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Cosa ci dice su Kim Jong-un la prima “biografia” di Kim Jong-un

Anna Fifield, capo dell'ufficio di Pechino del Washington Post, ha messo insieme tutte le informazioni disponibili sulla vita del leader nordcoreano in una specie di "biografia" non ufficiale, "Il Grande Successore", che esce oggi in Italia

BRENDAN SMIALOWSKI/AFP via Getty Images

Chi è davvero Kim Jong-un? Il pazzo pericoloso che distruggerà il mondo a colpi di bombe atomiche della propaganda americana o l’infallibile “Brillante Compagno” di quella nordcoreana? Il dittatore ciccione e un po’ buffo che ogni tanto finisce sui nostri giornali per notizie strambe – che poi puntualmente si rivelano bufale – su come abbia fatto sparare suo zio da un cannone, o il “rocket man” dei tweet di Donald Trump? La verità è che – almeno per noi, che stiamo fuori dalla Corea del Nord – Kim Jong-un ha finito per diventare tutte queste cose. 

Salito al potere ad appena 26 anni, Kim Jong-un è l’unico millennial al mondo a possedere un arsenale di armi nucleari. È anche probabilmente l’unico millennial al mondo a venire raccontato solo tramite la propaganda del suo regime, per cui il risultato è che di lui sappiamo solo quello che la Corea del Nord vuole farci sapere. Prima che arrivasse al potere nessuno l’aveva praticamente mai visto, come se fosse spuntato all’improvviso dal nulla. Per cui è difficile, praticamente impossibile, farci un’idea di lui.

Il tentativo che va più vicino a fare un ritratto di Kim Jong-un – un ritratto diverso dai ritratti photoshoppati che troneggiano in tutti i luoghi pubblici in Corea del Nord – è Il Grande Successore (Blackie Edizioni, 2020). L’autrice del libro è Anna Fifield, capo dell’ufficio di Pechino del Washington Post e grande esperta di Corea del Nord, che in anni di lavoro è riuscita a mettere insieme praticamente tutto quello che si sa degli anni di vita di Kim Jong-un prima che salisse al potere – ad esempio rintracciando lo chef che preparava il sushi al padre del leader nordcoreano e che ha fatto anche da balia ai suoi figli, o i compagni di classe di Kim Jong-un negli anni in cui ha frequentato un collegio in Svizzera. Da queste testimonianze si riesce perlomeno a intravedere un lato umano in Kim Jong-un, un lato che però oggi è invisibile, nascosto dalla propaganda.

In occasione dell’uscita del libro in Italia, ho chiamato su Skype Anna Fifield per parlare di Kim Jong-un, di questa biografia atipica, di dov’era finito il leader nordcoreano quando il mese scorso non lo trovavamo più, e di quale futuro possiamo aspettarci per la Corea del Nord. 

A sinistra Anna Fifield con l’edizione inglese del libro, a destra l’edizione italiana

Rolling Stone: La prima cosa che si nota leggendo il tuo libro è che è una biografia particolare, sia perché il soggetto è molto giovane, sia perché non c’è modo di avere accesso diretto a lui, sia perché molte informazioni ci arrivano filtrate. Eri conscia di questo problema mentre scrivevi? Come l’hai affrontato?
Anna Fifield: Sì, è un problema ed è il motivo per cui io non lo chiamo una biografia. Non è una biografia, nessuno può scrivere una biografia di Kim Jong-un perché sappiamo troppo poco su di lui. Io volevo solo mettere insieme tutte le informazioni che potevo trovare sul suo conto e farne un ritratto più completo possibile. Mentre scrivevo ero ben conscia che c’erano dei buchi nella storia, e spero che potremo riempirli durante gli anni.

Il libro si concentra molto sull’infanzia di Kim Jong-un e sui suoi anni giovanili in collegio in Svizzera. È stato complicato mettere insieme le fonti su questo periodo? E che immagine di Kim Jong-un emerge da queste fonti secondo te?
È stato difficile, sì, in Svizzera ad esempio aveva solo quattro amici e anche loro avevano solo un numero limitato di storie su di lui, storie che tra l’altro avevano già raccontato tante volte ai giornalisti che erano andati a intervistarli negli anni. Il fatto che siano state così poche le persone che hanno interagito con lui e che ci fossero così poche informazioni su di lui penso abbia fatto sì che ci fosse la tendenza a leggerci dentro molte cose, in quei pochi aneddoti. Del resto è difficile non farlo visto che si tratta di un soggetto su cui sappiamo molto poco. Quello che ho capito è che chi ci aveva a che fare lo descriveva come un bambino ricco e viziato, che viveva in Europa, che andava a sciare, che andava a Parigi per vedere il basket, che andava in vacanza in Italia, ecc. Ma nessuno l’ha mai descritto come uno psicopatico, nessuno ha mai detto ad esempio che gli piacesse torturare i cuccioli, nessuno ne ha mai parlato come del mostro che sarebbe poi diventato. 

D’altro canto, ci sono molti bambini viziati che crescono nel lusso ma che poi non diventano dittatori totalitari di Paesi con le armi nucleari. Penso che non potendo parlare con lui, non potendo entrargli in testa, possiamo solo constatare che è cresciuto in una famiglia estremamente disfunzionale e in un ambiente così anormale che probabilmente non ha mai avuto la possibilità di venire fuori in un altro modo. A otto anni gli è stato detto che sarebbe diventato il leader della  Corea del Nord, e aveva generali dell’esercito che si mettevano sull’attenti davanti a lui. Non ha avuto la possibilità di avere un’infanzia normale. Ma deve anche aver avuto un’inclinazione naturale per tutto questo, perché era il terzogenito eppure è stato scelto lui. Quindi doveva essere il più predisposto dei suoi fratelli. 

