Cosa significa la nomina del nuovo giudice della Corte Suprema per la comunità LGBTQ

Brett Kavanugh, la scelta di Trump, è un brutto modo per ricordarci che tutte le nostre vittorie sono appese a un filo

Attivisti LGBTQ manifestano davanti alla Corte Suprema per la legalizzazione dei matrimoni omosessuali. Foto IPA


Il presidente Trump, la drama queen migliore d’America, ha fatto tutto quello che poteva per trasformare la sua seconda nomina alla Corte Suprema in un’esibizione acchiappa-ascolti. Ma per gli americani queer c’è solo una domanda a cui rispondere dopo lo spettacolo di lunedì: siamo definitivamente fottuti, o probabilmente fottuti?

Il giudice Anthony Kennedy non è stato solo decisivo in alcune sentenze fondamentali, ma era responsabile di tutte le decisioni pro-diritti gay nella storia americana. Le motivazioni annesse alla legalizzazione dei matrimoni dello stesso sesso (il caso Obergefell contro Hodges) lo rendevano la cosa più vicina a Thurgood Marshall che la comunità LGBT americana avesse mai avuto. Ma come ha spiegato l’analista del New Yorker Jeffrey Toobin, la sua eredità è tutto meno che scolpita nella pietra. «La Costituzione garantisce solo i diritti che la Corte ritiene garantisca. La nuova maggioranza può portarli via, e può farlo in tanti modi diversi».

La scelta di Trump per rimpiazzare Kennedy avrebbe potuto rappresentare l’apocalisse per i diritti queer. Ma Brett Kavanaugh – il giudice nominato – non è noto per le sue decisioni sul tema e non ha mai espresso posizioni anti-gay in pubblico. A differenza della sua collega della destra cattolica, il giudice Amy Coney Barrett, c’è ancora qualche mistero sul grado di ostilità di Kavanaugh verso i diritti delle donne e delle minoranze. Ma è una piccola consolazione. Kavanaugh, come Barrett, è un fervente sostenitore della “religious liberty” – tradotto: il diritto dei cristiani conservatori di discriminare. Non sappiamo con certezza se Kavanaugh voterà contro i matrimoni omosessuali. Sappiamo, però, che siede con gioia accanto a conservatori cristiani d’ogni specie, una maggioranza che potrebbe portarsi via tutti quei diritti che la comunità queer ha da poco iniziato a conquistare.

Il ritiro di Kennedy è stato uno shock per i miei compagni queer – un brutto modo per ricordarci che nonostante l’opinione pubblica sia cambiata a nostro favore (il 67% degli americani è a favore dei matrimoni omosessuali), i nostri diritti giuridici sono in pericolo. La peggiore delle ipotesi: via i matrimoni, via la parola LGBT dalle ordinanze contro gli hate-crimes e la discriminazione, tutti di nuovo dentro ai nostri armadi metaforici. «Siamo fottuti, bitch», mi ha detto un amico dopo l’annuncio di Kennedy, e capisco cosa prova. Dopo tutto quello che ci è successo, dobbiamo di nuovo combattere per la nostra dignità? Così presto?

Chiariamoci: non pensiamo di non avere gli strumenti per la battaglia, ora che l’autoritarismo da reality show di Trump ci prende di mira insieme a Latinos e musulmani e disabili e immigrati e portoricani e donne e personale FBI. Noi queer abbiamo appena vissuto la più rapida esplosione di diritti civili della storia delle minoranze americane. Siamo un movimento che ha sfruttato una terrificante crisi sanitaria in un cavallo di Troia per i diritti civili. Kavanaugh e la nuova maggioranza di destra possono ribaltare le decisioni di Kennedy – e probabilmente lo faranno – ma c’è una cosa che non riusciranno a fare: ribaltare la storia. Abbiamo ancora da combattere, è vero. Ma non siamo diretti verso il medioevo.

Lo so per esperienza personale, io in quel medioevo ci sono cresciuto. Se sei queer, americano e hai più di 50 anni, hai vissuto l’intera storia del movimento – è una cosa strana, e rara. Immaginate una persona nata nell’era dello schiavismo e capace di ricordare l’emancipazione tanto quanto la legge per il diritto di voto. I queer hanno impiegato “solo” 46 anni per passare da Stonewall (le rivolte sono esplose nel ’69, qualche anno dopo la mia nascita) a Obergefell. Persone come me possono ancora sentire cosa significa crescere in un mondo dove sei qualcosa di innominabile.

