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Cosa sappiamo della ‘missione di pace’ di Matteo Salvini in Polonia

Il viaggio del leader leghista non procede benissimo: è stato contestato al suo arrivo alla stazione di Przemysl, una cittadina al confine con l’Ucraina, dal sindaco Wojciech Bakun, che mostrando una maglietta con il volto di Putin ha detto: «Io non la ricevo, venga con me al confine a condannarlo»

Screenshot dal profilo Facebook di Paweł Zastrowski

Il 7 marzo Matteo Salvini è partito alla volta di Varsavia, in Polonia, per dare seguito a una “missione di pace” che, ovviamente, ha a che fare con gli sviluppi della guerra in Ucraina. Il problema è che dello scopo ultimo di questa “missione” si sa ancora pochissimo: gli unici indizi provengono dai contenuti postati sui canali social del leader della Lega, che lo vedono impegnato in una serie di appuntamenti. Ad esempio, ieri, Salvini ha incontrato i rappresentanti di alcune aziende nostrane nella sede dell’Ambasciata d’Italia in Polonia, ufficialmente per «fare il punto sugli aiuti ai profughi e sulla possibilità di aiutare e sostenere l’accoglienza nel nostro Paese».

L’intenzione di raggiungere il confine tra Polonia e Ucraina era stata anticipata dallo stesso Salvini la scorsa settimana, nel corso di una conferenza stampa alla Camera in cui fatto sapere di avere in cantiere l’ipotesi di una trasferta nella zona di guerra, per «frapporsi tra le bombe e il popolo, tra il popolo e i missili».

Com’è facile intuire, la svolta pacifista di Salvini non è passata inosservata: gli atteggiamenti sfoggiati nelle ultime 24 ore hanno messo in mostra un leader completamente diverso da quello a cui ci siamo abituati negli ultimi anni. Le comparsate in divisa e le richieste di “pieni poteri” sono, ormai, un lontano ricordo: l’uomo carismatico allergico alla sinistra arcobaleno e al galateo ha ceduto il passo a una specie di ibrido tra Martin Luther King e un Tinky-Winky dispensatore di abbracci in salsa padana, pregno di generosità e buone intenzioni.

Secondo le voci più critiche, quello di Salvini non sarebbe altro che un tentativo di ripulire la propria immagine dopo gli scivoloni degli ultimi anni, che lo hanno visto accostarsi a Putin in maniera un pelino ambigua.

Ad esempio, nel 2018, il segretario del Carroccio aveva fatto i migliori auguri a Putin per la sua rielezione, mentre in precedenza si era sperticato in lodi per le doti da capo di Stato del numero uno del Cremlino, asserendo di essere pronto a “scambiarlo” con Mattarella alla prima occasione possibile («Cedo due Mattarella in cambio di mezzo Putin!», scrisse in un post su Facebook ora cancellato).

Insomma, quello tra Salvini e il Cremlino è stato un flirt costante: nel 2014, quando era segretario federale della Lega ed europarlamentare, è stato tra i pochi politici europei a sostenere apertamente l’annessione russa della Crimea e a rivendicare la relazione felice che il Carroccio intratteneva con il partito di Putin, Russia Libera, dichiarando che «il popolo ha voluto democraticamente abbandonare un territorio, quello ucraino» e dicendosi «sempre favorevole al principio di autodeterminazione dei popoli»; e, anche se – complice la pandemia – è un po’ passato in sordina, il caso dei finanziamenti illegali russi alla Lega ha tenuto banco per mesi, rivelando un piano che il Carroccio allestì ad arte per spartirsi mazzette milionarie in un’operazione petrolifera che avrebbe dovuto anche finanziare la campagna elettorale per le Europee del 2019. 

Peraltro, pur mostrando spessissimo una certa solidarietà verso le vittime della guerra, da quando il conflitto ha avuto inizio Salvini ha adoperato una certa prudenza nel fare riferimento alla Russia nelle sue dichiarazioni pubbliche. Insomma: questo slittamento in senso pacifista ha tutto l’aspetto di un espediente che Salvini intende sfruttare per rifarsi il look e presentarsi come una personalità conciliante e mediatrice; fino a questo momento, però, non gli è andata benissimo: poche ore fa, il leader della Lega è stato infatti pesantemente contestato al suo arrivo alla stazione Przemysl, una cittadina ad una decina di chilometri al confine con l’Ucraina. Il sindaco Wojciech Bakun – uomo dotato di buona memoria, a quanto pare – ha prima ringraziato l’Italia e poi ha mostrato una maglietta con il volto di Putin e, rivolgendosi a Salvini, ha detto: «Io non la ricevo, venga con me al confine a condannarlo», riportando alla memoria un passato non troppo lontano in cui il numero uno del Carroccio non aveva paura di sfoggiare in pubblica piazza il volto virile del proprio nume tutelare. 

 

 
 
 
 
 
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Un post condiviso da IL FRITTO MISTO ©️Due (@ilfrittomistodue)

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