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Dentro la “zona autonoma” di Seattle

Nelle recenti proteste di Black Lives Matter a Seattle, alcuni attivisti hanno trasformato il quartiere di Capitol Hill in una "zona autonoma" senza polizia. Ecco come funziona

David Ryder/Getty Images

Il quartiere di Capitol Hill è il cuore queer di Seattle, dove l’anno scorso si è svolta la Trans Pride Seattle March con migliaia di partecipanti. È un posto che combatte la gentrificazione, i cui residenti e piccoli commercianti si sentono stritolati. È un posto dove è un incubo trovare parcheggio, con il parcheggi a pagamento attivi 14 ore al giorno, sei giorni su sette. È il paradiso dei fissati con il cibo, dove si possono divorare salsicce polacche e insetti thailandesi. È una Mecca della vita notturna della città, dove gli alcoli sgorgano a fiumi e la musica pompa sempre. In breve, se a Seattle cerchi qualcosa puoi trovarla a Capitol Hill. Ultimamente, questo include anche quella che alcuni hanno già definito “l’unica zona senza polizia” della città.

In questo momento gli occhi del mondo sono puntati su Capitol Hill, o almeno su quella parte del quartiere che ha preso il nome di CHOP o CHAZ. Sbirciare dentro i suoi confini in continuo cambiamento ci mostra la scintilla di un movimento che potrebbe essere in grado di distruggere il razzismo sistemico negli Stati Uniti. Secondo Fox News è un’insurrezione guidata dagli Antifa. Ma entrando oltre le barriere che bloccano le strade separandola da Seattle, si realizza subito una cosa: è un reame pacifico dove le persone cercano di creare un modo in cui “black lives matter” smette di essere uno slogan e diventa la realtà di tutti i gioni. 

Le persone che si aggirano per la zona sono il sogno di qualunque appassionato di sondaggi: un mix di razze, età, generi, abilità fisiche e identità di classe che stanno fianco a fianco senza apparenti problemi. Lungo la strada, il mood collettivo passa dal calmo al contemplativo, dal festoso al triste, e l’energia si esprime in slogan scanditi in modo ritmati: “Whose lives matter?” “Black lives matter!”

A un incrocio, 100 persone ascoltano una serie di comizi, tra cui quello di Mark Anthony. Jr., un uomo afroamericano di 32 anni che indossa un poncho e una maschera dei Seattle Seahawks e che sta partecipando a quella che qui chiamano l’assemblea generale: una riunione che si tiene tutti i giorni e in cui ci si scambiano informazioni sullo stato della zona autonoma. “Questo è l’aspetto che hanno l’amore e l’unità”, dice Anthony, guardando la folla che lo ascolta pacifica.

Di recente questo stesso incrocio, sede di una delle cinque centrali di polizia della città, non era così pacifico. Alla fine di maggio e all’inizio di giugno, gli agenti del Dipartimento di Polizia di Seattle (SPD) si sono scontrati quotidianamente con i manifestanti fuori dalla centrale. Questi scontri erano accompagnati da lacrimogeni, proiettili di gomma e tutte le tattiche che la polizia ha usato contro i manifestanti che protestavano per la morte di George Floyd negli Stati Uniti. Ma l’8 giugno, gli agenti se ne sono andati a causa – hanno detto – dell’eccessiva pressione esercitata sulla centrale dai manifestanti. Quando la polizia se n’è andata, i manifestanti hanno reclamato le loro strade e uno spazio che molti credono sia loro di diritto. 

Da allora, l’area è stata re-inventata. È stato creato un mercato all’aperto improvvisato, con tavoli pieghevoli e frigoriferi, chiamato il “No-Cop Co-Op”, che offre una serie di beni di prima necessità gratuitamente. Le strade sono state dipinte con opere di street art. Ci sono recipienti pieni di letame che verrà usato per concimare una serie di orti improvvisati che coprono quelle che prima erano aiuole. E continuano a sorgere altarini, fatti di foto e fiori e candele, in onore di Floyd e di altre persone nere vittime di violenza da parte della polizia, tra cui Breonna Taylor.