C’è un passaggio del libro in cui una delle tue fonti, lo chef giapponese Kenji Fujimoto – che era il cuoco ufficiale di Kim Jong-il ed è stato una specie di balia di Kim Jong-un – dice che una volta, mentre erano a pesca in barca, il futuro leader gli avrebbe detto qualcosa tipo “ma perché noi viviamo così e le altre persone no?”. Pensi che Kim Jong-un avesse qualche forma di consapevolezza della sua situazione di privilegio e della realtà della vita in Corea del Nord? 
Penso che probabilmente da bambino non sapeva cosa succedeva fuori, nella vera Corea del Nord, ma che crescendo abbia sviluppato una consapevolezza. Dopotutto da teenager ha viaggiato, ha visto com’era il mondo fuori. Ma crescendo nel compound della famiglia Kim a Pyongyang non sapeva sicuramente che la sua vita era diversa e che gli altri bambini stavano morendo di fame mentre lui mangiava quello che voleva a sazietà, che non avevano tutti i giochi che aveva lui, ecc. Poi crescendo penso si sia accorto della differenza. Non credo però che sia stato troppo diversa, come realizzazione, da quella di qualsiasi altro teenager del mondo. 

A un certo punto del libro, quando lascia il collegio in Svizzera per tornare in Corea del Nord, Kim Jong-un praticamente scompare. Non ne sappiamo più nulla finché non diventa leader. Mi ha ricordato quello che è successo il mese scorso, quando Kim Jong-un è scomparso per un paio di settimane e tutti i media del mondo hanno incominciato fare ipotesi sul fatto che fosse morto, che fosse in coma, e via dicendo. Da dove nasce questa nostra ossessione per la Corea del Nord?
Direi che ci mostra quanto poco sappiamo della Corea del Nord. In realtà che Kim Jong-un scompaia non è cosi inusuale, è già scomparso per settimane varie volte. Ma nell’ultimo caso, ad aprile, la cosa che ha fatto partire le speculazioni è che non è andato alla celebrazione del compleanno di suo nonno Kim Il-sung per la prima volta. Quel fatto, sommato alle voci sudcoreane e americane, ha creato questo clima intorno a lui. In più c’era anche il picco dell’emergenza coronavirus, quindi un altro elemento. Il fatto che si sia parlato di un intervento al cuore, invece è dovuto al fatto che Kim Jong-un è palesemente in pessima salute per avere 36 anni: lo vediamo sovrappeso, vediamo che fa fatica a respirare, sappiamo che la moglie si lamenta che non smette di fumare… In definitiva, in quest’ultimo caso penso sia stato in isolamento per il coronavirus, penso che stesse semplicemente facendo il lockdown a Wonsan aspettando che finisse. Ma certo, tutto ciò ci dice una cosa: bisogna essere sempre molto cauti con le voci dalla Corea del Nord perché ci sono cosi poche informazioni al riguardo. I giornalisti esteri finiscono per fare come facevano i cremlinologi ai tempi dell’URSS, cercando di dedurre cambiamenti osservando variazioni minime nella propaganda ufficiale. Bisogna essere ben consapevoli anche del fatto che se dovesse succedere qualcosa a Kim Jong-un sarà il regime il primo a dircelo.

Com’è cambiata la Corea del Nord da quando Kim Jong-un è salito al potere? Possiamo aspettarci per la Corea del Nord un processo di riforma economica e apertura del Paese com’è successo in Cina dopo la morte di Mao nel prossimo futuro?
Penso che appena è salito al potere Kim Jong-un abbia subito pensato di dover fare qualcosa per l’economia, che era in pessimo stato. In più oggi tanti nordcoreani hanno visto serie tv e film sudcoreani, quindi sanno del mondo, e il regime deve fargli vedere che la vita migliora anche a casa loro. Se non proprio chiudere il gap di sviluppo con la Corea del Sud, quantomeno cercare di ridurlo. Penso sia per questo che fin da subito Kim Jong-un è stato molto tollerante con le attività di mercato, e che oggi il capitalismo – e la corruzione – sono diventati endemici in Corea del Nord. Ovviamente non lo fa perché gli importa del popolo ma perché vuole continuare a stare al potere, prendendosi i meriti dei miglioramenti economici. È questa la motivazione che lo spinge anche alle aperture diplomatiche con gli Stati Uniti per cercare di scrollarsi di dosso le sanzioni, ad esempio.

Ma io penso finisca lì: anche riforme di mercato alla cinese sono troppo per la Corea del Nord. Per il semplice fatto che in Cina la situazione è diversa, il leader hanno cognomi diversi. Non si chiamano tutti Mao di cognome. In Corea del Nord il Paese è completamente in mano alla famiglia Kim. Non penso che la Corea del Nord possa consentire lo stesso livello di investimenti esteri e lo stesso flusso di informazioni della Cina negli anni Ottanta senza conseguenze. In Corea finora non c’è stato alcun cambiamento politico, il sistema è ancora tale e quale a 50 anni fa.

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