevole fardello che il rooming-in ti ha incollato addosso. Ma che, non lo metti al corrente? Che, non gli rispondi se ha mangiato, dormito, respirato, cagato? Anche il padre ha il diritto di sapere, come tu ne avresti di riposare. Chiudi gli occhi quando il tempo delle visite è scaduto, e la oss è già venuta a sgridarvi da un pezzo. Così lui se ne va sempre troppo presto, in nome delle restrizioni Covid di quella volta; delle comodità dei sanitari di quest’altra. Ed è allora che inizia un gran movimento nella stanza, di persone che fanno avanti e indietro con la tua cena, la camomilla, l’antidolorifico all’occorrenza; la consapevolezza che occupi quel letto per poco, e che per così poco tempo, non vale davvero la pena starti accanto. Sei sempre sola.

La serata è ancora lunga, e la notte lo sarà anche di più. E perché prima, quando c’era il padre a tenere il neonato in braccio, ti sei addormentata quei cinque minuti, solo cinque, dopo ore, minuti, secondi infiniti di dolori, rimproveri e lamenti? Perché quando hai potuto finalmente farlo, l’hai fatto? Forse era meglio continuare a stare vigile nella tua stanchezza in eterno, ad alzare la cornetta del telefono in camera, a camminare nel corridoio col bambino nella culletta, a chiedere di essere ascoltata, se non capita e abbracciata. Proprio come le altre nelle loro stanze, che passando vedi sedute o in piedi accanto al proprio letto, a parlare o a stare zitte con le compagne; i bambini avvolti negli abbracci delle loro camicie da notte chiazzate di latte.

Sole.

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