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Cosa ha detto Biden nel suo discorso per i primi 100 giorni da presidente

Senza le grandi aspettative di Obama e i toni incendiari di Donald Trump, Joe Biden ci ha già stupiti in positivo, con una rivoluzione silenziosa: infrastrutture e spesa pubblica, senza vergognarsi di tassare i ricchi

Jonathan Ernst-Pool/Getty Images

Molte illusioni sono cadute alla fine degli anni ’10, tra cui quella del leader carismatico e risolutore. A destra come a sinistra, per anni il carisma è sembrata l’arma che poteva superare la mancanza d’esperienza. Un nome su tutti, quello di Barack Obama. Eletto presidente americano nel 2008 a valanga con le aspettative a mille. E poi sostituito da un leader di destra come Donald Trump con ancor meno esperienza e nessuna qualità politico intellettuale con cui governare le contraddizioni razziali e sociali degli Stati Uniti. Ma pur nella grande diversità intellettuale e di visione, Obama e Trump avevano in comune un amore incondizionato della propria base elettorale e un disprezzo pressoché universale degli avversari politici. E una fiducia sconfinata nelle proprie capacità. Per chi li ha votati, avrebbero dovuto portare la rivoluzione del “Change” oppure la restaurazione del “Make America Great Again”.

Ed eccoci all’oggi. Il presidente Joe Biden ha fatto il suo primo discorso di fronte al Congresso. Un’assemblea parlamentare che però si riunisce a ranghi ridotti a causa della pandemia da Covid19. In pochi si aspettavano molto da Biden, oltre al fatto che poteva battere Donald Trump e terminare quella che era diventata un’aberrazione troppo grande per la democrazia americana. Ma che ci si poteva aspettare da quello che per quasi cinquant’anni era stato un senatore gaffeur, che aveva tentato invano di vincere le primarie per la presidenza nel 1988 e nel 2008 e in entrambi i casi aveva detto cose inappropriate. Né si era fatto notare per la legislazione progressista, come quando in epoca clintoniana aveva scritto una legge anticrimine che colpiva sproporzionatamente gli afroamericani. Ora lo si può dire. Biden ci ha fregato tutti, in positivo. In questo primo discorso ha disegnato una visione radicalmente progressista per gli Stati Uniti, in parte facendosi forte del fatto che difficilmente un anziano politico bianco di lungo corso, cattolico che va a Messa ogni domenica, può essere demonizzato nello stesso modo di Obama “il musulmano socialista” o di Hillary Clinton “la lesbica femminista”.

E allora basta giocare sulla difensiva del basta tasse. L’ambizioso programma riformatore di Biden che prevede la cifra di 4000 miliardi di dollari totali in lavoro, infrastrutture e aiuti alle famiglie sarà finanziato con un’aumento di tasse sui redditi più alti. Niente di straordinario, si rialza dal 21% al 28%, quando in epoca obamiana era al 35%. Ma è il principio per cui “più tasse” ai redditi più alti che viene finalmente sdoganato senza doversene vergognare di fronte alla destra arrembante della rivoluzione reaganiana, seppellita con un lapidario “la trickle down economics”, su cui si basa il neoliberismo prevalente nelle democrazie occidentali a partire dagli anni ’80, “non ha mai funzionato. Né lo farà mai”.

Ma non solo. Anche un’altra battuta reaganiana sul “governo che non è la soluzione, ma il problema”, pronunciata nel 1981 viene superata con una dichiarazione semplice e pronunciata con voce piana “Il governo non è una forza che sta in una capitale lontana. Siamo io e voi. Siamo ‘Noi, il Popolo'” citando l’incipit della Dichiarazione d’Indipendenza. Quasi superfluo invece ricordare l’immenso successo del piano vaccinale che già da inizio aprile ha reso disponibile l’inoculazione per tutti i maggiori di 16 anni, senza prerequisiti. I critici libertari dicono che con la scusa della pandemia Biden porterà a una massiccia espansione del potere federale. Con il quale realizzare anche un ambizioso piano infrastrutturale e di altre opere pubbliche.

E viene quasi immediato pensare al presidente come il più progressista dai tempi di Franklin Delano Roosevelt e del suo New Deal. C’è molto di più, stavolta. Non si tratta di stimolare l’economia in modo keynesiano e di rinnovare una rete stradale e ferroviaria che è ferma sin dagli anni ’90 e non vede un nuovo piano complessivo sin da quando negli anni ’50 il presidente Dwight Eisenhower costruì il sistema autostradale federale. Ma queste opere non possono essere come la ferrovia transcontinentale che unì Chicago a San Francisco nel 1869 sfruttando il lavoro degli operai irlandesi ed asiatici per finire nel giro di pochi anni e senza badare alle tribù native che vivevano in quelle terre. No, questi interventi devono beneficiare tutti e contribuire allo portare fuori dalla povertà quell’America dimenticata su cui Trump ha costruito la sua vittoria nel 2016.

Anche per questo Joe Biden ha conservato il “Buy American” dell’epoca trumpiana e ha rimarcato che i posti di lavoro disponibili nella maggior parte dei casi non richiederanno una laurea. Un piano ambizioso che ricalca  in parte quel modello economico che nel corso dell’Ottocento portò a uno sviluppo impetuoso dell’economia americana, senza però essere così sprezzante sui destini delle classi basse e delle minoranze razziali.

Quell’anziano politico che veniva messo in ombra dai giovani e carismatici Pete Buttigieg e Kamala Harris e sfottuto da Donald Trump con il nomignolo di “Sleepy Joe” ha proclamato un radicale cambio di paradigma. Senza vergognarsene. L’epoca del “meno tasse per tutti” è finita. E l’ha conclusa non il solito Messia adorato dai propri scalmanati supporter, ma un anziano politico di carriera. E forse possiamo dire che anche l’epoca del carisma leaderistico è finalmente giunta al termine, superata da una visione tranquilla accompagnata da una visione ideale che non si fa trascinare nel fango delle polemiche mediatiche quotidiane. E per la quale si lavora. Senza guardare ai sondaggi e agli influencer della propria area politica.