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Cosa sta succedendo dentro il PD?

Ieri il Segretario Nicola Zingaretti ha annunciato le sue dimissioni. Forse è un bluff, ma dentro il Partito Democratico c'è una guerra tra bande tra chi vuole l'alleanza con il M5S e chi parla di "vocazione maggioritaria"

Massimo Di Vita/Archivio Massimo Di Vita/Mondadori Portfolio via Getty Images

Ieri pomeriggio, con un post sulla sua pagina Facebook, il Segretario del PD Nicola Zingaretti ha annunciato a sorpresa le proprie dimissioni dalla carica. Zingaretti ha parlato di “stillicidio” e di un partito in cui “da 20 giorni” si parla “solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid”. Un post estremamente passivo-aggressivo, insomma, in cui Zingaretti prende atto di essere il problema del PD e di voler sbloccare la situazione. “Ora tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità”, ha scritto. 

Le dimissioni di Zingaretti sono arrivate senza preavviso, ma che il Segretario del PD fosse sotto attacco dall’interno non era un mistero. Gli attacchi erano cominciati con la fine del governo Conte bis e l’arrivo del governo Draghi: una parte del partito rimproverava al Segretario soprattutto l’alleanza strategica con il M5S, linea colpevole di aver rivitalizzato l’avversario e di aver trasformato Conte in una specie di leader progressista in grado di contendere al Partito Democratico il suo bacino elettorale. L’altro tema era la spartizione delle cariche riservate al PD all’interno del governo Draghi, con troppo poco spazio riservato alle donne e l’accusa alla leadership di essere “machista”. 

Ma cosa sta succedendo dentro il PD? Quello che è in corso assomiglia a un regolamento di conti tra le varie anime che compongono il partito, organizzate in correnti ufficiose. Da una parte c’è l’ala pro-Zingaretti, favorevole all’alleanza strategica con il M5S, dall’altra chi Zingaretti vorrebbe detronizzarlo e per attaccarlo usa l’arma della “vocazione maggioritaria” del PD, ovvero una strategia che punta sullo strappare al M5S il suo bacino elettorale nell’ottica di un futuro bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra.

Secondo una ricostruzione del Corriere della Sera, di queste correnti all’interno del partito se ne potrebbero contare sette: gli “zingarettiani”, forti nel partito ma deboli nei gruppi parlamentari (che sono ancora quelli decisi da Renzi); le correnti di Bettini e di Orlando, anch’esse con Zingaretti; la maggioranza interna che fa capo al ministro della Cultura Franceschini, che ancora non ha preso posizione. C’è infine la minoranza che attacca Zingaretti e punta a un nuovo Congresso e a nuove primarie: “base riformista”, corrente guidata dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini, che rappresenta 32 deputati e 19 senatori; la corrente di Matteo Orfini; la corrente informale composta da sindaci e governatori come Dario Nardella, Giorgio Gori e soprattutto Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna.

Proprio Bonaccini è indicato da molti come possibile avversario di Zingaretti per la segreteria. Nonostante diverse gaffe anche recenti nella gestione della pandemia e nonostante gli attestati di disponibilità al dialogo con la Lega “su cose che hanno senso”, Bonaccini è visto come uno dei pochi in grado di “sconfiggere la destra” – il titolo della sua autobiografia uscita nel 2020, dopo la vittoria del PD alle regionali in Emilia-Romagna, è proprio La destra si può battere – ed è per questo che le sue quotazioni sono in salita all’interno del partito. 

L’annuncio delle dimissioni di Zingaretti è arrivato a sparigliare le carte in questi schieramenti, e c’è chi pensa che si tratti di un bluff per ricompattare il partito intorno a sé. Ma è chiaro che il segretario si trova in difficoltà e che da qualche tempo sta cercando di mediare con l’opposizione interna. In un’intervista a Repubblica lo scorso 10 gennaio, per esempio, proponeva una “svolta” includendo nel partito “sardine, società civile, ecologisti” ma indicava anche tra le sue priorità proprio la convocazione di un congresso chiesta a gran voce dall’opposizione interna.

In ogni caso, la guerra tra bande interna al PD sta distruggendo quella credibilità che il partito era riuscito a ricostruirsi nel periodo del governo Conte bis grazie alla strategia di Zingaretti basata, sostanzialmente, sul non fare niente aspettando che fossero gli avversari a logorarsi, per poi apparire come la forza del buonsenso e della ragione in mezzo alla politica delle urla. In attesa di vedere come si concluderà la vicenda, la situazione sta discendendo rapidamente nella farsa – dopo l’annuncio del Segretario l’account Twitter ufficiale del PD ha cominciato a retwittare chiunque scrivesse a Zingaretti di ripensarci – e il principale partito progressista italiano sta dimostrando ancora una volta il suo essere privo di idee e di visione.