Cosa ci dice il ‘video della lavatrice’ postato da Calenda su Instagram | Rolling Stone Italia
Home Politica

Cosa ci dice il ‘video della lavatrice’ postato da Calenda su Instagram

Il video tutorial pubblicato dal leader di Azione, in cui la moglie gli "insegna" come fare il bucato, dimostra che, in questa campagna elettorale, il livello di attenzione alle tematiche di genere è ai minimi storici

Foto: Antonio Masiello/Getty Images

Dall’idea allo sviluppo del pezzo che segue sono trascorse 48 ore: quelle necessarie per mettere in fila fatti e concetti ma che, in campagna elettorale, bastano per creare alleanze, sancirle e distruggerle. Nel mezzo: un reel per cambiare la politica «dove nulla non cambia», stormi di tweet per cinguettare le regole d’ingaggio «dell’intesa vincente» e una diretta tv per dirsi addio.

Lo strappo di Carlo Calenda con il Partito democratico chiude in tempo record la parabola del centrosinistra che sarebbe potuto essere: «Calenda ha scelto di aiutare le destre», dichiara il segretario del Pd Enrico Letta. «Enrico, non raccontare balle. Sapevi tutto da sempre» risponde il leader di Azione. Se la politica del testosterone fosse una metafora, sarebbe esattamente questa: una centrifuga di elementi opposti che prima si attraggono e poi si respingono, mettendo a segno precarie prove di forza a misura delle proprie capacità.

Dalla centrifuga si parte per capire come la leadership politica italiana continui a essere molto machista e poco efficace: per la precisione, quella della lavatrice di Calenda postata in un video sul suo profilo Instagram qualche giorno (o anno solare politico) fa.

Pochi secondi per imparare a leggere secoli di istituzioni strutturalmente dominate dagli uomini e intuire il posto delle donne nell’Italia che sarà: il livello di attenzione alle tematiche di genere in questa corsa elettorale ne è una lungimirante anticipazione.

«Uno cerca di convincere gli italiani che saprebbe governare il paese. Poi arriva tua moglie e dopo averti spiegato venti volte come funziona la lavatrice, ti manda un video perché non si fida»: questa la caption con cui Carlo Calenda accompagna il video tutorial inviatogli dalla moglie Violante Guidotti Bentivoglio per spiegargli come avviare la lavatrice.

 

 
 
 
 
 
Visualizza questo post su Instagram
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

Un post condiviso da Carlo Calenda (@carlocalenda)


Nessun dettaglio è tralasciato: in quale cassetto trovare detersivo e ammorbidente, dove metterli, come caricare i panni nel cestello facendo attenzione «che nulla resti intrappolato» e il programma più adatto da scegliere «super rapido a 30 gradi giusto per dare una rinfrescata oppure il misto». Un pretesto informale per parlare dell’ineguale spartizione di genere del carico di lavoro domestico e della sua mancata retribuzione? No: quello del leader di Azione è il semplice tentativo di riuscire in «iconicità» e «coolness», presentandosi vicino alle persone nella loro quotidianità.

E di vita comune, effettivamente, si tratta: nel “Paese reale” il 71,5% del carico del lavoro domestico è sulle spalle delle donne con conseguenti ripercussioni sulla loro visibilità politica e economica. Nel 2016, i dati riportati dall’Istat sull’Unione europea mostrano che «il 92% delle donne tra i 25 e i 49 anni (con figli sotto i 18) si prende cura dei propri figli quotidianamente, rispetto al 68% degli uomini»; nello stesso anno i dati riportano che l’80% delle donne italiane «cucina e/o svolge attività domestiche quotidianamente» rispetto al 20% degli uomini italiani. Inoltre, le donne spesso riprendono il loro ruolo domestico nella sfera lavorativa come nell’assistenza all’infanzia, nell’infermieristica, o nei servizi domestici, etichettate come “occupazioni femminili”. La recessione dovuta alla pandemia Covid-19 ha fatto il resto: le attività lavorative delle donne hanno subito maggiori conseguenze rispetto a quelle degli uomini – come emerge dal rapporto Le Equilibriste di Save The Children, nel 2020 sono state più di 30mila le donne con figli che hanno rassegnato le dimissioni per motivi familiari o perché non supportate da servizi sul territorio – accelerando ancora di più un gap di genere sotto il punto di vista economico, sociale ed educativo.

Il video di Calenda ignora ciò che dovrebbe essere oggetto di attenzione di un programma politico mirato: il lavoro domestico è considerato un dovere femminile, poiché alla donna vengono attribuiti una funzione materna e un maggior senso di accudimento, in contrasto con la forza e il potere associati all’uomo e alla mascolinità. Il leader politico non teme di fingersi incapace di avviare «un lavaggio rapido o misto» perché non è quello che la società reputa di sua competenza: nel momento in cui c’è una deroga, per cui debba essere lui a occuparsene, allora tocca alla “donna di casa” accertarsi che la complessa operazione vada a buon fine («finito il programma di lavaggio le porte si aprono, bisogna ricordarsi di chiuderle e riposizionare la manopola»).