Le barriere protettive di fronte alla stazione di polizia ora sono ricoperte di immagini di portesta, da un cartello con scritto “I Can’t Breathe”, le ultime parole di Floyd, a una bandiera americana al contrario su cui è stato scritto “LOVE + RAGE: BLM”. Persino le parole scritte su larghi teloni di plastica nera esprimono il desierio fondamentale della comunità: “Questo spazio è ora di proprietà del popolo di Seattle”.

Alla zona è stato dato un nuovo nome: CHOP, Capitol Hill Occupied Protest, o anche Capitol Hill Organized Protest. Altri la chiamano CHAZ, Capitol Hill Autonomous Zone. Il nome incerto e in continuo cambiamento riflette una verità fondamentale: il modo in cui quest’area appare oggi potrebbe non essere quello in cui apparirà domani.

Questo perché il nuovo quartiere di Seattle è un puzzle incompleto che si estende su diversi isolati. Quanto tempo ci vorrà a finirlo dipende a chi chiedi, mentre quale sarà la sua immagine finale è qualcosa che nessuno è ancora in grado di dire. Diventerà il quartier generale di una rivoluzione? Resterà solo la conseguenza di degli scontri di dimensione locale? Causerà un mal di testa della durata di qualche settimana alle autorità municipali? Sarà una festa travestita da protesta?

Ma mentre un po’ tutti – dai suoi partecipanti alle perplesse autorità locali, dai curiosi agli estremisti di destra – cercano di trasformare la CHOP a loro immagine e somiglianza, gli attivisti locali sono d’accordo su una cosa: questa nuova aree è nata dalla necessità di creare uno spazio, e un mondo, che protegga e rispetta le persone non bianche.

Negli ultimi giorni, gli attivisti della CHOP sembrano aver consolidato tre obiettivi per il movimento: tagliare i fondi alla polizia, investire nelle comunità locali e rilasciare tutti i manifestanti arrestati. Ma mentre questi tre obiettivi si fanno più chiari, il loro significato si sfuma. “Tagliare i fondi” vuol dire togliere alla polizia di Seattle tutti i 409 milioni di dollari del suo budget o solo una parte? E che parte? E le comunità locali beneficiarie degli investimenti richiesti sono solo quelle nella zona a rischio gentrificazione di Capitol Hill, o anche quelle che vivono nei quartieri neri già gentrificati del vicino Central District? E mentre alcuni attivisti vogliono la liberazione di tutti i manifestanti arrestati su scala nazionale, il procuratore di Seattle ha di recente annunciato che in città i manifestanti pacifici non subiranno conseguenze legali.

Nel frattempo, un manifesto creato dalla sezione di King County-Seattle di Black Lives Matter presenta altre cinque domande simili, anche se non uguali. Su un sito della CHAZ che si occupa di fare streaming degli eventi che vi si svolgono ce ne sono altre 30. 

Questo aspetto in continua evoluzione può essere collegato al modello di gestione decentralizzata proprio del movimento, un sistema in cui il potere è condiviso tra molte persone invece che essere monopolio di poche. Persino quelli che vengono identificati come leader della protesta tendono a rigettare questo titolo, dicendo che parlano solo per loro stessi e non per la CHOP come entità. Una ragione per questo comportamento è abbastanza chiara, come dice a Rolling Stone Sarah Tornai, 33 anni, “Sai cosa fanno ai leader neri? Gli sparano”.

La mancanza di leader identificabili ha lasciato interdette le autorità locali. In una racente intervista a Face the Nation, Carmen Brest, capo della polizia di Seattle, ha detto che gli agenti non sono riusciti nei loro tentativi di trovare qualcuno in grado di dire per quanto a lungo i manifestanti hanno intenzione di continuare a occupare la CHOP. “Una delle vere sfide che dobbiamo affrontare è quella di determinare chi è un leader e chi ha influenza nel movimento”, ha detto Brest, “due cose che sembrano cambiare di giorno in giorno”.

