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Cosa ci dice la storia di Beauty Davis, la lavoratrice stagionale maltrattata dal suo principale in Calabria

La 25enne di origini nigeriane ha filmato un'aggressione da parte del datore di lavoro, titolare di un lido nella provincia di Catanzaro. Picchiata perché donna, migrante e pretendeva di essere pagata in un sistema, quello del lavoro stagionale, dove il sommerso è la regola e lo sfruttamento pure

Beauty Davis con l'avvocato Filomena Pedullà

Beauty Davis non ha più il cellulare. Le è stato distrutto e sottratto dal titolare del lido “Mare Nostrum” di Soverato, località turistica del litorale catanzarese. L’unica colpa che ha è aver trasmesso, in una diretta Instagram, il momento in cui chiedeva parte del salario che le spettava per le ore di lavoro nel locale: 600 Euro in tutto; la somma era stata pattuita senza un contratto e, fino a quel momento, ne aveva ricevuti appena 200. Lavava i piatti, ma voleva lasciare il lavoro per svolgerne un altro.

 

La diretta ha suscitato l’ira del gestore, che prima l’ha trattata con sufficienza – «alzati da qui, questa è casa mia, rivolgiti agli avvocati e ai carabinieri», le ha detto – e poi ha pensato bene di passare ai fatti, tirandole i capelli e facendole male alla mano e alla spalla. Ieri mattina, su denuncia della ragazza, la procura della repubblica di Catanzaro ha aperto un fascicolo nei confronti del gestore del locale, il 53enne Nicola Pirroncello, per i reati di lesioni, minacce e furto.

Il furto non riguarda solo lo smartphone, ma anche la dignità di una lavoratrice. «È una storia che racconta un sistema, una gerarchia tra sfruttati» – dice Vittorio Sacco, sindacalista dell’Usb Calabria che segue da vicino la vicenda di Beauty. «Lei è una migrante, quindi è ultima tra gli ultimi. I migranti che lavorano qui – e in regione ce n’è almeno uno in ogni struttura turistica – sono invisibili: non fanno i camerieri né lavorano al bar, non sono messi a contatto con i clienti. Stanno in cucina». C’è poi la componente della doppia discriminazione: migrante, e per di più donna. «Fosse stato un uomo bianco, i codici di comportamento sarebbero stati diversi», continua Sacco.

Sono tanti i “Mare Nostrum” sparsi per la Calabria. La regione, che tra le sue punte di diamante vanta il turismo, ha nel settore un lavoro sommerso per nulla trascurabile. «Nel periodo estivo, i ristoratori e i balneari che cercano manodopera fanno un qualcosa di paragonabile a un sistema di schiavismo, più che fare contratti di lavoro regolari», spiega Sacco. Il fenomeno è endemico: si parla del 75-80% di lavoratori e lavoratrici stagionali che sono in nero o in grigio, cioè che dichiarano meno ore di quelle effettivamente lavorate.

All’atto di violenza ripreso nella diretta Instagram, il titolare di Mare Nostrum sostiene una versione diversa da quella di Beauty. In una dichiarazione scritta diffusa sui social, respinge tutte le accuse di razzismo e afferma la «reciproca animosità dell’episodio ripreso dalla ex dipendente», che in realtà pretendeva una somma di denaro già pagata integralmente con bonifico. La donna, a detta del gestore, sarebbe stata troppo insistente e avrebbe tentato di precostituirsi una prova per “incastrarlo”, tramite il filmato. Ma, come spiega Sacco, che i dipendenti registrino le richieste di pagamento è una pratica consigliata dallo stesso sindacato: «Gli diamo una sorta di “cassetta degli attrezzi” su come comportarsi. Loro comunque sono là dentro a lavorare. Anche quando vanno a chiedergli i soldi, noi gli diciamo di riprendere, per vedere come reagiscono».

Questa precauzione è irrituale, ma necessaria dove il fenomeno è diffuso e i controlli non riescono a contenerlo. «Ci sono difficoltà oggettive: gli ispettori del lavoro sono ancora pochi, nonostante siano uscite le graduatorie dell’ultimo concorso. Nella provincia di Vibo Valentia, dove c’è una maggiore concentrazione turistica, ce ne sono solo 3». E poi c’è la pratica diffusa della complicità tra controllori e controllati: «spesso chiamano prima di andare a fare l’ispezione nelle strutture ricettive e balneari. Manca la cultura della sostenibilità nel fare turismo».

Dulcis in fundo, gli ostacoli giudiziari: in vertenze sindacali per casi simili a quello di Beauty, i tempi sono un disincentivo a proseguire. «Di solito, con chi lavora stagionalmente ci muoviamo per accordi bonari con il datore per recuperare la somma dovuta, anche perché sa di essere dalla parte del torto e non vuole sostenere altre spese», spiega ancora Sacco. «Se dovessimo adire il giudice del lavoro, tra la denuncia e la prima udienza passerebbero almeno sei mesi. Se l’avvocato del datore non trova qualche escamotage, la causa dura circa un anno e mezzo. Altrimenti, anche due anni e mezzo».

Il gesto di Beauty ha suscitato una solidarietà diffusa sui social network: molte attività nella provincia di Catanzaro le hanno offerto un lavoro, ed è anche partita una mobilitazione dell’Usb per segnalare i gestori di strutture ricettive e balneari che usano sistematicamente il lavoro nero e malpagato. Per il momento la ragazza, comprensibilmente, non vuole parlare. Ma è la dignità del gesto di uscire dall’invisibilità a farlo per lei.