Cosa pensa la comunità ebraica dei no vax che protestano vestiti da ebrei | Rolling Stone Italia
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Cosa pensa la comunità ebraica dei no vax che protestano vestiti da ebrei

Dopo il caso di Novara lo scorso ottobre, il fenomeno è sempre più frequente. Abbiamo chiesto alla comunità ebraica cosa ne pensa, perché succede, cosa si potrebbe fare per evitarlo

Lo scorso ottobre, nel corso di un corteo contro il Green Pass a Novara, è andato in scena qualcosa che ha profondamente sconvolto l’opinione pubblica italiana, ancora di più di quanto non sia sconvolta normalmente dalle manifestazioni di chi rifiuta i vaccini o nega la pandemia. La gente che manifestava, in modo festoso e per niente intimidatorio, indossava una pettorina che richiamava l’abito a strisce che i deportati erano costretti a indossare nei campi di concentramento nazisti. E stava aggrappata a una corda, in riferimento al filo spinato che circondava i lager. 

Nelle intenzioni dell’organizzatrice del corteo, l’infermiera e attivista no Green Pass Giusy Pace, l’uso di quella simbologia aveva un preciso scopo politico. “Non volevamo accostarci agli ebrei ma in generale ai deportati. Perché noi siamo una minoranza: ci definiscono terrapiattisti, no vax, fascisti. Tutte storture”, ha detto in un’intervista al Corriere della Sera. “Non volevamo paragonarci ad Auschwitz, se avessi voluto scegliere un campo avrei scelto Dachau, in cui c’erano i politici, tutte le minoranze”.

L’uso di questo tipo di simboli non è un fenomeno solo italiano: in tutto il mondo i movimenti no vax, no Green Pass e negazionisti della pandemia hanno iniziato a rifarsi in vari modi al nazismo. Paragonano i capi dei governi dei loro Paesi a Hitler aggiungendo i famosi baffetti alle loro foto, paragonano il Green Pass a una discriminazione in vari modi (ci sono stati fotomontaggi dei cancelli di Auschwitz in cui la scritta “il lavoro rende liberi” era stata sostituita da “il Green Pass rende liberi”) e paragonano loro stessi alle vittime del nazismo, in primis gli ebrei, indossando divise a righe come alla manifestazione di Novara o appuntandosi sul petto stelle di David gialle che richiamano quelle che gli ebrei erano costretti a portare ottant’anni fa. 

Se l’opinione pubblica è comprensibilmente scioccata e capisce che si tratta di qualcosa completamente fuori luogo, come reagisce chi i tragici fatti del Novecento li ha vissuti sulla sua pelle, o sulla pelle dei propri familiari? Ne abbiamo parlato con Ruth Dureghello, presidente della comunità ebraica di Roma. 

Quali sono state le prime reazioni che avete ricevuto, come comunità, dopo la diffusione di immagini come queste – da quelle di Novara alle altre che arrivano da varie manifestazioni simili?
La manifestazione di Novara non ha rappresentato la prima occasione in cui le limitazioni connesse al Covid sono state comparate alla Shoah. È accaduto con le prime misure di contenimento e poi il fenomeno è aumentato con l’adozione del Green Pass. La prima reazione che questi avvenimenti suscita è sicuramente di sdegno, che ben presto lascia spazio alla preoccupazione che provoca una tale strumentalizzazione della Shoah. La sensazione, nel caso di Novara in particolare, è che la Shoah venga utilizzata per ottenere la visibilità che altrimenti la manifestazione non avrebbe avuto. Una banalizzazione strumentale da condannare con forza. 

Come si può fare per bloccare questo tipo di strumentalizzazioni? 
Bisogna intervenire in maniera decisa per stroncare questi fenomeni attraverso  molti mezzi. Un fattore importante è il lavoro di prevenzione, che le Forze dell’Ordine nel nostro Paese effettuano con incessante impegno. Serve poi individuare i registi di questa strategia e punirli severamente. 

Per quale motivo c’è ancora questa incomprensione nei confronti della Shoah, che porta a utilizzarla in questi modi? E che cosa sbagliano i media?
Il tema della responsabilità dei media nella costruzione dell’opinione pubblica intreccia tanti temi, sia la pandemia che la Shoah. Due temi molto delicati che meritano la massima serietà e consapevolezza, basando, appunto, l’informazione sui fatti. Un altro fattore è che le attuali generazioni non hanno mai conosciuto la Guerra. Per citare Primo Levi però, se comprendere è impossibile conoscere è necessario: occorre lavorare per trasmettere la storia della Shoah e il suo ricordo. Considerato che, purtroppo, non sarà progressivamente possibile incontrare i sopravvissuti e sentire la loro testimonianza diretta, spetterà a noi, la seconda e la terza generazione farci carico di questo testimone. È fondamentale l’educazione e la formazione, anche degli adulti, attraverso eventi e pubbliche occasioni di incontro. 

Non ci sono solo i no vax ma anche la ripresa di forza dell’estrema destra xenofoba. La cosa vi comincia a preoccupare?
La diffusione di movimenti e gruppi xenofobi è un fenomeno serio che interessa l’intero continente. Frange di estremisti nell’Europa dell’est e in quella occidentale inquina quotidianamente la vita pubblica, online e non, attraverso discorsi d’odio nei confronti di minoranze. La pandemia e la conseguente crisi economica ha svolto un ruolo di acceleratore e di megafono, aggravando il risentimento di questi gruppi di violenti. Occorre vigilare attentamente sulle infiltrazioni di questi movimenti nelle istituzioni e nella società civile affinché si crei un argine contro la diffusione di sentimenti nocivi per il nostro comune vivere democratico.