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Cosa sta succedendo in Colombia?

Da nove giorni consecutivi la Colombia è scossa da grandi proteste e da uno sciopero generale contro il governo del presidente Iván Duque, con una repressione durissima che ha già fatto più di 30 morti

Juancho Torres/Anadolu Agency via Getty Images

Da nove giorni consecutivi la Colombia è scosa da grandi proteste contro il governo del presidente Iván Duque e la sua gestione – soprattutto finanziaria – della pandemia. Ad alimentare le contestazioni c’è anche la durissima repressione che le forze dell’ordine hanno messo in campo fin da subito, con un bilancio ancora da verificare di una trentina di morti e più di 800 arrestati, a cui si aggiungono almeno 89 desaparecidos e 10 casi di violenze sessuali da parte della polizia. Le rivolte coinvolgono moltissime città, ma le zone più calde restano Cali e Bogotà. La capitale è oggi una città in pieno caos: militarizzata, con la metropolitana bloccata, le stazioni di servizio in sciopero e le ambulanze che fanno avanti e indietro per dare soccorso sia ai malati di Covid-19 che ai manifestanti feriti

È iniziato tutto con lo sciopero generale del 28 aprile, indetto dalla Centrale unica dei lavoratori – il sindacato principale del Paese – contro una riforma fiscale che avrebbe penalizzato i cittadini di reddito medio e basso. Lo sciopero ha un enorme e insperato successo: aderiscono i sindacati minori, le associazioni sociali e indigene, più un gran numero di studenti, operai e comuni cittadini. Nasce il Comitato nazionale di sciopero e la protesta si diffonde anche sul web, con Anonymous Colombia che hackera il sito dell’esercito.

Nelle città più grandi, alle proteste pacifiche si affiancano saccheggi e incendi di autobus e stazioni di polizia. Il 1 maggio il presidente Iván Duque, allarmato, annuncia in tv che farà intervenire l’esercito. In carica da 3 anni, Duque avrebbe dovuto rappresentare un cambio di rotta più moderato rispetto alle destre che hanno governato la Colombia negli ultimi decenni, in realtà il suo governo si è subito posto in continuità con l’operato dell’ex presidente Álvaro Uribe, suo mentore politico, che infatti su Twitter (in un tweet rimosso per apologia della violenza) ha esortato la polizia e l’esercito a “far valere il proprio diritto di usare le armi”.

Il giorno dopo Duque si vede costretto a ritrattare il disegno di legge, ma è troppo poco: i manifestanti ora ce l’hanno con l’intero pacchetto della Legge di Solidarietà Sostenibile, il cui scopo è “rendere le finanze pubbliche sostenibili nel contesto della crisi” e “mantenere la fiducia degli investitori e dei finanziatori stranieri”. In pratica le rivendicazioni si sono allargate anche a temi quali il lavoro, le pensioni e la salute.

Questo perché la situazione in Colombia era già tesa da tempo. Le proteste del 2019 contro la disuguaglianza economica avevano portato ad alcune misure previdenziali, ma con la pandemia la situazione è precipitata. Si stima che nell’ultimo anno 2,8 milioni di persone siano sprofondate in condizione di povertà estrema. Il lockdown colombiano è stato e uno dei più lunghi al mondo, reintrodotto a più riprese. E questo ha comportato la chiusura di oltre 500mila attività. In tutto ciò la finanziaria del governo Duque avrebbe aggiunto carico ulteriore sulle spalle dei ceti medio-bassi, con un aumento dell’imposta sugli scambi (la nostra IVA) su beni di prima necessità come uova, riso e farina e con l’abbassamento della soglia per pagare l’imposta sul reddito. Il tutto con scarsissima pressione fiscale sulle imprese e sulle classi più abbienti.

La situazione economica è il principale motivo di scontento, ma c’è un altro retroscena importante per capire le proteste: l’esasperazione nei confronti della violenza delle forze dell’ordine. Già lo scorso settembre c’erano state manifestazioni contro la brutalità della polizia dopo la diffusione di un filmato che mostrava l’aggressione all’avvocato Javier Ordóñez, fermato per aver violato il distanziamento sociale e morto qualche ora più tardi.

A spaventare la popolazione è soprattutto l’Esmad, l’Escuadrón Móvil Antidisturbios (squadrone mobile antisommosse), che è quello che rimane degli squadroni della morte che hanno imperversato tra il 2000 e il 2016 contro i guerriglieri delle FARC-EP, ma anche contro i civili ritenuti base sociale della guerriglia. 

Durante il weekend del 1 maggio molti video hanno mostrato le forze di sicurezza che sparavano contro i manifestanti (anche a distanza ravvicinata), speronavano la folla con le motociclette e colpivano i manifestanti con gli scudi. Uno in particolare ha scosso l’opinione pubblica. È stato girato a Ibagué e mostra il momento in cui una donna scopre che suo figlio di 19 anni è stato ucciso dagli agenti. Grida: “Uccidete anche me, hanno ucciso anche me. Era il mio unico figlio!”

Visto il successo dello sciopero generale, intanto, le richieste dei manifestanti hanno smesso di essere puramente economiche e hanno cominciato a essere anche politiche: un governo meno autoritario, libertà e garanzie democratiche, garanzie costituzionali per la mobilitazione e la protesta, fine della violenza poliziesca e punizione dei responsabili, scioglimento dell’Esmad. Accanto a queste ci sono domande per una vaccinazione di massa, per un reddito di base garantito, per i sussidi alle piccole imprese.

Se alcune richieste, come il reddito di base, hanno poche chance di essere accolte, le preoccupazioni per il clima di violenza e repressione hanno appoggi anche istituzionali. L’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha infatti condannato l’uso eccessivo della forza e messaggi simili stanno arrivando anche dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti. Intanto la sindaca di Bogotà, Claudia Lopez, ha chiesto che i militari lascino la capitale.