La strategia di Calenda è emblema dell’atteggiamento comune che lo legittima: l’incompetenza strategica, ovvero l’azione di fingere di non saper svolgere un compito per scaricare la responsabilità su qualcun altro (o meglio, qualcun’altra). Accade a casa – nella divisione del lavoro domestico in cui il fattore determinante è ancora il genere – così come sul posto di lavoro in cui è facile che le lavoratrici si facciano carico di situazioni complesse o compiti extra senza ricevere equo riconoscimento per i loro sforzi. In politica il concetto cambia nome ma non sostanza: glass cliff è la scogliera di vetro per cui, quando si presenta un momento difficile, gli uomini lasciano campo libero alle donne per risolvere i problemi. Poi rientrano e tornano al comando. La lavatrice diventata virale è la punta di un iceberg nascosto eppure estremamente ingombrante.

Rapido o misto, il pinkwashing sembra essere il programma di lavaggio prediletto: il femminismo di facciata che fa della parità di genere un impegno teorico, più che un indirizzo d’azione concreto, non risparmia né destra né sinistra. Le posizioni di Giorgia Meloni a riguardo – come si legge nel documento Il voto che unisce l’Italia del 2018 e tornato all’attenzione mediatica – sono note: la «difesa della famiglia naturale» è la priorità che la leader di Fratelli d’Italia posiziona al primo punto e in continuità con quello che ormai è diventato il suo payoff elettorale: «sono una donna, sono cattolica, sono una madre».

Il ruolo preminente delle donne è quello di “angeli del focolare” e l’unica famiglia possibile è quella composta da madre, padre e figlio. Una visione precisa che nella campagna lanciata dal Pd – Vincono le idee – non trova una controparte chiara: «parità salariale tra uomini e donne» e «avanti sui diritti civili senza paura» i temi declinabili in chiave di genere. Necessari ma non esaurienti. Nella stanza dei bottoni sono gli uomini a giocare la partita e decidere le alleanze.

Il lento miglioramento numerico della presenza femminile in Parlamento non si è tradotto automaticamente in un aumento del potere delle donne in politica. E il partito guidato da Enrico Letta non fa eccezione. All’interno di un nuovo contesto quantitativamente più equilibrato di prima, le posizioni di vertice rimangono esclusivamente maschili e, di conseguenza, l’ordine del giorno rimane lo stesso. Eppure, fare spazio e prenderlo, conviene allo stesso partito: la legge sulla parità salariale menzionata nella campagna – «grazie al PD, ora abbiamo una legge sulla parità salariale che garantisce alle donne il diritto di avere giustizia rispetto alle discriminazioni retributive» – nasce dalla battaglia portata avanti dalla prima firmataria Chiara Gribaudo (Pd) da quando, nel 2013, è stata eletta alla Camera. Un obiettivo raggiunto – ha specificato Gribaudo – grazie l’impegno di tante donne: «non solo con i dati, ma con l’esperienza di tante siamo riuscite a costruire un testo unificato». Rimettere al centro le esperienze, quella delle stesse donne, per una politica che non “parli di” ma “parli con”: «basta testosterone», come ha scritto Gribaudo su Twitter.

Nei suoi documenti fondativi, il Pd aveva scelto parole ambiziose: la libertà delle donne «sta cambiando il mondo», si legge nel Manifesto dei Valori e per questo bisogna «aprire le porte dando loro non solo gli stessi diritti ma anche le stesse opportunità in tutti i campi, compresa la politica». Dal primo atto formale verso la sua costituzione, nel maggio del 2007, il partito non ha mai avuto una donna segretaria e il dibattito sulla scarsità di presenze femminili nelle liste elettorali e negli organismi dirigenti lo hanno caratterizzato o fin dall’inizio: la mancata nomina di ministre nel governo Draghi, lo scorso febbraio, aveva fatto discutere sull’automatismo maschile nella trasmissione del potere.

Le donne del PD si erano organizzate creando uno spazio di discussione separato, la Conferenza delle Democratiche, «un luogo di elaborazione politica, di progetti di cambiamento e di promozione della libertà e autonomia delle donne, di contrasto alle disuguaglianze». Dopo svariate perplessità interne è stato giudicato sostanzialmente irrilevante: le donne non sono un tema solo delle donne. La scarsa attenzione alle questioni di genere in Italia non nasce oggi: non è solo un problema dei partiti di destra e non riguarda la “mera spartizione” e rivendicazione di quote.

Uno dei primi documenti femministi italiani del 1970, Sputiamo su Hegel di Carla Lonzi, ha teorizzato che – per fare politica insieme agli uomini – fosse importante una presa di coscienza maschile sul potere, ovvero su come il sistema del potere fosse stato costruito e gestito secondo paradigmi maschili: se questa viene a mancare nell’elaborazione dei prossimi programmi politici, il «cambiamento culturale» che cita il Pd – «vitale al nostro Paese» – rimane un punto programmatico teorico e le questioni di genere restano le questioni “di”: di quella minoranza che, pur rappresentando la metà della popolazione, non ha rappresentanza.