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Cosa resta delle Primavere arabe, 10 anni dopo

Esattamente 10 anni fa un venditore ambulante si dava fuoco in Tunisia, causando come in un effetto farfalla la caduta di quattro dittatori e tre guerre civili. Com'è cambiato il mondo dal quel giorno?

John Moore/Getty Images

L’immagine della scintilla è un tema ricorrente nel racconto delle rivoluzioni, ma nel parlare delle Primavere arabe questa immagine sembra essere più calzante che mai. Esattamente 10 anni fa, il 17 dicembre 2010, una scintilla era ciò che aveva usato Mohamed Bouazizi, un venditore ambulante di frutta e verdura di Sidi Bouaziz, in Tunisia, per darsi fuoco. La polizia l’aveva preso di mira sequestrandogli la merce per estorcergli del denaro: non era la prima volta che succedeva e Bouazizi era andato all’ufficio del governatore per lamentarsi. L’avevano cacciato via, e lui era tornato dopo pochi minuti con benzina e fiammiferi. “Come credi che io possa guadagnarmi da vivere?” aveva gridato prima di darsi fuoco in mezzo al traffico. 

Bouazizi sarebbe morto per le ustioni il 4 gennaio 2011, e al suo corteo funebre avrebbero partecipato 5000 persone. Solo 10 giorni dopo, il presidente della Tunisia Zine El-Abidine Ben Ali, al potere dal 1987, si sarebbe dimesso e sarebbe scappato in Arabia Saudita. Era l’inizio di un effetto domino che avrebbe interessato tutto il mondo arabo: dopo Ben Ali sarebbero caduti il presidente egiziano Hosni Mubarak, al potere dal 1981 (11 febbraio 2011), il dittatore libico Mu’ammar Gheddafi, al potere dal 1969 (20 ottobre 2011) e il presidente dello Yemen Ali Abdullah Saleh, al potere dal 1990 (27 febbraio 2012). La scintilla con cui si era dato fuoco Mohamed Bouazizi aveva anche incendiato la polveriera mediorientale, portando nelle piazze il grido di tawra, “rivoluzione”.

Perché le Primavere arabe sono state una rivoluzione – e negli anni seguenti abbiamo visto cambiamenti, sperimentazioni e fallimenti, nella logica trasformativa che è propria di ogni moto rivoluzionario. L’esperimento democratico tunisino, nato dopo la fuga del clan del presidente Ben Ali, ha retto agli scossoni degli ultimi 10 anni grazie alla tenuta della società civile, che ha resistito vedendosi passare davanti il partito islamista Ennahda (“rinascita”), l’attivismo laico, i compromessi politici e il populismo che ha trionfato alle ultime elezioni.

Altrove, non è andata così bene: in Egitto a Mubarak è succeduto per un breve periodo Mohamed Morsi, presidente esponente della Fratellanza musulmana eletto democraticamente, ma nel 2013 un colpo di stato militare ha messo al potere il generale Abdel Fattah al-Sisi e il Paese è ripiombato nella spirale del militarismo. Siria, Yemen e Libia, invece, vivono da anni una situazione di guerra civile a cui, nel caso di quest’ultima, il cinismo internazionale non ha fatto che contribuire – finanziando le stesse milizie che sono alla base della frammentazione del Paese, per appaltare a terzi il controllo dei flussi migratori alle frontiere dell’Unione Europea e intanto guadagnare dallo sfruttamento delle risorse energetiche.

Viste dalla sponda nord del Mediterraneo, le Primavere arabe sono state raccontate negli ultimi dieci anni in ogni modo possibile. C’è l’immagine del generico desiderio di democrazia che si propaga in tutto il mondo arabo. C’è il continuo della metafora meteorologica secondo cui dopo una breve primavera non c’è poi stata un’estate democratica ma un “inverno arabo” di violenza. C’è la visione semplificata di chi crede che nel mondo mediorientale l’autoritarismo sia un male necessario, l’unica via per allontanare lo spettro dell’islamismo radicale. E c’è l’idea – giustificata a posteriori – secondo cui i vari dittatori come Gheddafi e Mubarak che sono caduti durante le Primavere arabe fossero gli unici garanti della stabilità e l’unica alternativa possibile alla guerra civile. 

Tutte queste narrazioni sono figlie di un’idea orientalista secondo cui in Medio Oriente non può esserci pace. Nel grido di Mohamed Bouazizi – “come credi che io possa guadagnarmi da vivere?” – c’è già un’altra versione della storia.  Se è vero che le rivoluzioni del 2011 hanno portato guerre e autoritarismi è altrettanto vero che, se ancora oggi siamo qui a parlarne dopo 10 anni, sminuire la portata di quanto è successo significa analizzare una regione complessa secondo una logica semplificata: successo o fallimento, democrazia o dittatura. 

Le Primavere arabe, invece, vanno viste in modo diverso. Non c’è solo il bianco o il nero, né solo la scala di grigi inevitabile che ogni sovvertimento politico porta con sé; c’è anche il modo in cui la società reagisce dal punto di vista culturale. Il 2011 e gli anni successivi, ad esempio, sono stati straordinariamente fertili dal punto di vista dell’arte e della letteratura, sono stati importanti per la riflessione femminista e hanno contribuito a creare spazi di confronto che non è possibile ignorare – a meno che non si voglia offrire una visione monolitica a uso e consumo del pubblico occidentale.

Le trasformazioni demografiche, economiche e tecnologiche alla base dei moti del 2011 e i sentimenti che stavano dietro quelle proteste non sono stati fermati dalla ferocia del dittatore di turno. Capirlo è fondamentale per decifrare quello che è accaduto dopo – che in parte sta ancora accadendo – in altri Paesi della regione, l’Algeria e il Sudan. La richiesta di rinnovamento di un modello politico insostenibile non si ferma al 2011 ma torna in piazza con i giovani algerini che nel 2019 hanno chiesto e ottenuto le dimissioni del presidente Albdelaziz Bouteflika o nelle immagini della rivoluzione che nel 2019 ha portato alla caduta del dittatore sudanese Omar al-Bashir. 

A 10 anni dalla morte di Mohamed Bouazizi, quindi, possiamo pensare alla sua scintilla come a un gesto cristallizzato nel tempo che ha scatenato una breve “primavera” o come la nascita di qualcosa di più complesso, che va oltre le definizioni scontate che ne sono state date e che continua ancora ad avere un impatto sul mondo di oggi.

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