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Dentro l’orrore delle fosse comuni di bambini indigeni scoperte in Canada

Nei giorni scorsi sono stati rinvenuti i resti di 751 corpi vicino a un ex collegio religioso che doveva trasformare i nativi in perfetti cittadini canadesi. A maggio ne erano già stati trovati 215. Una Commissione nazionale l'ha definito “genocidio culturale”

Foto: Geoff Robins/AFP via Getty Images


Allontanati a forza dalle proprie famiglie e comunità, trasferiti spesso e volentieri dall’altra parte di un Paese sconfinato in collegi gestiti da istituzioni religiose (Chiesa cattolica in testa). Picchiati ogni volta che parlavano nella propria lingua natìa, ma anche abusati sessualmente e psicologicamente per anni, privati di una vera e propria educazione e assoggettati ad ogni genere di maltrattamento nel tentativo di “uccidere l’indiano” che stava dentro di loro e trasformarli in perfetti cittadini canadesi: cristiani, anglofoni o francofoni, “civilizzati”. Il tutto dopo che i coloni europei ne avevano annesso i territori con la forza o attraverso trattati dalla dubbia legalità. Una vera e propria forma di genocidio culturale, secondo una commissione che nel 2015 ha esaminato con attenzione il lascito del sistema delle scuole aborigene residenziali.

È la sorte che, tra gli anni Ottanta del 1800 e il 1993, è toccata a oltre 150 mila bambini appartenenti a Inuit, Métis e Prime Nazioni, le popolazioni indigene che abitano il Canada da ben prima che si chiamasse Canada e fosse colonizzato dagli europei.

Da decenni le popolazioni indigene del Canada – 1,7 milioni di persone, 4,9% della popolazione canadese – faticano a far sentire la propria voce in materia, pur continuando a tramandare le testimonianze degli orrori vissuti nei collegi. Ora, però, di questa pagina agghiacciante della storia canadese si sta tornando a parlare moltissimo. A suscitare un clamore senza precedenti è stato il ritrovamento, a fine giugno, di 751 corpi, appartenenti soprattutto a bambini e bambine, seppelliti sul terreno della Marieval Indian Residential School, un vecchio collegio gestito per decenni dalla Chiesa cattolica nella provincia canadese del Saskatchewan in tombe di fortuna, senza iscrizioni né altri segni riconoscitivi.

Quello di Marieval è il più grande ritrovamento del suo genere, ma non è l’unico: già a maggio, i membri della tribù Tk’emlups avevano trovato una fossa comune contenente altri 215 corpi nei pressi del collegio di Kamploos, anch’esso gestito dalla Chiesa cattolica.

Nel 2015, la Commissione nazionale per la verità e la riconciliazione – parte degli sforzi che il governo canadese ha tardivamente messo in piedi per fare luce sul proprio passato di oppressione dei popoli indigeni – è giunta alla conclusione che furono però almeno 4100 i “bambini scomparsi” che sono morti in questi collegi, per motivi che vanno dalla violenza fisica alla malnutrizione. Secondo Murray Sinclair, giudice e senatore che ha guidato la Commissione, il numero potrebbe superare però i 10 mila. Nella schiacciante maggioranza dei casi, le famiglie non venivano informate di cos’era successo ai propri figli: normalmente veniva detto loro che erano scappati, senza aggiungere altri dettagli. A ciò si aggiungono le testimonianze secondo cui alcuni preti che gestivano le scuole uccidessero i neonati delle ragazzine rimaste incinte dopo le violenze sessuali, bruciandone i corpi.

Il ritrovamento di queste tombe – reso possibile, nel caso della scuola del Saskatchewan, da tecnologie radar che permettono di individuare oggetti sepolti nel sottosuolo senza bisogno di scavare – permette di sollevare il velo di scetticismo pubblico che aleggiava sulle testimonianze delle persone sopravvissute al sistema dei collegi per bambini indigeni, a cui per anni si è preferito non credere. E di riflettere con serietà su quanto il sistema delle scuole aborigene residenziali, così come altre politiche oppressive tra cui la sterilizzazione forzata delle donne indigene, abbia toccato profondamente le popolazioni indigene. Distruggendo famiglie, stroncando intere lingue e pratiche sia culturali che spirituali, lasciando tracce indelebili di trauma intergenerazionale che oggi continuano ad esistere sotto forma di povertà sistemica e marginalizzazione socio-economica.

Di fronte a queste consapevolezze, le istituzioni che hanno reso possibili queste violenze per decenni stanno cominciando a dare qualche timida risposta. Il governo canadese si è scusato formalmente per i danni causati dal sistema dei collegi nel 2008, ma nel 2009 si è rifiutato di finanziare le ricerche che avrebbero permesso di ritrovare i corpi dei bambini scomparsi. La situazione è leggermente migliorata sotto l’amministrazione di Justin Trudeau, che si è spesso speso personalmente a favore dei diritti delle popolazioni indigene.

In risposta al ritrovamento delle tombe nel Saskatchewan, Trudeau ha commentato che sono «parte di una più vasta tragedia» che dal razzismo sistemico passa per la discriminazione, l’umiliazione e l’abuso di Inuit, Prime Nazioni e Métis. Il governo federale ha anche stanziato 4,9 milioni di dollari canadesi per aiutare le comunità indigene a continuare la ricerca delle tombe dei bambini scomparsi. I leader indigeni stanno spingendo affinché il governo e le Chiese rendano pubblici tutti i documenti relativi all’amministrazione dei collegi.

Particolarmente ambiguo è l’atteggiamento della Chiesa cattolica, che operava il 70% dei 150 collegi che componevano il sistema di assimilazione dei giovani indigeni. Se le altre denominazioni protestanti hanno già offerto le proprie scuse negli anni Novanta, infatti, papa Francesco si è per ora rifiutato di fare lo stesso – limitandosi, qualche giorno fa, a parlare di «una triste scoperta che aumenta la nostra consapevolezza delle sofferenze del passato». L’arcivescovo di Regina, capitale del Saskatchewan, ha invece chiesto scusa alla tribù Cowesses, promettendo che farà del suo meglio per trasformare le scuse in atti concreti.

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