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Damiano Tommasi, da ‘anima candida’ della Roma ad aspirante sindaco di Verona

Dopo il sorprendente risultato ottenuto nel primo turno, che gli è valso il 40% delle preferenze, per l'ex centrocampista della Roma l’obiettivo è arduo: ribaltare il destino politico di Verona, una città che, da quindici anni, è appannaggio del centrodestra

Damiano Tommasi durante le elezioni del nuovo presidente della Federcalcio italiana (FIGC) il 29 gennaio 2018 a Roma. Foto via Getty

Senatore in campo e sindaco nella prospettiva più rosea delle aspirazioni. Il viaggio al contrario – dalle gerarchie del calcio a quelle della politica – di Damiano Tommasi (ri)parte da Verona. Casa sua, dove tutto è cominciato e dove tutto potrebbe ricominciare.

Perché un giovane che sogna di diventare calciatore non è diverso da un uomo che a 48 anni punta a guidare una città. L’entusiasmo è lo stesso, la paura pure ma è l’adrenalina a muovere i muscoli e a tratteggiare le opportunità.

Perché la politica non è quella missione di cui spesso si abusa per raccattare preferenze, ma un lavoro. E chi scende in campo in prima persona non improvvisa.

Il calcio per Tommasi è stata una scelta di vita, perseguita anche quando il fisico ha implorato una tregua. L’esperienza e la notorietà gli avrebbero permesso, a fine carriera, di dare opinioni a favore di telecamera come tanti suoi colleghi: ma in uno sport che cambia c’è bisogno anche di qualcuno che lavori per cambiarlo.

E allora nessuna passerella, né tantomeno salotti buoni da frequentare, ma la decisione chiara di rappresentare gli interessi dei calciatori all’interno delle istituzioni, ancora e troppo spesso vittime di un modo di fare barocco e lacché.

Dal 2011 Tommasi è presidente dell’Assocalciatori, il sindacato a cui sono iscritti i campioni dello sport più ricco e più seguito in Italia. Un ruolo santificato dallo sciopero alla prima giornata del campionato 2011/2012 – che ha tenuto sotto scacco il calcio italiano – per il rifiuto della Lega Serie A di discutere sulla gestione dei giocatori in rosa da parte dei club e sugli stipendi.

La politica del pallone troppo spesso nel pallone. Al giacobinismo fatto di riforme di cartone da agitare anche in assenza di vento, Tommasi ha preferito la razionalità e la capacità di comunicare. Un modo per non smettere definitivamente di giocare, e lavorare per vincere. Dal 2018 è consigliere in Figc: un percorso che avrebbe potuto iniziare prima se l’interregno dell’ex presidente Carlo Tavecchio – capace di dividere e frastagliare le varie anime del sistema – non avesse consigliato di attendere per evitare di farsi trascinare dalla corrente del fallimento annunciato.

A Verona la partita per la poltrona di sindaco vale uno Scudetto. Tommasi ha scelto di giocarla praticamente fuori dagli schemi: sostenuto da una coalizione inquadrata a sinistra ma senza per forza circondarsi di leader di partito.

L’obiettivo è parlare alla pancia della città, seguendo la strada del civismo. Forse perché i “partiti” alla fine non sono più tornati.

Il risultato del primo turno è stato incoraggiante: il 40% di preferenze nella sfida elettorale a cui guarda tutta l’Italia della politica ha sorpreso soprattutto gli sfidanti di centrodestra: l’uscente Federico Sboarina, sostenuto da Lega e Fratelli d’Italia, sarà il competitor al ballottaggio, mentre e Flavio Tosi (appoggiato da Forza Italia) potrebbe anche decidere restare a guardare.

A meno di un anno dal voto nazionale, non riuscire a trovare la quadra per i due candidati moderati – che anche in anche in campagna elettorale hanno dimostrato di non avere particolare simpatia l’uno per l’altro – sarebbe un autogol grave per Salvini, Meloni e Berlusconi.

Tosi continua a nicchiare, e forse cerca di alzare il prezzo, ma dalle segreterie nazionali l’augurio è che alla fine si possa trovare un accordo per scongiurare l’harakiri. Intanto in città non si parla che di “effetto Tommasi” per spiegare il cambio di prospettiva radicale con il passato che il candidato ha offerto agli elettori.

Chi la chiama sfida ha capito pienamente il personaggio: Damiano da Negrar, piccolo centro nella provincia veronese, è abituato a gestire le pressioni e a mettere ordine, mediare e lavorare sottotraccia per raggiungere i risultati.

Professionista dell’equilibrio, nel rettangolo verde ha dato più di quanto ha ricevuto, vincendo un campionato nel 2001 con la Roma di Capello, Totti e Batistuta. Un tricolore gli è valso il soprannome di “Anima candida”, anche se le esperienze successive hanno rivelato il suo lato combattivo.

Spesso controcorrente, come quando da giocatore nel 2005 aveva deciso di guadagnare il minimo sindacale – 1.500 euro al mese per dieci mesi – a causa dei continui infortuni. L’obiettivo adesso è ribaltare il destino politico di una città che da quindici anni è appannaggio del centrodestra, nel secondo tempo di una competizione elettorale che sembra una partita di calcio, e forse un po’ lo è.

Tommasi corre e scruta l’azione, alza la testa e studia il piazzamento degli avversari. Per vincere sa che servirà ancora uno sforzo e un gol decisivo: lui che in campo ne ha segnati pochi, in politica ha imparato come si fa.

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