Secondo Jason Beverly, 23 anni, affidarsi a un solo portavoce sarebbe controproducente per il movimento. “Non avremo successo affidandoci a una voce più alta delle altre”, afferma Beverly, aggiungendo che anche senza un leader identificabile, “le persone hanno messo bene in chiaro le loro richieste”.

Mentre Best riconosce che la repressione senza precedenti contro il movimento BLM farà sì che “fare la poliziotta non sarà mai più la stessa cosa”, si dice preoccupata che se qualcuno all’interno della CHOP dovesse farsi male, ciò potrebbe provocare “una brutta situazione”. Ma alla domanda se la situazione al momento dentro la CHOP fosse pacifica, Best ha risposto: “per il momento sì, è pacifica”.

Tenere le persone al sicuro è uno dei pensiero costanti degli oltre 20 medici volontari che operano nella CHOP, uno dei quali va in giro vestito con un’armatura medievale. Hanno organizzato un centro di comando sui tavolini esterni di un popolare ristorante messicano, dove Frank li aiuta a coordinare le loro azioni.

Frank – un medico, che non vuole che si riporti il suo nome completo e la sua età perché ha paura di perdere il lavoro – spiega a Rolling Stone che la stazione medica è stata concepita quando alcuni colleghi, che avevano partecipato ad alcune proteste, avevano visto che alcuni dei manifestanti coinvolti negli scontri con la polizia avevano necessità di cure mediche. Dato che la centrale di polizia oggi è abbandonata, non ci sono stati altri problemi e il centro medico non ha mai dovuto rispondere a emergenze. “È assurdo pensare che oggi questa zona è così. Per una decina di giorni qui la situazione è stata molto intensa”.

Tensions have all but disappeared, he says, and those who do seek medical care often return with gifts. The energy has changed, from people engaged in conflict to those supporting a movement or looking for a good time. “This is something new for everybody,” he says. “I call it the growing-pains stage.”

In aperto contrasto con tutto ciò, i media di destra americani raffigurano la zona come il centro di una ribellione in crescita. Fox News ha pubblicato delle foto photoshoppate inserendo un uomo armato di fronte a una vetrina rotta, un evento che non è mai accaduto nella CHOP. Donald Trump ha chiamato gli occupanti “terroristi” e “anarchici”. Se il sindaco di Seattle Jenny Durkan non si “riprenderà” la città, ha avvertito Trump, “lo farò io”. Dopo aver ricordato al presidente che mandare soldati americani a Seattle sarebbe un atto illegale, Durkan ha risposto che “non c’è una minaccia imminente di invasione” a Seattle. 

Nim e Jordan, 16 e 20 anni, due residenti della CHOP, vogliono assicurarsi che ogni possibile minaccia venga risolta subito. I due, bianchi, si sono stabiliti in una delle oltre 80 tende montate nel parco cittadino vicino alla zona. Entrambi sono venuti nella CHOP per sostenere le lotte dei neri. Nottambuli, camminano per la zona quando gli altri dormono, per assicurarsi che non succeda niente di male. 

“Qui ognuno sta attento agli altri”, ha detto a Rolling Stone Nim, e Jordan si è detto d’accordo: “È una specie di santuario”.

Tutte le situazioni di tensione a cui hanno assistito, compresa una che ha coinvolto un coltello, sono state risolte in modo pacifico. “Qui è l’opposto della violenza”, spiega Nim.

Se la nascita della CHOP sembra scandire la nascita di un nuovo ordine mondiale, gli attivisti di Seattle hanno una lunga storia di occupazioni di spazi pubblici per ottenere risultati di lunga durata.

