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Cosa sono i Pandora Papers, e perché sono importanti

Un'inchiesta durata un anno e mezzo svela ancora una volta i modi in cui i super ricchi nascondono i loro affari: dentro ci sono Tony Blair e il presidente ucraino Zelenskiy, eletto come paladino anticorruzione. E non è finita

L'ufficio di Ginevra della Mossack Fonseca, da cui sono partiti i Panama Papers, nel 2016. Foto Pxl8/Getty Images

Questa domenica sono stati pubblicati i cosiddetti Pandora Papers, un’inchiesta giornalistica internazionale coordinata dall’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) e a cui hanno partecipato decine di giornalisti e di testate in tutto il mondo, dal Washington Post al Guardian, a El PaísLe MondeBBCPBS. L’inchiesta analizza quello che è il più grande leak di dati sensibili riguardanti i paradisi fiscali nella storia – 12 milioni di file, per quasi 3 terabyte di peso. Si tratta di un seguito ideale di Panama Papers e Paradis Papers, altri due leak di questo genere avvenuti nel 2016 e nel 2017. 

Come i due leak precedenti, anche i Pandora Papers rivelano gli affari segreti di decine di leader mondiali, tra cui figurano presidenti e primi ministri, sia in carica che ex, nonché ministri, giudici, sindaci e generali. Ma sono coinvolte anche celebrità, musicisti, uomini d’affari. Si parla di holding nascoste in paradisi fiscali per evadere il fisco, conti correnti nascosti: in breve, tutti i lati oscuri del sistema finanziario internazionale. I Paesi coinvolti nel leak sono oltre 90. 

Il lavoro sui dati ha richiesto circa un anno e mezzo e le rivelazioni che sono state fin qui non sono che la punta dell’iceberg: le varie testate che sono state coinvolte nel lavoro continueranno a pubblicare le loro scoperte nei prossimi giorni. 

Tra le persone più potenti coinvolte nell’inchiesta e di cui si conosce già l’identità c’è il re di Giordania Abdullah II, che possederebbe un impero immobiliare da 100 milioni di dollari tra Malibu, Washington e Londra. Poche ore prima della pubblicazione dei Pandora Papers, in Giordania il sito dell’ICIJ, che ha coordinato l’inchiesta, è stato reso inaccessibile. Il re ha declinato di rispondere a qualsiasi domanda sulle rivelazioni dell’inchiesta e ha detto che nelle rivelazioni non ci sarebbe nulla di illegale. 

C’è poi Ilham Aliyev, presidente dell’Azerbaijan, che avrebbe investito 400 milioni di dollari nel mercato immobiliare inglese negli ultimi anni. C’è il primo ministro della Repubblica Ceca Andrej Babiš, che avrebbe comprato un castello in Francia del valore di 22 milioni di dollari tramite una holding estera. C’è il presidente ucraino Volodymyr Zelenskiy, eletto con un vero e proprio plebiscito nel 2019 sulla base della promessa di combattere la corruzione nel Paese e che, si è scoperto oggi, già durante la sua campagna elettorale da eroe anticasta gestiva una holding in un paradiso fiscale per poi trasferire le sue quote a un amico che oggi è un suo stretto consigliere. E soprattutto c’è Tony Blair, l’ex leader laburista britannico, che avrebbe eluso tasse per 312mila sterline durante l’acquisto di un palazzo a Londra che precedentemente era di proprietà della famiglia di un ministro del Bahrain. 

I Pandora Papers portano ancora una volta all’attenzione del mondo l’opacità del sistema finanziario internaizonale. Corruzione, evasione fiscale, polarizzazione economica e sociale, populismi e altri fenomeni che osserviamo tutti i giorni nelle nostre società hanno in un certo senso la loro radice nei paradisi fiscali dove le élite del mondo nascondono i loro affari e le loro riccchezze. 

Ma i Pandora Papers mostrano anche, implicitamente, che i leak e le inchieste giornalistiche servono a ben poco a parte attirare temporaneamente l’attenzione sulle storture del sistema. I Panama Papers e i Paradise Papers hanno portato in alcuni Paesi a limitate riforme del sistema finanziario, ma i Paradise Papers mostrano oggi come tali riforme non abbiano sostanzialmente intaccato il funzionamento dei paradisi fiscali. 

Alcuni clienti di Mossack Fonseca, lo studio legale al centro dello scandalo Panama Papers 2016 e quello da cui erano stati sottratti i documenti contenuti nel leak, hanno semplicemente aspettato che l’attenzione sollevata dallo scandalo venisse meno e hanno trasferito le loro attività in studi legali rivali. Dal nuovo leak si scopre che alcuni di loro hanno comunicato esplicitamente di averlo fatto per via dei Panama Papers. In pratica, i leak e gli scandali sono ormai talmente comuni da essere diventati una sorta di “rischio d’impresa” per gli operatori dei paradisi finanziari il cui lavoro è aiutare i ricchi a nascondere i loro affari. 

Secondo Gerard Ryle, direttore dell’ICIJ, il problema fondamentale è che le riforme del sistema finanziario internazionale e dei paradisi fiscali non funzionano perché i politici che dovrebbero promuoverle sono loro stessi coinvolti. “Poiché ci sono sono leader mondiali, politici e funzionari pubblici che usano tutti questi mondo, non vedo come le cose possano cambiare”, ha detto al Guardian. Nonostante questo, i Pandora Papers a suo dire “sono i Panama Papers sotto steroidi”: un leak molto più vasto, molto più importante e che potrebbe avere un impatto maggiore – anche perché arriva durante la pandemia, in un periodo in cui le disuguaglianze sono esacerbate.