Dalla Polonia alla Libia, l’Unione Europea è sempre una fortezza invalicabile | Rolling Stone Italia
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Dalla Polonia alla Libia, l’Unione Europea è sempre una fortezza invalicabile

La crisi migratori al confine tra Bielorussia e Polonia si aggiunge a quella del Mediterraneo, mentre l'Unione Europea continua a non affrontare le contraddizioni delle sue politiche e a dare la colpa al dittatore di turno

Carlos Gil/Getty Images

Nelle ultime settimane, l’intensificarsi della crisi migratoria ai confini tra Bielorussia e Polonia ha riportato al centro del dibattito pubblico il tema dei limiti della dottrina della cosiddetta “Fortezza Europa” – ossia l’insieme delle scelte politiche europee in materia di immigrazione, che hanno trasformato l’UE in un fortino invalicabile mentre nei boschi bielorussi sul confine polacco la crisi sta precipitando rapidamente in un’emergenza umanitaria, con migliaia di persone bloccate lì da settimane ed esposte al gelo del rigido inverno locale.

I migranti partono da Paesi mediorientali – Iraq in primis – e arrivano in Bielorussia con il favore del governo, che quest’anno ha semplificato le procedure per l’ottenimento dei visti turistici. Come altri leader prima di lui, il presidente bielorusso Lukashenko ha spinto i profughi alla frontiera per ragioni di opportunità politica: è consapevole di poterli utilizzare come un efficace strumento di pressione diplomatica, come dimostrato da diversi esempi che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi anni. Lui stesso ha ribadito questo intento in un’intervista concessa alla BBC, in cui ha detto che non tratterrà i migranti al confine e che “se continueranno a venire non li fermerò perché non sono diretti nel mio paese, stanno venendo nei vostri”. 

Non è la prima volta che un paese autoritario sfrutta a proprio favore le contraddizioni europee, capitalizzando sull’incapacità delle istituzioni di Bruxelles di impostare una politica migratoria lungimirante e realmente efficace. Da questo punto di vista, l’esempio più celebre è quello del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che a intervalli regolari ha strumentalizzato e “militarizzato” il flusso di rifugiati trasformandolo in un’arma per ottenere iniezioni di liquidità e concessioni dall’UE.

L’accordo tra Bruxelles e Ankara siglato nel 2016 per ridurre l’immigrazione irregolare verso la Grecia è forse il portato più visibile di questa strategia a perdere. Nell’ambito dell’accordo, la Turchia si è impegnata a evitare che le persone lascino il suo territorio per raggiungere l’Europa. In cambio l’UE ha promesso alla Turchia finanziamenti pari a 6 miliardi di euro da erogare in due tranche, impegnandosi tra l’altro a “decidere l’apertura di nuovi capitoli” sull’adesione della Turchia all’Unione Europea.

Un patto che ha rivelato fin da subito tutta la sua fallacia: negli ultimi 5 anni, Erdoğan ha regolarmente lamentato di non aver ricevuto tutti i fondi promessi, promettendo azioni di rappresaglia in risposta al mancato adempimento degli obblighi. Una situazione di stallo che ha trovato un culmine nello strappo che si è consumato nel febbraio dello scorso anno, quando il presidente turco ha dichiarato aperti i confini della Turchia per i migranti che avessero voluto tentare di entrare nel territorio comunitario, stracciando momentaneamente il patto con Bruxelles e riversando migliaia di persone al confine per aumentare la sua forza contrattuale.

Tuttavia, la paternità di questo tipo di pressioni diplomatiche è da attribuire a Muammar Gheddafi: prima di essere deposto con la forza nel 2011, il leader libico ha sfruttato per anni le paure italiane ed europee, ottenendo dall’Europa accordi economici e concessioni politiche minacciando di provocare ondate di migrazioni clandestine. Dopo la sua morte, la situazione non ha fatto altro che peggiorare: nel 2017, il patto siglato dall’ex ministro dell’Interno Marco Minniti e dal primo ministro libico Fayez Al-Serraj allo scopo di controllare i flussi migratori provenienti dal Paese avrebbe dovuto rappresentare l’ennesimo tassello di questa fragile strategia di contenimento, che come da copione si è tradotto in un dramma umanitario. 

L’accordo ha portato a trattenere migliaia di persone nei centri di detenzione libici, in cui avvenivano – e avvengono tuttora – torture di ogni genere. L’ultima testimonianza di questi abusi è stata divulgata da Amnesty International lo scorso 15 luglio, attraverso la pubblicazione del rapporto Nessuno ti cercherà: il ritorno forzato dal mare alla detenzione arbitraria in Libia, che ha documentato violenze sessuali contro uomini, donne e bambini intercettati mentre attraversavano il Mediterraneo.

Finora, i dati sembrano confermare come l’approccio europeo (e italiano) alla problematica dei migranti si sia risolto in un completo fallimento: secondo le stime dell’UNHCR e dell’OIM (Organizzazione Internazionale delle Migrazioni), soltanto nei primi due mesi del 2021, i morti in mare sono stati 251 (un numero in crescita rispetto al 2020, che nello stesso periodo ne registrava 233) e da gennaio oltre 10.000 persone sono state rimpatriate in Libia e incarcerate.

Insomma, la crisi ai confini tra Polonia e Bielorussia non è altro che l’esasperazione di un paradigma consolidato, l’ennesima escalation che non sta facendo altro che allargare il divario che separa ciò che l’Europa vorrebbe essere da ciò che rappresenta realmente. Se, da un lato, l’Ue continua a presentarsi al mondo come un luogo di accoglienza e inclusione, dall’altro per i migranti continua a rimanere soprattutto una fortezza inespugnabile. Continuando a non affrontare le contraddizioni interne alle sue politiche e dando la colpa della situazione al dittatore di turno.