Nel marzo 1970, circa 100 persone appartenenti ai movimenti indigeni, disarmate, avevano cercato di reclamare parte di un ex base dell’esercito americano, Fort Lawton, per ottenere il ripristino dei diritti indigeni sulla terra. La polizia in assetto antisommossa li aveva sgomberati. Uno di loro, Leonard Peltier, che sarebbe diventato un famoso attivista, era stato arrestato. L’attrice Jane Fonda aveva espresso sostegno per la loro causa non-violenta. Dopo mesi di negoziati, i leader indigeni aveano firmato un accordo di 99 anni per quel terreno, dove oggi sorge il Daybreak Star Indian Cultural Center.

Nell’ottobre 1972, attivisti latinoamericani, aveva occupato la Beacon Hill School, ai tempi abbandonata, per protestare contro il taglio dei finanzamenti a un programma educativo per adulti dell’università pubblica locale. L’edificio non aveva riscaldamento né acqua corrente ma i manifestanti ci erano rimasti per mesi. Alcuni avevano anche cercato di occupare l’ufficio del sindaco, ed erano stati arrestati. Alla fine i manifestanti avevano comprato l’edificio per la cifra simbolica di un dollaro, anche se più tardi i negoziati con il distretto scolastico locale si erano conclusi con la fissazione di un affitto mensile. Oggi vi sorge un’agenzia che si occupa di educazione e servizi sociali, chiamata El Centro de la Raza.

Nel novembre 1985, diversi attivisti neri avevano usato una tattica simile occupando la Colman School, acnh’essa abbandonata, un edificio di mattoni a due piani che volevano trasforamre in un museo della cultura nera. Alcuni membri del gruppo avevano vissuto nell’edificio per otto anni, in uno degli atti di disobbedienza civile durati più a lungo negli Stati Uniti. Nel 1993, la città di Seattle aveva infine accettato di trasformare l’occupazione nel Northwest African American Museum, che oggi include anche 36 appartamenti a prezzi calmierati.
Per il momento, nella CHOP non si parla di occupare nessuna struttura nell’area. Invece gli organizzatori vogliono che le loro domande occupino le menti dei partecipanti, anche se alcuni di questi potrebbero pensarla diversamente. 

Nel fine settimana, a volte nella zona si tengono dei block party, con migliaia di persone che vi entrano. I motopizza di Domino’s consegnano decine di pizze ordinate da sostenitori della CHOP e donate agli occupanti. Un uomo marcia sotto un cartello che proclama, “Qui non siamo al Coachella, siamo a una protesta”. Come per sottolineare questo puntio, dalle casse parte James Brown: “Say it Loud – I’m Black and I’m Proud.”

Nella zona alcuni negozi stanno riaprendo dopo aver chiuso i battendi per la pandemia, tra cui un ramen shop e un bar queer. I proprietari di cani se li portano dietro, mentre nel cielo volano i droni operati da chissà chi nella zona. Vicino alla tenda dei medici c’è un graffito con scritto “Black Lives Matter.” È stato organizzato da un’artista locale, T-Dubs, 33 anni, che ha messo insieme una serie di writer neri, ciascuno dei quali ha disegnato una lettera nel suo stile. T-Dubs, che vive a Seattle da sempre, spera che il messaggio che passa dal graffito non venga dimenticato. “Questa è una città a maggioranza bianca e i problemi dei neri non sono mai stati trattati con l’attenzione che meritano”.

Anche lei spera che i partecipanti alla CHOP capiscano che le persone nere non stanno chiedendo troppo ma solo ciò di cui avrebbero diritto. È convinta che il cambiamento sia possibile. “Sono eccitata per quello che ci riserva il futuro”.

Intanto, il futuro della CHOP rimane fluido. La recente riduzione della sua pianta originale, che prima comprendeva sei isolati, ha fatto sì che alcune strade, precedentemente bloccate al traffico, siano state riaperte. Per marcare i nuovi confini, il dipartimento dei trasporti della città, con il consenso degli attivisti, ha installato delle barriere di cemento. Per quanto riguarda l’impatto della CHOP sulla città e sul movimento antirazzista a livello nazionale, una cosa sembra certa: molti nel mondo stanno guardando con attenzione.

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