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Cos’è la “diplomazia dei vaccini”

Dal “nazionalismo vaccinale” degli Stati Uniti alle esportazioni strategiche della Cina, le potenze stanno espandendo la propria influenza con i farmaci. A farne le spese sono i paesi più poveri

Daniel Karmann/picture alliance via Getty Images

Lo scorso 2 febbraio, una giovane israeliana con “problemi personali” ha lasciato la colonia ultra-ortodossa in cui viveva, Modi’in Illit, e si è diretta verso il Monte Hermon, poi ha attraversato il confine con la Siria, uno stato storicamente nemico di Israele. Una volta arrivata al villaggio di Khader è stata arrestata dall’intelligence siriana.

Le diplomazie dei due paesi hanno subito cominciato a trattare: Gerusalemme ha chiesto la liberazione della donna, Damasco in cambio ha ottenuto non solo il rilascio di due prigionieri, Nihal al-Maqt e Dhiyab Qahmuz, ma anche 200 mila dosi del vaccino russo Sputnik-V. C’è voluta la mediazione di Mosca, ma il governo israeliano è riuscito a liberare una sua cittadina usando come riscatto dei vaccini. È il caso più eclatante di “diplomazia dei vaccini”.

Era già successo con le mascherine, le bombole di ossigeno e i respiratori: la pandemia li aveva resi, di colpo, beni preziosissimi e gli stati e le aziende private che ne erano in possesso hanno subito cercato di usare la loro distribuzione a proprio vantaggio. I vaccini, però, sono decisamente meglio delle mascherine: risolvono il problema della pandemia alla radice, abbassano drasticamente il numero dei contagiati, degli ospedalizzati e quello dei morti, e permettono all’economia di ripartire. Ecco perché, ora, si fa diplomazia coi vaccini.

A proposito di questa “nuova” diplomazia vale la pena chiarire subito una cosa: non è nuova. Il vaiolo, per esempio, fu sconfitto grazie alla collaborazione diplomatica di due paesi tra loro ostili come Usa e Urss. Più di recente, nel 2002, l’epidemia di Sars è stata contenuta dagli sforzi del governo cinese che ha garantito assistenza e cooperazione anche con paesi con cui intrattiene rapporti difficili, come Taiwan. Insomma, come scrive il sito Politico: “i vaccini sono la nuova diplomazia, ma non è per niente diversa dalla vecchia diplomazia”.

Le strategie dei paesi, per il momento, possiamo dire che sono tre: la prima è quella di mantenere per sé i vaccini, e vaccinare innanzitutto i propri cittadini. In questa prima categoria rientrano gli Stati Uniti e il Regno Unito. Washington, nonostante una produzione che a marzo aveva già raggiunto 164 milioni di dosi, non ha esportato vaccini. Anche Londra ha azzerato le esportazioni, a fronte di 16 milioni di dosi prodotte internamente e almeno lo stesso tanto importate dall’estero, soprattutto dall’Unione Europea che da sola ha inviato a Londra oltre 9 milioni. Il “nazionalismo vaccinale” degli Stati Uniti si è lievemente affievolito solo negli scorsi giorni, quando si è deciso di esportare 4 milioni di dosi verso i paesi confinanti, cioè Messico e Canada. Ma 4 milioni di dosi sono pochi, e va detto che sono stati sbloccati dopo settimane di richieste e pressioni.

La seconda strategia è quella di non bloccare le esportazioni, e consentire l’export dei vaccini anche se prodotti nel proprio paese. L’India, L’Unione Europea e la Cina hanno esportato rispettivamente 55, 46 e 109 milioni di dosi di vaccino anti-Covid-19, che corrispondono al 44% del totale dei vaccini prodotti nel paese per l’India, il 42% per l’UE e il 48% per la Cina.

Si potrebbe pensare che la prima strategia, quella di Usa e Uk, è di chiusura, e la seconda, quella di India, Unione Europea e Cina è invece di apertura, ma le cose sono un po’ più complesse. Innanzitutto perché questa differenza è valsa finora, ma è molto probabile che d’ora in poi le cose cambieranno completamente, con Stati Uniti e Regno Unito che raggiungeranno un’alta percentuale di cittadini vaccinati e cominceranno a esportare il vaccino oltre confine.

Nel caso di Cina e India poi, è vero che le esportazioni sono continuate, ma in molti casi si è trattato di tentativi di influenzare strategicamente alcune aree del mondo per proprio tornaconto. Si è visto chiaramente in Nepal, paese dal grande valore strategico per entrambe le superpotenze. Il governo indiano già a inizio febbraio aveva annunciato la donazione al Nepal di un milione di dosi, un numero decisamente importante in un paese di soli 28 milioni di abitanti. Si trattava di un tentativo, attraverso i vaccini, di frenare l’avvicinamento tra il governo nepalese del primo ministro K.P. Sharma Oli e la Cina. Ha funzionato: il governo nepalese ha perso consensi e ha quindi deciso di tornare sui suoi passi, accettando i vaccini indiani e rallentando l’importazione di quelli cinesi.

Anche in Sri Lanka le due superpotenze indiana e cinese si sono scontrate nel tentativo di espandere la propria influenza (come d’altronde fanno da tempo), ma questa volta ha avuto la meglio Pechino. L’india aveva regalato 500 mila dosi e spinto per un accordo col governo srilankese per altre 20 milioni di dosi, la Cina però è intervenuta donando in tempi più rapidi 300 mila dosi e ottenendo, tra le altre cose, l’assegnazione di importanti appalti nella capitale srilankese, Colombo.

Un’altra differenza importante tra la strategia dell’Unione Europea e quella di Cina e India è che, stando ai numeri, i due paesi asiatici per riuscire a esportare stanno vaccinando pochissimo la loro popolazione. L’UE ha somministrato 14 dosi ogni 100 abitanti, l’India solo 4 e la Cina (di cui non si hanno dati) probabilmente meno.

Anche la Russia, come India e Cina, spinge molto per far valere il suo vaccino, Sputnik V, sui tavoli internazionali, e migliorare attraverso l’export le proprie relazioni diplomatiche. Ma anche la Russia, per farlo, sta vaccinando pochissimo i suoi stessi cittadini: solo 4,8 su 100 hanno ricevuto almeno una dose. Mosca è forse il blocco politico che più di tutti cerca di massimizzare il tornaconto politico delle cessioni di vaccini. La dimostrazione più evidente è quanto è successo in Bolivia, dove il Cremlino ha fatto arrivare le dosi necessarie a vaccinare a mala pena 10 mila persone, ma la comunicazione è stata quella di una visita presidenziale, con la presenza del presidente Luis Arce in persona e l’ambasciatore russo, Vladimir Sprinchan.

Infine c’è una terza strategia della diplomazia dei vaccini, quella dei paesi più poveri. Questi si ritrovano sostanzialmente costretti ad aspettare i vaccini, con poche possibilità di contrattare. Per far fronte al problema esiste COVAX, l’iniziativa per la distribuzione solidale dei vaccini, creata su spinta dell’OMS e della Commissione Europea. Per ora i vaccini distribuiti attraverso COVAX sono poco più di 30 milioni, che non sono pochi ma visto che l’obiettivo è distribuire oltre un miliardo di vaccini entro la fine del 2021 il numero è ancora troppo basso. Il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus, commentando gli obiettivi di COVAX, ha detto che si sono fatti enormi progressi, ma anche che ci sono paesi che stanno riuscendo a comprare vaccini dagli stessi fornitori su cui fa affidamento COVAX, e che “queste azioni […] privano gli operatori sanitari e le persone vulnerabili in tutto il mondo dei vaccini salvavita”.