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Cosa c’è da sapere sulla variante Delta del coronavirus

In Inghilterra ha spinto il governo a ritardare la fine delle misure anti-contagio, mentre a Milano ha contagiato una persona vaccinata con due dosi. Per ora non c'è da preoccuparsi, ma l'OMS mette in guardia: "il virus corre più veloce dei vaccini"

Olivier Matthys/Getty Images

Isolata per la prima volta in India lo scorso febbraio, la variante Delta del coronavirus si è nel frattempo diffusa in tutto il mondo – e c’è il timore che possa portare a una nuova ondata di infezioni mettendo a rischio i progressi fatti finora con i programmi di vaccinazione che hanno portato alle prime riaperture.

Secondo dati del CDC statunitense, la variante Delta – il cui nome scientifico è B.1.617.2 – si ritrova ora nel 6% dei campioni di virus sequenziali: un mese fa era l’1%. Nel Regno Unito è responsabile del 91% di tutti i nuovi casi di coronavirus e ha spinto il premier Boris Johnson a posticipare di quattro settimane la fine delle restrizioni nel Paese. E anche in Italia comincia a preoccupare dopo il caso della palestra di Milano in cui è scoppiato un focolaio con 10 contagiati, tra cui uno che aveva già ricevuto prima e seconda dose di vaccino.

Come ha detto al Corriere della Sera Fausto Baldanti, esponsabile del laboratorio di Virologia molecolare del Policlinico San Matteo di Pavia, per quanto il focolaio sia osservato con attenzione dall’Ats di Milano, la variante Delta non è una novità in Italia: “da gennaio abbiamo intercettato 12 casi. Tra questi, 11 erano viaggiatori di rientro dall’India e uno era un contagio ‘autoctono'”. Il punto se mai è che nessuno dei casi precedenti di variante Delta era vaccinato, al contrario di uno dei contagiati di Milano, che però secondo Baldanti non deve stupire. “Al San Matteo su 4 mila immunizzati, 33 si sono re-infettati: tutti con variante inglese, tutti senza sintomi o con sintomi lievi”.

Insomma, per quanto sia molto improbabile, può capitare di infettarsi o di reinfettarsi anche se si è già stati vaccini, nel qual caso si tenderà ad avere sintomi lievi. Ciò non toglie che la variante Delta sia stata inclusa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità lo scorso 10 maggio tra le varianti che destano preoccupazione – ovvero quelle più trasmissibili, o che causano sintomi più gravi, o che rispondono peggio al trattamento medico, o che sono più difficili da rilevare con i test esistenti. Per ora, oltre alla Delta, la lista ne include altre tre: la variante Alfa (B.1.1.7, ovvero la famosa “variante inglese”), la variante Beta (B.1.351, la famosa “variante sudafricana”) e la variante Gamma (P.1, la famosa “variante brasiliana”).

Secondo gli esperti, la variante Delta ha due caratteristiche principali. Il primo è la contagiosità: la variante è 40% più contagiosa della variante Alfa, che era a sua volta più contagiosa del virus originale. Il secondo è la mortalità: i primi dati sembrano suggerire che la Delta aumenti il rischio di ospedalizzazione rispetto alla Alfa di 2,6 volte.

Ma il punto che preoccupa di più – a maggior ragione dopo il caso di Milano – riguarda l’efficacia dei vaccini. Per ora, almeno in teoria, non dovrebbe esserci da preoccuparsi in tal senso: un team di ricercatori di BioNTech e dell’Università del Texas ha dimostrato l’efficacia del vaccino Pfizer/BioNTech contro la variante Delta. Lo stesso risultato è stato raggiunto da ricercatori britannici, secondo cui ricevere due dosi di vaccino Pfizer dovrebbe proteggere contro la variante.

La questione, se mai, è che per offrire contro la variante Delta la stessa protezione che offrivano contro il virus originale, il ciclo vaccinale deve essere stato completato. Secondo uno studio del Francis Crick Institute e del National Institute for Health Research dell’UCLH di Londra, infatti, dopo una sola dose si sviluppano abbastanza anticorpi per proteggere efficacemente dal virus originale ma non dalla variante Delta. Altri studi hanno dato risultati simili per quanto riguarda altri due vaccini, AstraZeneca e Moderna.

Il modo migliore di proteggere dalla Delta, dunque, è di somministrare le seconde dosi quanto più rapidamente possibile e di non considerare le persone vaccinate finché non hanno fatto anche la seconda dose. E il problema potrebbe stare appunto qui: in questo momento il 48% della popolazione italiana ha ricevuto una dose di vaccino, ma solo il 24% è completamente vaccinato. La pericolosità della Delta fa sì che i calcoli per il raggiungimento della famosa immunità di gregge si debbano fare non più su quel 48% ma sul 24% delle persone completamente vaccinate. Insomma, se la variante Delta dovesse diventare prevalente anche in Italia com’è già nel Regno Unito – e succederà – la campagna vaccinale sarà riportata indietro di un bel pezzo.

Questo scenario – il virus che muta più rapidamente della somministrazione dei vaccini – era quello temuto da chi sosteneva la necessità di impostare la campagna di vaccinazione e la lotta al coronavirus non in termini nazionali ma in termini globali. La variante Delta, sviluppatasi in India dove l’epidemia è completamente fuori controllo con centinaia di migliaia di nuovi casi ogni giorno che forniscono al virus tutto il tempo e lo spazio necessario per sviluppare milioni di possibili mutazioni – è esattamente la dimostrazione del fallimento della strategia con cui a livello globale, e specialmente tra i Paesi più ricchi, si è affrontata l’emergenza.

Un ulteriore allarme su questo punto è arrivato questo lunedì dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha detto esplicitamente che la pandemia si sta muovendo più in fretta della distribuzione dei vaccini. Anche la promessa fatta dalle nazioni del G7 di condividere un miliardo di dosi con i Paesi più poveri è stata giudicata troppo poco e troppo tardi: l’OMS ha infatti stimato che di dosi ne servirebbero almeno 11 miliardi, e il più in fretta possibile.