La mia storia: sono cresciuto in una famiglia metodista del Sud, dove era addirittura difficile capire cosa fosse quel “qualcosa”: al massimo potevi vedere in televisione qualche immagine delle parate di San Francisco, prima che la mamma imponesse di cambiare il canale “all’istante!”. Potevi avere a che fare con la disinformazione scolastica nelle ore di educazione sessuale, o leggere orribili racconti delle “perversioni” omosessuali in libri come Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso* (*ma non avete mai osato chiedere). (“La principale caratteristica dell’omosessualità è la promiscuità”, pensavo a 12anni. “L’omosessuale deve costantemente cercare un uomo, un pene, l’esperienza che lo possa soddisfare. Tragicamente questa soddisfazione è impossibile, perché la formula è errata”).

Come tutti i queer della mia epoca, gli anni ’80 sono stati il momento in cui ho esplorato la mia sessualità, lo stesso periodo in cui l’AIDS ha reso questa esplorazione un possibile suicidio. Non eravamo invisibili; eravamo pericolosi, maledetti da Dio, causa di disastri naturali. C’erano grandi discussioni a proposito della possibilità di mettere in quarantena tutti i maschi omosessuali. Benvenuto nell’età adulta! Sei giusto in tempo per vedere i tuoi desideri sessuali trasformati in una condanna a morte!

Queste non sono esperienze che scompaiono con il tempo. Fanno ancora male. A me, a noi. Io so che significa aver paura di essere gay. Conosco la paura di vivere un falso matrimonio eterosessuale, l’emarginazione sociale e la minaccia dell’eternità dell’inferno. Avevo paura che fare sesso con un altro uomo, o addirittura baciarlo, potesse uccidermi, uccidermi davvero. Avevo paura di essere ucciso perché “sembravo gay” per la strada, perché “provocavo” violenze. Questo tipo di paure.

Poi, quando la sentenza Lawrence e le nostre battaglie sono culminate nella legalizzazione dei matrimoni gay, ero ormai un vecchio malinconico che a tutte le feste degli amici più giovani diceva: «Non sarà facile per sempre – ci sarà un contraccolpo. Non avete idea di quanto queste vittorie siano fragili».

Ma per quanto possa sembrare assurdo, la storia della mia vita mi ha reso ottimista. Non so cosa succederà al caso Obergefell dopo il ritiro di Kennedy. Ma posso dire questo, perché lo so: quel gruppo di stronzi etero in giacca e cravatta può fare quello che vuole, e lo stesso vale per Donald Trump. La destra può mettere in piedi una nuova campagna di propaganda, magari resuscitando gli slogan di un tempo (“Gli omosessuali non possono riprodursi, quindi devono reclutare” – Anita Bryant, 1977). Possono dire ai miei amici MJ e Beth Ann – anzi, possono provarci – che il loro matrimonio è carta straccia. O ancora meglio, possono concentrare i loro sforzi sui social media così da convincere i miei fratelli e sorelle di 20anni che dovranno accettare una cittadinanza di serie C. Ma un conto è negare diritti a persone che non hanno mai vissuto la libertà. Farlo con chi sa di essere libero è tutta un’altra storia.

Nonostante la mia età non mi renda più adatto al dating, mi dà una prospettiva a cui mi sto aggrappando in queste ore. Quando Kennedy ha avuto il coraggio di annunciare il suo ritiro, ho perso il controllo, come tutti, ma ho notato qualcosa: nonostante tutti i “fuuuuck” sui social, nonostante le nostre urla furiose e i nostri sospiri disperati, non c’era nessuno (neanche online) che fosse davvero spaventato. Incazzato, sì. Chi non lo sarebbe? A poco più di tre anni di distanza dalla conquista della “vera cittadinanza” nel tuo paese, ti ritrovi di fronte alla possibilità di perdere tutto. Ma nessuno è rassegnato. Nessuno dice: «Oh, beh, è stato così carino avere quei diritti per un po’».

La natura umana non è cambiata da quando mi sentivo invisibile nell’America degli anni ’70. E questa è una brutta notizia. Ci sarà sempre chi con qualche scusa, magari nel nome della sicurezza, discriminerà e de-umanizzerà gli altri. Non abbiamo motivo di pensare che questa natura sparirà in un istante, così come il bigottismo anti-gay, solo perché due terzi degli americani hanno sostenuto una coppia di uomini – o perché la Corte Suprema ha decretato nel 2015 che i queer hanno diritto alla stessa dignità di tutti gli altri esseri umani.

Quello che è cambiato, e lo ha fatto in maniera indelebile, è il modo in cui gli americani queer vedono loro stessi, e cosa si aspettano. Gli omofobi dicevano che l’omosessualità era di facile contagio – così magica che se lasciata libera in una città si sarebbe presto diffusa in tutto il paese, poi nel mondo. Non era vero per il sesso ma, a quanto pare, lo è stato per la comunità stessa. Quando ci siamo rivelati al mondo, abbiamo contagiato tutti. Adesso provate a rimetterci nell’armadio, stronzi.

Leggi anche: